Leonardo Sinisgalli: “ In quest’ansa dell’Agri “

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di Antonio Lotierzo

in occasione dell’uscita  Negli Oscar Mondadori ‘Tutte le poesie” di L. Sinisgalli, a cura di Francesco Vitelli.

 

 

Dalla lunga frequentazione critica, Vitelli illumina Sinisgalli, lamentando che la sua fortuna resti ‘relegata ad un destino elitario’. Vitelli attesta del suo rinchiudersi in una cultura alta e spesso controcorrente – a molti come me, confesserò, sembrava un poeta di destra, visti anche i giornali con cui collaborava. Sinisgalli faveva interreagire, osserva Vitelli, il mondo industriale con la tradizione artigiana e contadina, coltivando ibridismi e contaminazioni (come fra disegno-pittura e versi). Inoltre, per lui l’Utile capitalistico doveva rifondersi con la Cultura umanistica. Ed anche i suoi versi erano come una dimostrazione matematica (anche per il richiamo alla secchezza razionalistica di P.Valéry). Per celebrare questa edizione, ci piace ripresentare una ‘lettura’ di una sua poesia. (A.L.)

 

L.S. intervistato da Mario Trufelli

In uno dei suoi rientri a Montemurro, negli anni Trenta, Sinisgalli compose una poesia di meditazione e raccoglimento, intitolata, dall’ incipit, “ In quest’ ansa dell’Agri. La ritroveremo nella raccolta “Vidi le Muse” (1931-1942), esempio di poesia del paesaggio, lucano ma incastrato in attimi di intensa commozione, in riferimento ad una stasi momentanea, rispetto al frenetico lavoro industriale assolto al Nord, prima di una nuova dipartita, espressa in modi compatti da ermetismo terso e levigato. Il disegno è delicato, e l’invenzione musicale tesaurizza una grazia complessa: omologa alla solitudine del sociale è quella dell’idillio, pratica letteraria di rifiuto e d’esarcebata opposizione. Ma ecco il testo:

  • In quest’ansa dell’Agri,
  • Ai limiti bassi della terra,
  • Fiduciosa la sera mi consente 
  • La pace casta delle acque
  • Di luce arida, un’ala
  • Che appena turba lo stagno, si avviva           
  • La vena in cuore,
  • Torno da pascoli magri 
  • E mi fu cara pena 
  • La faticosa attesa: 
  • Al buio seno ti ascolto
  • Sera stremata in rive

Dodici versi di varia misura, uniti con asindeto ( solo una ‘ E’ ), al v.9, ma in posizione di forza), costituiscono una struttura ora narrativa, pacata e descrittiva (A,B,H sono pure enunciazioni) ora sospesa, dagli enjambements ( C,E,F,I) e da contrasti di visioni e d’immagini ( E, G). La tessitura formale, costituita da quattro settenari, tre endecasillabi, tre novenari e due ottonari, mostra un andamento ritmico vario, con una metrica spesso anapesta, non sempre pura, ma modulata con sapienza, con scelta complessità, con andatura da Impair ungarettiano.

Al principio, l’aggettivo determinativo “ quest’ansa” ( l’ictus è sulla terza sillaba ) crea un ritmo naturalistico, di precisione, specificato nel “ limiti bassi della terra”, ma poi si affaccia lo sfumato, l’informe “sera”, perciò aggettivata come “fiduciosa” e la “pace casta” che ampliano la visione producendo un senso d’incertezza, di tensione. E questo movimento fra un elemento preciso, terrestre, ed uno vago, psichico, si ritrova, in perfetta simmetria, nei versi seguenti, nell’opposizione

dinamica fra l’invisibile e il visibile, la “luce arida” e “un’ala / che appena turba lo stagno”, fra la “vena in cuore” e il verbo riflessivo “ si avviva” e l’aggettivo

“fuggitiva”. E così il “Torno” successivo si coordina con “ ti ascolto” e si oppone semanticamente alla “sera stremata”, alle “rive morte”: il tornare indicando un moto, un tendere verso; l’essere stremato e la morte indicando immobilità. Questo movimento involge il lettore, coinvolgendolo in una surrealtà quasi metafisica, dove l’insenatura e l’acqua stagnante si rivelano un seno, un porto sicuro ( per questo buio, un ritorno all’utero), un ubi consistam per la mente esaurita dal faticoso e gramo cercare ( i “pascoli magri”).                                       La proceduta formale si basa sia su allitterazioni, sia su rime interne:1) anSA, bASsi, fiducioSA, SerA, pAScoli, faticoSA, atteSA;    2) avViVA, Vena, figgitiVA, riVE; 3) Seno, Sera, conSEnte; 4) terRA, seRA.                   In importante posizione di incipit “Fiduciosa” (v,3) si riconnette a “Di luce”(v.5), con la stessa unità /uc /, mentre la dentale si ritrova in “ariDa” .            Valore fonosimbolico assume la “ pace casta” che mima lo smuoversi dell’acqua e la sequenza successiva di “ si avviva/ La vena in cuore, fuggitiva”, che avvia il movimento in “ si avviva”, incalza nell’emistichio “La vena in cuore” e si ferma nella pausa della virgola, per poi acquetarsi nell’accento piano di “ fuggitiva”. E qui il contrasto é anche fra l’aggettivo “arida”, riferito alla poca luce e l’improvviso accendersi di “ si avviva”, che è presente anche in altre poesie, ad es.:

