Mario Santoro
A oltre cento anni dalla nascita e a più di quaranta dalla morte la figura del poeta Leonardo Sinisgalli appare nella sua realtà liberata da taluni preconcetti e da qualche facile equivoco. Sono messe da parte definitivamente certe accuse di una forte presa di distanza dalla sua terra d’origine, di un freddo e distaccato legame con la Lucania, di una mancanza di genuinità e spontaneità, del ripudio per la terra, come testimoniato da rientri sempre più rari e di un rapporto ambiguo e strano di odio e amore o meglio di respingimento e di attrazione; viene meno anche il presunto disinteresse per gli uomini di cultura della sua regione alimentato sia dal suo carattere chiuso, sia dalla dichiarazione dura e sprezzante: ‘Non leggo i poeti lucani‘; sfuma anche una certa forma di risentimento del poeta nei confronti della sua regione che non gli tributava ‘giusti riconoscimenti’; viene abbandonata quasi del tutto ogni forma di divergenza e di aperta polemica nei confronti del poeta Rocco Scotellaro che appare più vicino al mondo contadino e alla sua civiltà. Ora si tende, e giustamente, ad evidenziare la polivalenza dell’ingegno, la capacità di intuizioni acute, pur in assenza di ogni riferimento all’impegno civile, e anche l’autenticità della poesia sinisgalliana, nel passaggio da una versificazione immaginifica e ampia, sfumata -pur nalla incisività della descrizione-, intellettualistica (Al pellegrino che s’ af accia ai suoi valichi, /a chi scende la stretta degli Alburni /o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra /al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte...) alla poesia delle piccole cose nel rimando a Eugenio Montale ma anche nella opportuna sottolineatura tra poesia ovipara e vivipara, tra saloni scintillanti e sorroscala. Si insiste, anche in questo caso a giusta ragione, sullo sforzo di Sinisgalli di coniugare le cosiddette ‘due culture’ -umanistica e scientifica- nella scelta impegnativa, come dichiara l’autore in “Ritratto su misura” del 1960: “Potevo trovarmi nel gruppo dei ragazzi che hanno aperto l’era atomica, preferii seguire i pittori e i poeti e rinunciare allo studio dei neutroni lenti e della radioattività artificiale.” Scelta sofferta e difficile se il poeta dichiara: “Non riuscivo proprio a vederci chiaro nella mia vocazione. Mi pareva di avere due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre” Si pone l’accento sull’eccletismo di Sinisgalli (direttore artistico, poeta, narratore, autore radiofonico, disegnatore, e altro ancora). Si tendono a chiarire ed evidenziare gli elementi di rottura e di continuità tra il primo e il secondo Sinisgalli, ossia tra meridionalismo e innovazione. Ne consegue che sarebbe riduttivo definirlo semplicemente poeta, a maggior ragione se si tende ad evidenziare il rimando al meridionalismo e alla Lucania e si ignora quasi del tutto la produzione successiva che, per molti aspetti è assai significativa; sarebbe riduttivo dirlo prosatore pur avendo al suo attivo tanti scritti di pregevole fattura e di indubbio valore; sarebbe limitante dichiararlo critico d’arte o annoverarlo tra i disegnatori o dirlo pubblicitario o poeta ingegnere pur riconoscendogli qualità notevoli e soprattutto l’impegno a coniugare tecnica e umanesimo in anni in cui il dibattito era assai significativo. Sinisgalli è tutte queste cose insieme. La sua formazione culturale e poetica si ricollega a quel gruppo di poeti (Gatto, Solmi, Luzi, Penna, Sereni, Caproni) che sentono come propria la lezione di Ungaretti e di Montale e che, tra gli anni trenta e quaranta, pur prendendo una certa distanza dal regime fascista, non si oppongono ad esso con chiarezza e determinazione ma si limitano ad una certa evasione della realtà che non consente la denuncia della triste situazione di quegli anni anche se puntano alla rappresentazione della tragica condizione esistenziale dell’uomo, ossia al ‘male di vivere’. Sono i cosiddetti poeti del disimpegno che non vuol dire che non siano impegnati ma che la loro poesia non è di tipo civile ossia di denuncia aperta. Dopo la prima lunga fase, palesemente intellettualistica, fortemente descrittiva, quasi solenne, come distaccata, con un linguaggio non determinato, fortemente allusivo, amplificato nel suono e nel tono, per certi aspetti un po ‘croce e delizia’, eccoci al secondo Sinisgalli, quello dell’età matura. I primi segni del passaggio, non ancora definitivo, sono