L’ECO DELLA VIOLENZA

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TERESA LETTIERI

teresa-lettieriQuando il professor Eco accusò i social media  di “dare diritto di parola a legioni di imbecilli” non mi trovai affatto d’accordo. Innanzitutto i social non hanno armato dal punto linguistico nessun idiota che non fosse già abilitato a questa funzione, ma ha semplicemente amplificato e divulgato su un territorio più vasto della piazza di paese o della osteria di turno le libere elucubrazioni degli italiani. Per contro, c’è da riconoscere, a mio parere, che individuare e numerare gli imbecilli ha consentito alla platea di classificare, personalmente, per tipologia le varie aberrazioni senza distinguo di genere, età e razza. Non mi sento di peccare di presunzione, considerato che il terreno sul quale ci si misura è raramente occupato da disquisizioni filosofiche o di etica morale e solitamente concimato da volgarità che spaziano dal calcio al gossip, dalla violenza alle ricette di cucina, passando per aforismi, vaccini della coscienza di facciata, nascosta da uno schermo, che consente l’ impossibile. Non bisogna poi sottovalutare che la selezione alla quale auspicava il professore, parlando degli imbecilli, non poteva certo venire da una scrematura del parterre di naviganti quanto dalla capacità del singolo di valutare e riconoscere le idiozie (che pure sono soggettive) ignorandole. Mi duole constatare che probabilmente l’uomo moderno, anche intelligente, soffre di qualche frustrazione che la psichiatria non ha ancora ben individuato e classificato perché, come è facile osservare, la rissa social anche sulle scemenze pare appassionare pure coloro i quali si fregiano di un QI di tutto rispetto, forse dipenderà dalla scimmia che ognuno di noi si porta dietro e che spesso e volentieri reclama di uscire dall’anfratto in cui è stata relegata dalla finta selezione naturale. Se per un attimo escludiamo l’uso del social e ritorniamo alla comunicazione tradizionale, cioè quella operata dagli organi di stampa, dalla televisione e radiofonica, quindi quella costruita nella maggior parte delle occasioni dai testimoni privilegiati, ad esempio, i politici che ormai impegnano gran parte del loro tempo nei vari programmi di opinionismo, mi domando se il livello di imbecillità rientri nella media fisiologica calcolata su un campione di italiani, accuratamente scelto secondo determinati criteri, o soffra di qualche attacco virale che lo equipara alla medesima malattia dei social. Perché qualcosa non torna e risulta sempre più facile attribuire agli strumenti e non a chi li utilizza la causa della deriva sociale e politica. Se una persona, donna, governatore di una regione italiana come la Serracchiani classifica una violenza sessuale come atto odioso e schifoso ma, e sottolineo ma, socialmente e moralmente ancora più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese, credo che in quanto a idiozia, aggravata dalla mancanza di sensibilità, decoro e rispetto verso chi ascolta, innanzitutto, non siano necessari ulteriori approfondimenti da social. E nonostante facebook sia stato utilizzato per spiegare meglio e con maggiore dovizia di informazioni il pensiero dalla stessa autrice. Come se la violenza per essere ancora più orribile dovesse risentire del debito di riconoscenza di chi si trova in un paese in qualità di ospite; come se la gravità della violenza  abusata cambiasse in funzione del colore della pelle; come se il dolore avvertito risentisse di un picco variabile legato al fattore nazionalità. Se a questo si aggiunge la vergogna con la quale viene gestita la faccenda degli extracomunitari sparsi sul tutto il territorio che alimenta già una quota considerevole di razzismo, credo che migliore operazione di intelligenza non poteva essere fatta, soprattutto da un amministratore. La storia si colora anche del “socialmente” e “moralmente” che, così come esposti, potrebbero essere utilizzati pure in sede dibattimentale da un difensore nel contrattare una pena per indigeno e una per extracomunitario, tante volte la giustizia volesse essere uguale per tutti. Chissà se qualche principe del foro non ci abbia pensato nel frattempo prendendo spunto dalla mitica politica. Tempestive poi le rettifiche e/o le smentite, affidate sempre ai social, immancabili come una birra per freddare la calura estiva, che diventano oramai il piano B di quelli che sparano a raffica (non dimentichiamo un altro illustre ministro avvezzo a questa abitudine) per insistere nelle offese anche nel presunto correttivo. Insomma, mio caro professore, pare che l’imbecillità non sia una prerogativa del social o di qualsiasi altro moderno mezzo di comunicazione che mette in rete le idiozie. L’imbecillità è un carattere, forse di impronta genetica? Chi può dirlo, certo è  che a Darwin deve essere sfuggito qualcosa.

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Teresa Lettieri

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