L’UTOPIA CONTADINA

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lucio-tufanoLUCIO TUFANO

In verità l’esodo del popolo contadino avrà certamente fatto mutare quelle misere condizioni di esistere, ma provocando e volendo la diaspora contadina si è anche ottenuta la perdita della identità ed una sorta di maledizione ha gravato sulle generazioni contadine, la infelicità delle metropoli e della cosiddetta modernità, il consumismo e l’alienazione. Non si spiegherebbero oggi tanti appelli al recupero delle radici, al ritrovamento dell’identità perduta, i vari tentativi di celebrare le origini ed il ritorno, con ricaduta turistica e con iniziative promozionali e di marketing, alla ruralità, alla salvaguardia dell’ambiente, al ripristino di posti e di località, alla inaugurazione, d

ROSSI DORIA

ROSSI DORIA

opo studi e ricerche, di oasi, di pezzi di territorio a forte vocazione agricola, di parchi storico-rurali per il turismo e lo sviluppo dei progetti leader finanziati dalla Comunità Europea. Le organizzazioni dei lavoratori agricoli, e degli agricoltori esigono il riemergere del mondo agricolo, citano Gustave Thibon, Virgilio, Rossi Doria ed i classici delle Cattedre ambulanti, mitizzano i prodotti tipici più che per la loro qualità, per la loro rarità. I contadini – si sostiene da più parti – senza pregiudicare i livelli di civiltà, di emancipazione e di professionalità raggiunti, se opportunamente assistiti e potenziati, sarebbero oggi gli esponenti di uno stato della felicità collegato alla storia, alla cultura ed alle tradizioni proprie.

Quale convinzione aveva Levi del nostro contadino e quale concetto? Si pongono tali domande anche quelli che, a distanza di tanti anni, tornano a consultare i suoi reperti. Anche la De Donato, nota ed attenta osservatrice del levismo, richiamata con il suo ultimo lavoro: Le parole del reale. Ricerche sulla prosa di Carlo Levi – Ed. Dedalo, Bari, febbraio 1998, sostiene che «il senso filosofico-politico del Levismo è “ambivalente” e lo sarà fino alla fine dell’itinerario umano ed artistico di Levi …». Per questo la De Donato definisce come «un “bifrontismo” ideologico, bilanciato sulla divaricazione tra una tendenza al ritorno alla mitica foresta delle origini e la tendenza verso il viaggio … una permanente alternativa tra speranza e rinuncia, tra vita come impulso ed energia creatrice e vita come rientro nella passività assoluta ed indistinta della massa, nella ripetizione infinita, nell’infinita passività, su cui regge tutto il suo sistema di idee e di immagine».

Ma quale concetto e quale convinzione se non quella paternalista, profondamente incarnata nella educazione ebraica dello scrittore, appartenente al popolo d’Israele, un popolo perseguitato dal potere istituzionale e di regime. È il popolo dei pastori e dei contadini lucani che Levi incita a diventare cospiratorio e sovversivo nei confronti della filosofia conservatrice e pur tuttavia fisiocratica ed autarchica, custode di valori tradizionali ed antropologici, dell’odiato Faraone-Fascismo.

In questo il Fascismo, sollecitando i rurali a rimanere legati alla loro terra ed alla loro quotidiana fatica, aveva quasi avvertito come in caso contrario il popolo contadino, abbandonata la sua quotidianità più che spezzare le proprie catene, avrebbe guadagnato la sua disperazione esistenziale, sarebbe andato incontro allo smarrimento della propria identità, avrebbe perduto il suo imprevedibile e vasto repertorio di mistero, di saggezza, di risorse millenarie, di cultura, avrebbe violato “la necessità esistenziale di rimanere nella terra” ed infine la radicata convinzione di essere componente fondamentale e primigenia delle determinazioni cosmiche.

FRANCO VITELLI

FRANCO VITELLI

Ci pare opportuno citare Franco Vitelli, che, in L’osservazione partecipata (Edisud, Salerno 1989), scrive come ancor prima che fosse disponibile la versione inglese, il Cristo si è fermato a Eboli «era già conosciuto in particolari ambienti ebraici ed italo-americani …». L’interesse suscitato in quegli ambienti e presso gli intellettuali dal libro, spinse i primi antropologi ed i primi operatori delle discipline storico-sociali come George Peck, Friedrick G. Friedmann, Ann Cornelisen, Edward C. Banfiied a venire in Basilicata, incuriositi e pronti a stimolare ogni possibile forma di riscatto e di liberazione del mondo contadino. Di “miti” parla Gaetano Fierro nel suo Laboratorio di Pitagora (Osanna, ediz. Gennaio 1999) a proposito delle prime esperienze di questi studiosi degli anni ’50, con il loro accanito modo di indagine sociale ed antropologico: «il dibattito più che orientarsi verso l’analisi delle contraddizioni della società, che avrebbe ricondotto fatalmente a riconoscere gli errori politici commessi dalle classi dirigenti dal Risorgimento al dopoguerra, si orienta verso la produzione, affascinante, di “miti” nel tentativo di individuare – così come era avvenuto nell’America della fine dell’Ottocento – una “nuova frontiera” oltre la quale sperimentare modelli alternativi alla civiltà capitalistica ed urbana».

MARIO ALICATA

MARIO ALICATA

Si formulava così la spinta missionaria al recupero civile della realtà agricola «nell’obbiettivo ambizioso di non disperdere, ma di valorizzare e tramandare tutto il patrimonio dei suoi valori».

Tutto ciò in funzione anche di una tradizione d’inchieste, studi ed appelli presenti nella letteratura socio-politica. Il latifondo e l’economia di sussistenza, ragioni storiche della miseria sociale ed ambientale, assurgono a verifica antiurbana, ad opposizione radicale e romantica contro la città e contro lo Stato, proprio come Mario Alicata aveva paventato.

 

 

 

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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