rintracciabili nella memorabile poesia “Monete rosse” e in un certo avvicinamento del poeta alla scrittura cardarellesca di cui agli ammirava la chiarezza dell’espressione, il taglio fortemente impressivo e netto, la assenza di ridondanza e la mancanza di divagazione. Dunque la poesia muta forma e privilegia il taglio rapido, immediato, fondato su pochi versi e sulla stringatezza degli stessi, con immagini veloci, se non propriamente repentine, e votate alla troncatura secca per un impatto diretto, come si evince facilmente dal ricordo della figura femminile, forse la madre, sulla porta: Eri dritta e felice /sulla porta che il vento /apriva alla campagna. /Intrisa di luce /stavi ferma nel giorno /al tempo delle reste d’oro /quando al sambuco /si fanno dolci le midolla./Allora s’andava scalzi /per i fossi, si misurava l’ardore /del sole dalle impronte / lasciate sui sassi L’immagine della donna ‘dritta e felice’ risalta e s’impone, generando immediatamente simpatia e partecipazione vista com’è, magari solo per un istante, sulla porta di casa, spalancata dalla folata di vento e intenta a gettare lo sguardo sulla campagna circostante. Appare decisamente sfolgorante, per l’invasione della luce, particolarmente vivida in estate, quando il grano è maturo e le spighe si fanno dorate e pronte per essere mietute e quando anche il sambuco è al meglio per essere raccolto, con il suo verde tenero e il bianco delle corolle. Nella chiusa c’è il rimando a un pacato rimpianto per la perduta età della fanciullezza quando, con i compagni, il poeta, bambino-fanciullo, correva per i prati scalzo, esplorava i fossi e misurava la forza del calore del sole dalla rapidità con cui le impronte dei piedi scalzi e sudati sulle pietre si asciugavano. Il rimpianto, va detto, non si risolve in tristezza perché prevalgono immagini luminose di un mondo sereno, con lo splendore della luce che esalta la figura femminile sulla porta e con la forza del sole che asciuga le impronte. Nel richiamo al passato che non torna il poeta insiste nel raccontare gli oggetti, in maniera quasi ossessiva e sempre con un linguaggio asciutto, stringato, immediato, franto, provvisorio. Su piano linguistico matura l’idea della non appartenenza ai poeti ovipari che si compiacciono di generare forme perfette, ma preferisce appartenere alla razza dei poeti vivipari che generano creature imperfette, disuguali, brutte magari, ma pronte alla vita. Il cambio del linguaggio è evidente non solo nel tono; non ci sono più i colori caldi e le descrizioni arricchite di elementi significativi grazie ai ricordi che ora hanno sempre un taglio netto, rapido, impressivo, senza indulgenze, senza attardamenti come scrive nella poesia ‘Al tempo delle vigne’ Al tempo delle vigne /carica di furore ai nostri occhi /si scopriva la terra e nelle mani/ ancora al gesto acerbe e serene. /Si torceva alle giunture /sotto il peso del fiore /la pianta del fico dolente./Infanzia gridata dagli uccelli /ti cacciava la sete a gola aperta /a piedi nudi sulle crete /il passo lesto all’insidia delle serpi. Risulta chiara e accattivante la visione della campagna lucana nella prima parte dell’autunno, con qualche evidenza di vicinanza al poeta Libero de libero, nel richiamo diretto all’infanzia, gridata dagli uccelli, e al bambino scalzo, rapido nel passo sicuro e spavaldo ad evitare morsi di serpi, alla ‘gola aperta’ per calmare la sete, al bisogno di conquista e di libertà. La vendemmia è sempre un evento festoso per i giovani che magari solo allora scoprono il valore della terra che toccano con mano. E capita loro di osservare tra le piante quella del fico che spesso si trova anche nelle vigne e che sembra dolente per la flessuosità ed elasticità dei suoi rami a tratti contorti. E ancora una volta, con l’immancabile punta di nostalgia, è evidente il richiamo all’infanzia con i gridi incontenibili per l’aria e con i piedi scalzi sulle terre cretose e brulle. Dunque la poesia dell’età matura è una continua ricerca del’originalità, che talora tende a forme finanche strambe o bizzarre, o si appoggia all’antica cantilena, con immagini chiare e fragili al tempo stesso, capaci di apparizioni improvvise e di altrettante improvvise scomparse. Per questo ora egli ribadisce di non essersi mai illuso di appartenere alla poesia dei figli del sole e dunque non canta le bellezze del creato nell’idea che chi ama troppo la natura rischia di perdere il resto del creato. Ma questo