La  sera

Incendia le fronti  

                                                                             (I fanciulli battono le monete rosse) 

 

oppure:

Le sere che il sole basso

Arrossava il petto…                                                                                        

                                                                              ( La luce era gridata a perdifiato). 

La parentetica ( ‘un’ala / Che appena turba lo stagno’) prepara il movimento successivo, fulmineo e conciso, come sempre in Sinisgalli. Ed è sempre il termine “ aRIda” che ci consente la fusione con il resto della poesia, rimando con “ magRI”

(v.8). Più giù il verbo “Torno”, collocato all’inizio, pone per la prima volta al centro della composizione l’io narrante, finora emarginato rispetto allo spazio (paesaggio) ed al tempo ( sera). E assume rilievo la “ cara pENa”, reciprocamente connessa col “buio sENo”, una pacificazione totale, che fa dimenticare i “pascoli magri” e le “rive morte” , perché di nuovo una regressione, un dolce ritorno ad una condizione

uterina, un percorso all’indietro verso la condizione e la cultura della dimenticata identità. E così questo paesaggio rimanda all’altro, quello della vita cittadina, del lavoro, della scienza, del contrasto quotidiano ed assume il ruolo di solenne

pacificatore, rasserenando, foscolianamente, l’animo. Il tema della sera, invero, è il più insistente fra quelli di “Vidi le Muse”, nelle raccolte successive ridurrà di molto la sua frequenza. Aggiungiamo qualche esempio, sempre da quel volume:

Queste sere miti di fine d’anno 

                                                                                    (I cani allentano la corsa ,v.4)

Trascina il vento della sera 

                                                                                    (San Babila, v.1) 

Inerte la fredda sera d’autunno

                                                                                     (Dicembre a Porta Nuova, v.2) 

La sera mi porta lungo la muraglia 

E’ nostro ancora questo fioco

                                                                                     ( Narni-Amelia Scalo, v.7) 

Lume della sera, un barbaglio

                                                                                     (Passiflora, v.1 e 2) 

Quando torna l’autunno si fa

tenera La terra dei piazzali, la sera

(…)

Non lo sapevi tu, re

Delle nostre sere segrete, lucifero

                                                                                    (Quando torna l’autunno si fa tenera, v.1 e 2; 12 e 13)

Di fresca sera nei venti (…)

Si accende questa sera

                                                                                    (A mio padre, v.8 e 15).

Il tema della sera è legato non solo all’esplicitazione di un comportamento da solitudine ma pure al controllo ormai acquisito, alla padronanza su questa inquietudine ( di emigrato, sradicato, sia al Nord che al Sud) nonché ai vari stilemi connessi che legittimano un’ansia di socialità ed un rifiuto della degradazione esistenziale. E la “ vena in cuore”, il sangue “ si avviva”, di “luce arida”, per una ritrovata felice pace; senza che il secco montemurrese altro ci dica, lasciando sul vago questo sentimento, senza chiarire alcunché di questi affetti smossi, lasciando ampio spazio alla nostra probabilità indagante sull’uomo che questa presenza impersona. Malinconia e noia, altri temi sinisgalliani, sono postulabili in quest’attesa metafisica dove le cose descritte si stagliano nette e ferme come da secoli, quasi il poeta le riporti in luce dopo un’ancestrale giacitura (esumazione dell’uomo-natura).

La tensione scaturisce dall’osservazione per cui, misteriosamente, la natura sa rinnovarsi ogni qualvolta che l’atto umano della contemplazione le si rivolga con giusto pathos, col demiurgico sforzo che, quale geometra rinascimentale, qui Sinisgalli esperisce. E in questa sera/seno torna l’ansioso poeta a riscattare lo sfacelo della rotta dei giorni, smorzando – nel lessico crepuscolare : pena, fuggitiva, avviva – la concentrazione emotiva che viene a spegnersi nella ben nota antieloquenza (l’oscuramento è positivo, fa acquisire in concentrazione, si ritorna dalla magia metafisica del paesaggio e dell’ora ai piedi per terra della propria condizione di quieto svuotamento, accettato senza inutili sussulti d’ideologica redenzione).                

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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