LE CHIESE RUPESTRI DI MELFI DIMENTICATE DAL FAI

0

LE CHIESE RUPESTRI DI MELFI DIMENTICATE DAL FAIby SEVERINO LAPOLLA

In  occasione della prossima ricorrenza delle giornate FAI di primavera noto con rammarico che nella lunga lista delle opere rese visitabili per mezzo di questa pregevole iniziativa non vengono citate ( e avrebbero tutte le carte in regola per esserlo) le chiese rupestri di Melfi di Santa Margherita e di Santa Lucia.

Qualche anno fa, dopo accurati restauri e il conseguente annuncio della riapertura di queste pregevoli opere d’arte, tutto è finito sotto silenzio.

Stiamo parlando di  qualcosa che fa parte di un fenomeno esclusivo di questa parte del meridione d’italia e che ha uguali soltanto in Cappadocia, negli anfratti montagnosi della ex Iugoslavia e verso   i LE CHIESE RUPESTRI DI MELFI DIMENTICATE DAL FAIconfini meridionali dell’Egitto.
Partiamo dall’inizio: tutto cominciò nel VII secolo quando l’ imperatore di Bisanzio, Leone VI Isaurico, (che alla stragrande maggioranza non dice un bel niente e che, invece, ebbe l’indiscusso merito di salvare il suo impero che stava andando in pezzi) nonostante tutti i guai grossi che si profilavano alle frontiere, dovette affrontare anche i problemi interni sollevati dal  “culto delle immagini” e, da buon soldato più che da politico, affrontò il problema frontalmente: invece di mediare, emise un editto che vietava le raffigurazioni sacre di qualsiasi genere, dalle miniature dei codici alle pitture murali. Anche se in tempi successivi  (addirittura con il concilio di Nicea) si stabilisse che le immagini potevano essere solo “venerate” e non “adorate” in quanto potevano solo aiutare  ad avvicinare lo spirito alla “divinità”, per la religiosità popolare questa distinzione sfumava e le “icone” stesse, secondo l’opinione corrente, venivano considerate come  la stessa entità sacra che vi era rappresentata. La cosa finì per scatenare una persecuzione contro tutti coloro (e tra questi vi era addirittura il Papa di Roma) che insistevano in questo “culto delle immagini” ed una conseguente fuga, quasi un esodo verso i confini più remoti del Regno, da parte di era favorevole alle “immagini”. E questi fuggiaschi come potevano non scegliere il meridione d’italia e, in particolare, la Basilicata, una regione spopolata dopo le sanguinose guerre dei secoli precedenti e , dove l’autorità centrale era molto allentata (se non proprio inesistente); per di più priva di strade e piena di luoghi che si prestavano all’eremitaggio?
All’epoca ( ma anche nei secoli che seguirono) questa regione-anche se solo nominalmente bizantina -, era  oggetto di contesa tra i longobardi di Benevento e Salerno, i saraceni di Taranto e bizantini insediati in Puglia e Calabria ma, soprattutto era diventata dimora di bande di scorridori delle varie etnie (vedi tra tutte l’insediamento di Pietrapertosa) che si muovevano a caccia di bottino e di prigionieri da vendere ai vari mercanti e alle navi sulla costa. In un clima simile, la sopravvivenza era una scommessa quotidiana per cui si cercava di uscire allo scoperto il minimo indispensabile per coltivare quel tanto per il sostentamento e si dimorava prevalentemente nelle grotte – a volte insediamenti già utilizzati in epoche precedenti  (vedi:  sasso neolitico di Matera). E proprio nelle più recondite grotte si insediarono eremiti provenienti dal medio oriente, ricchi di una cultura superiore, che cominciarono ad affrescarne pareti e  volte, creando il fenomeno delle “chiese rupestri” che si è tramandato  per oltre sei o sette secoli. Forse un pò per questo timore atavico ( che è poi rimasto radicato nello spirito della nostra gente), un pò perché la pietà popolare non aveva né l’esperienza né i mezzi per trattare con la pietra  ma ,fatto importante,  perché le costruzioni iLE CHIESE RUPESTRI DI MELFI DIMENTICATE DAL FAIn pietra rappresentavano un elemento estraneo in quanto importate dai dominatori  stranieri .

Quando già da più di un secolo, sia in Europa che da noi  ,per mano degli “padroni” erano state edificate  cattedrali in pietra (vedi  Acerenza  e “l’incompiuta” di Venosa), si continuò ad allestire ed affrescare chiese  del tipo rupestre come quelle di Santa Margherita e di Santa Lucia di Melfi, in uno stile bizantineggiante ricco di immagini e di una vividezza di colori che avvicinavano maggiormente alla divinità lo spirito di questa gente, oppressa ed umiliata  che trova nella preghiera e nella speranza del miracolo quotidiano l’unico  stimolo che consente di tirare  avanti .
Si tratta di  un’ area” – dichiara uno dei massimi studiosi d

el fenomeno degli insediamenti rupestri ,il Prof. Cosimo Damiano Fonseca – “dove il popolamento rupestre ha lasciato tracce rilevanti tenuto conto della specificità geo-ambientale entro cui insiste” nella quale è compreso  “ il Vulture, con  i due monasteri di Sant’Ippolito e di San Michele Arcangelo che presentano un indubbio sostrato che rinvia a insediamenti grottali veri e propri, e il Melfese ricco di una decina di chiese rupestri tra le quali assumono trasparente rilevanza le chiese di Santa Margherita e di Santa Lucia.”  Tali opere sono state inserite  nel programma «Distretto culturale del ’Habitat rupestre della Basilicata” realizzato nell’ambito del progetto “ Sviluppo Sud”dell’Associazione Casse di Risparmio Italiana

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Severino Lapolla

Lascia un Commento