non significa che non parlerà più di natura come testimonia la poesia :“Faceva piena nei canali” Faceva piena nei canali /la sera fiorita di eriche /e cresceva fino a toccarti il piede. / Chiamavi l’ultima luce /all’inganno della fonte e la rondine,/il petto molle dei primi / voli sugli orzi, ti garriva /nelle vesti. La sera, con le ombre dolci del bel tempo, nel suo avanzare sembra rispecchiarsi nei canali e fa il paio con la folta erica; di qui la ricerca degli ultimi bagliori attutiti di luce atti a consentire l’impressione ingannevole della visione e poi il richiamo alle rondini che di giorno volano sui campi di orzo ed hanno il petto più chiaro. Si tratta di una condizione atmosferica straordinariamente delicata nel rimando al poeta Alfonso Gatto che parla di “Impalpabile sera assiepata dalle erbe”. Dunque qui c’è tanto di natura come del resto in altre poesie dedicate ad animali e ad insetti, un po’ sulla linea tematica di Gozzano. Memorabile è il breve discorso sul ragno e sulla sua capacità di tessere ragnatele perfette nella geometria e nella forma, ma ci sono anche richiami alla talpa, ad un pappagalletto, ai pidocchi, a un drago, alla formica, alle rondini, alla chiocciole, alle mosche di cui al titolo di una delle sue opere “Mosche in bottiglia”. E val la pena ricordare la gatta Bianchina: Bianchina la slava /seminapulci, la zingara /ha figliato nella legnaia. /Porta i cuccioli appresso /raminga per amore /di libertà. Rifiuta / il latte, ruba /per non mendicare,/ ringhia per non farsi /lisciare. La gatta Bianchina, non a caso slava e zingara, sinonimo di libertà, sporca e piena di pulci ma orgogliosa, non accetta che alcuno si curi di lei per timore di perdere la libertà. Per questo è raminga per amore e rifiuta anche la ciotola di latte, preferisce rubare piuttosto che mendicare. Insomma il cibo se lo guadagna e non permette a nessuno di lisciarle il pelo. Le immagini sono ferme, marcate, precise nelle descrizioni sintetiche, incisive e dunque non si indulge al canto ma si tende all’ironia e allo scherzo. Pure altrove non manca la figura umana che assume connotazioni di visionarietà come accade con il suonatore di tromba, ossia il banditore in un paesino rappresentato con aria di solennità: Ma ecco, /avanza… /un giudice, un re, un arcangelo /col suo scettro d’ottone /il suonatore di tromba. E così appare del tutto messo da parte l’intellettualismo precedente perché il poeta va alla ricerca di riferimenti sintetici ed efficaci con rievocazioni fondate sulle cose cose più che sulle parole, su impressioni, rimandi, quasi echi, ricorrendo ad una sintassi essenziale e fortemente ellittica. Di qui anche la evidente ironia che meglio si rappresenta nella forma epigrammatica oppure volutamente razionale, fredda, realistica, a tratti quasi crudele come accade ne “I vecchi hanno il pianto facile”: I vecchi hanno il pianto facile./In pieno meriggio /in un nascondiglio della casa vuota / scoppiano in lacrime seduti. /Li coglie di sorpresa /una disperazione infinita./Portano alle labbra un spicchio /secco di pera, la polpa /di un fico cotto sulle tegole. /Anche un sorso d’acqua /può spegnere una crisi /e la visita di una lumachina. La descrizione della fragilità dei vecchi nella condizione di inutilità e di isolamento è resa bene dalla casa vuota, dalla collocazione nell’angolo più nascosto ed inutile della casa, dalle ore più monotone della giornata, ossia nel tedioso pomeriggio. Ne consegue il pianto silenzioso, disperato, inevitabile. La solitudine dei vecchi è accentuata dallo spicchio di pera e dalla polpa del fico seccato sulle tegole al sole e lasciati loro quasi come a compensazione dell’abbandono. Eppure, sembra dire l’autore, non ci vorrebbe molto per rasserenarli: basterebbe un sorso d’acqua o l’apparizione di una lumachina. Altrove c’è ancora il gusto della mitizzazione popolaresca in chiave melodica con rime facili, quasi una sorta di gioco filastrocca come accade in “Imitazione della luna” La luna sanguina alle corna, mite /settembre torna ai davanzali /ai davanzali, una voce balbetta:/Luna, luna nova /chi ti cerca non ti trova /chi ti trova non ti aspetta. /Luna mia alta dove /è il gatto riverso che si spulcia? /Io non lo cerco altrove, luna /amorosa. Bruciano /gli occhi al buio, brucia /la tuberosa di settembre luna /sempre dolorosa. Descrittiva con forte carica introspettiva con la luna al centro della poesia e con l’immagine cara a Sinisgalli