LUCIO TUFANO
Sinfonie del distico, la strofa alceica e l’asclepiadea
Come dai superbi atolloni della Storia, gloriose vestigia, solenni ruderi, graniti e bronzi attestano i fremiti possenti dei popoli, spesso anonimi, pur sempre fermento d’ideali, breve giro di culle e di tombe in cui si traduce il momento delle rivoluzioni, così il li
rismo e l’azione furono essenziali componenti del Risorgimento[1].
I giorni dell’Unità hanno la loro poetica? Dove la Patria ritrova in simbiosi di suoni, accenti, pause e parole la sua più eminente voce? È nel verso, nel suo valore fonico, metrico, nelle rime, fusione e concomitanza di effetti sinfonici e melodi
ci.
Un racconto che viene dall’epos di Omero, dalle mitologiche visioni di Eschilo, passa per le cantiche dell’Alighieri, giunge fino a Carducci.
Voci che vengono dal più remoto passato, dalla “cronica” di Dino Compagni, dal “Canzoniere” di Francesco Petrarca, incontrano Federico II, con Boezio e Cassiodoro, fino ai poeti del “dolce stil nuovo”, agli spunti di Torquato Tasso, alle imprese dell’Orlando Furioso, alla poesia di Berchet, si ritrovano nell’ironia di Giuseppe Giusti, arguto autore di satire, nelle tragedie ostili alla tirannide, Saul, Mirra e nei sonetti di Vittorio Alfieri, nelle strofe saffiche e nella satira di Giuseppe Parini, con le sue Liriche e il poemetto “Il Giorno”, si elevano ne “I Sepolcri” di Ugo Foscolo, nell’eccelso afflato di Giacomo Leopardi,
si acquietano negli inni sacri del Manzoni, si ravvivano nei giambi archilochei del Carducci, irrompono esaltanti nell’inno all’Italia che si desta.
Il breve giro delle strofe, la veloce movenza dei versi, la tumultuante cadenza delle sillabe, degli accenti e del senario battuti a passo di carica, sembrano riportare il tuono del cannone, il crepitio di fucileria, l’eco delle fanfare e le camicie aperte al grido strozzato degli eroi.
Questa la chiave dei suoni, questi i fili di una tela finissima, quel tocco magistrale che suscita i fantasmi di una grandiosa epopea.
Il percorso dei tempi viene rievocato con magistrale lirismo tramite la clessidra di cupole archi e colonne, il marmo della tomba di Schelley, il ritmo largo e solenne delle “Odi Barbare”.
La poesia si coagula in un profondo raccordo tra spirito ed esistenza. Gli anni che verranno infrangeranno per sempre i lumin
osi paradigmi di quel ritmo, sotto l’imperversare dei poeti nuovi.
Ed anche quella sfida di progresso e di ragione illuminata, lanciata ai secoli nell’inno giacobino a Satana, è servita a dare un senso al Risorgimento dell’Italia laica. L’Italia aveva trovato i suoi poeti, Tirteo e Mameli, i suoi musicisti, il suo Verdi. Il coro del Nabucco, con le parole di Temistocle Solèra … “O mia patria si bella e perduta”, segna le nuove glorie del teatro. Il gemito degli esuli nei “Lombardi alla prima crociata”, nell’Attila, “cara patria, già madre e regina / Di possenti magnanimi figli”, nell’Ernani “O Signore, del tetto natio / ci chiamasti con sante promesse …”, nei Vespri Siciliani e nella Battaglia di Legnano, nel coro del Macbeth, “la patria tradita. Piangendo c’invita, / Fratelli, gli oppressi. Corriamo a salvar …”, rappresentano l’armonia lirica e musicale di un anelito romantico della Patria unita.
Così il poeta che ama l’epigramma classico, ellenistico, bizantino, e al tempo stesso è immerso nel linguaggio ottocentesco, in quello contemporaneo, vive immerso nei miti e nell’epoca classica. E nell’espressione melodica, a proposito del libro del poeta Espmark, lo scrittore Bevilacqua cita il «do maggiore» della “creazione del mondo” di Franz Haydn, come dire: poesia e musica. ( in copertina Boito e Verdi)
[1] Corriere della Sera del 19 giugno 2011.
[2] Giovanni Filipponi. “L’evoluzione del ritmo nella Poesia del Risorgimento”. Palermo, 1914.
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