LEGGERE UN TEMPO FINITO

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GERARDO ACIERNO

      Di Marco Follini ho appena letto: “ Democrazia Cristiana – Il racconto di un partito”- Sellerio editore- 2019. Libro accattivante, misurato, ricco di aneddoti, di vicende interessanti e poco note, di sterminate riflessioni.   

       Follini, valoroso dirigente, fino alla fine, di quel grande partito, in questo saggio tratteggia la lunga gestione della vita pubblica italiana da parte della DC e mette in risalto l’incredibile capacità dei dirigenti democristiani di far convivere in modo perfettamente equilibrato posizioni politiche anche molto lontane fra di loro.

      Una prova coraggiosa, questa di Follini. Raccontare un partito. Egli considera il suo partito orfano di un racconto. E lo racconta oggi, nel tempo del sovranismo e del populismo, quando ideologie e passioni si sono spente, affastellate nella spregevole espressione, usata e molto spesso abusata, di “abbattiamo la casta!”.

      Quello di Follini è il racconto di un partito da tempo, ormai, finito. La Democrazia Cristiana. Il partito-stato del quale ne scrivevano, sin dall’inizio del cinquantennio di governo (e di potere, 1945 – 1994) a lungo e distesamente, soltanto gli avversari, gli oppositori, i tanti nemici. Il mondo democristiano, di solito imbarazzato, reticente (ma anche per metà compiaciuto) lungo quegli anni e soprattutto all’inizio dell’avventura, si racchiudeva nel racconto delle cose, dei numeri e dei risultati ottenuti. Cercava di mantenere una certa sobrietà. Non bisognava esagerare nella celebrazione di se stessi. Faceva difetto l’orgoglio dell’appartenenza.  Si era “il” governo e questo poteva  bastare. Inutile raccontarsi, pensava quasi tutta la galassia democristiana. Il potere, finché è durato, ha contato molto più delle parole. Ma una volta finito, ha inghiottito tutti nel suo silenzio.

     La DC, quella ultima, quella dei ‘don Luigino’ di leviana memoria, quella dei gattopardeschi Setara, divisa in due spezzoni, uno a sinistra e l’altro a destra, ha rinunciato a rivendicare perfino i meriti che critici e avversari a volte  le riconoscevano.

     Ebbene, non essendo, io, né critico letterario né commentatore politico ma soltanto un semplice, curioso lettore appassionato delle cosiddette “cose di casa”, mi sono avvicinato alla lettura del saggio facendomi accompagnare da tutto quello che mi arriva dai lunghissimi corridoi di quella casa del Tempo che è la Memoria.

     Come dire: ho attraversato le pagine leggendole oltre che nella loro complessità storico- politica, anche in “filigrana”, riportando  e sovrapponendo ricordi e vicende personali alla narrazione, temporale e storica, offertami dall’autore.

      E così, la lettura di quei tempi è diventata anche la rilettura del mio scarno tempo ‘politico’, qui nel mio paese lucano, in una terra di partenze e di mancanze, di speranze e di promesse, di riscatti e di bellezze infinite.

      E allora: Referendum del ’46. Mia madre vota Monarchia perché le era simpatica Maria Josè; mio padre, invece, Repubblicano da sempre.  Alla Costituente vincono i socialisti dell’avvocato Pignatari; e poi sono venute le lunghe sfilate dietro al giovane Colombo; la famosa triade delle preferenze (1, 2, 3: Colombo, Merenda, Marotta); la sezione del partito sempre aperta. L’amicizia con l’onorevole Ambrico, dossettiano della prima ora; e ancora, Sanza, Azzarà, Verrastro. Imitando Roma, anche noi democristiani del paese ci dividemmo: ‘Impegno’ da un lato, ‘la Base’ dall’altro. Chi  guardava a Moro e a don Milani, fu etichettato come catto-comunista e messo all’angolo. E  soprattutto Raffaele Dinardo. Ma il suo essere democristiano era cosa altra, sapeva di umanità, di passione, di competenza  e tutti noi, giovani docenti, a seguirlo nelle varie esperienze didattiche e organizzative messe in atto sul territorio regionale, e a sostenerlo sullo strettissimo sentiero della sua avventura politica come Presidente della Regione.

    Il racconto di Follini si chiude con una certa mestizia: “ L’Italia paziente, minuta, benpensante, un po’ rassegnata, incuriosita dalla complessità, tutto sommato fiduciosa, cominciava a rovesciarsi. Veniva su un paese in cerca di semplificazioni sempre più scarne. E si è dato a credere al miracolo della “novità”, al proclama dell’”onestà” e infine della “sovranità”. E’ affiorata un’onda altissima, una marea inarrestabile che però non è stato altro che l’affiorare di un’Italia ancora più antica di noi”.

    Fin qui, Marco Follini e il suo “Democrazia Cristiana – Il racconto di un partito-.

E anche il mio giochetto di sovrapporre alla Storia della Dc, le mie illusioni (e delusioni) politiche, svanisce e si consuma nell’amara constatazione di non esserci affatto liberati, noi lucani, da un’antichità che travalica  il cosiddetto ‘secolo breve’ e va a depositarsi  nell’urna cineraria del decrepito Regno di Napoli (e dintorni).

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