della corna visibili nello spicchio di luna e presente in varie composizioni sia con rimando al mese di settembre con il richiamo alla dolcezza della tarda estate, sia ad altri elementi come i davanzali e con accostamento a Gatto ma soprattutto a Luzi. C’è poi il rimando alla filastrocca popolare cara all’autore, agli occhi che bruciano al buio, alla tuberosa, questa volta con rimando a Govoni. La ripetizione di parole serve a dare un andamento lieve, cantilenante, quasi giocoso. Quanto all’effetto di facile musicalità legato alla ripetizione della parola a fine rigo e al principio (ai davanzali), bisogna dire che è molto presente anche in Gatto. E ancora la luna è al centro della riflessione del poeta nella poesia “La luna nuova di settembre” La luna nuova di settembre /ha cacciato i ragazzi sulla via./Sof iano nelle mani, un po’ vili /un po’ pazzi, rifanno il verso /alla puzzola che si duole. /Ruzzolan nei cortili /tra i rovi e i calcinacci /a far razzia./Hanno le ali ai piedi,/stringono le uova calde nelle tasche./Li asseconda la luna che addormenta /i guardiani nelle frasche. Poesia che fa il paio con la precedente ma è più aperta nella comunicazione e chiama in causa ancora settembre. La luna nuova di settembre è un po’ l’ultima occasione per i ragazzi di poter divertirsi nei cortili e nelle via sia per il chiarore presente, sia per il clima non ancora autunnale. E i ragazzi ne approfittano per darsi alla pazza gioia. Soffiano con forza nelle mani per rifare in qualche modo il verso alla puzzola che ha una voce lamentosa. E non è un caso che il poeta scelga la puzzola che è animale repellente per il cattivo odore che emana. E fanno altro ancora i ragazzi e la luna sembra assecondarli. Ma il poeta va oltre e la poesia diventa sovente sprezzante ironia con tratti realistici e satirici e con l’abbassamento del livello linguistico, sempre più franto e spezzettato, urtante e con il ricorso a un enorme inventario di cose quotidiane e di oggetti minimi o di animali: mosche, chiocciole, ragni, rospi, scorpioni che richiamano la scrittura poetica dell’ultimo Montale. Il poeta ne ha consapevolezza tanto che scrive nel volume “Il passero e il lebbroso” : “Montale scrive poesiole/ agli infilascarpe. Mi toglie la priorità / Si piega all’arte povera/ alla pochezza del reale”. Rimanda quindi ad un’arte povera che è quella dei poeti vivipari che prediligono il sottoscala ai saloni. Per chiudere possiamo dire che il poeta fa poesie senza elegie, come egli stesso confessa: “Che io sia riuscito a fare un libro senza elegia, senza rimpianto, ch’io sia riuscito a far camminare i versi in parallelo con la mia vita, che abbia trovato l’energia, non certo la volontà, di segnare gli eventi più squallidi e le rare estasi delle mie giornate, mi sembra ancora un miracolo”. Dunque sguardo sulla realtà senza rimpianto, con assonanze particolari e facili, con ritmi irregolari, suoni, intrecci, forme allitterate, richiami lessicali e sintagmatici, a tratti con orecchiabilità e gradevolezze come nella poesia “Il vento” Trascina il vento della sera /attaccate agli ombrelli a colore,/le piccole fioraie /che strillano gaie. /Come rondini alle grondaie,/resteranno sospese nell’aria /le venditrici di dalie, /ora che il vento della sera /gonfia gli ombrelli a mongolfiera Con le sue ultime cose si chiude l’avventura poetica di Sinisgalli che mantiene sempre uno stato di sospensione tra realtà e idealità, tra concretezza e astrazione e che si scrolla di dosso l’etichettatura, pure importante, di poeta del mondo meridionale e del regionalismo spontaneo per connotarsi come poeta a tutto tondo. Peso che ha gravato su molti poeti della lucanità E chiuderei con un’epigrafe, dedicata a se stesso, problematica e carica di pessimismo, dal ‘muro assorto’ con eco o richiamo indiretto a “Meriggiare pallido e assorto” di Montale, al sogno del tutto spento e dunque muto, dove non c’è spazio per l’amore e dove tutto inevitabilmente finisce: Non è orto /o giardino /il cimitero ove io sono sepolto. /E’ un luogo assorto,/un muro./Ogni bene è scontato,/ogni debito pagato /e il nome tutelato. /Mio amico, fratello / contami i vecchi giuochi, /il fumo, i fuochi antichi. /Prendi di me l’ef ige,/le rughe, la fuliggine,/le lacrime, la ruggine. /Non è orto /o giardino /il cimitero ove io sono sepolto. /É un sogno spento, muto. /Qui l’amore è perduto./Qui la festa è finita.
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