LES CHEVALIERS DE LA TABLE BRISEE

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LUCIO TUFANO

 

Alla bottiglieria Pappalardo … no, no! Al caffè D’Arpino parola d’onore, è il figlio del re.

Vive a Potenza un figlio di Vittorio Emanuele e Umberto I, non so più se figlio o fratello, ma egli esaudirà i vostri voti.

Le petizioni si ricevono dalle ore una alle ore ventiquattro, riceve anche di notte. Il cappello bianco sulle ventitré, aitante, recluta di fanteria, acrobata, ginnasta, saltimbanco della lingua, conferenziere senza grammatica, azzecca garbugli scaccia consigli, messo in carta bollata senza tavolino, referendaro di notizie spicciole e di benemerenze di casa Sabauda … pronto per una domanda da presentare al tribunale. Quattro uova fresche per la richiesta di un certificato, e per lo sgravio di un balzello?

Epigono ambulante del patronato, compilatore di modelli, consulente di vicolo per cittadini, scriba all’aperto per tutte le categorie di analfabeti che nel segno di croce firmano le loro richieste, i desiderata, al pubblico potere.

Ce n’è un altro che adesso non posso precisarvi in quanto è andato a Tricarico, suo paese di nascita. È piccolo, basso, paffuto, ricco, o si spaccia per tale, cappello grigio-perla listato in bianco e nero, vestito di nero zegrino, lucido per l’uso, scarpe in pelle lucida. Alla sua padrona di casa deve parecchi mensili, ma per tutti basta uno chèque. Un bimbo prodigio, un apprendista prestidicitore, la cui parola corre dippiù dei fatti a tracciare significati, storie di splendide avventure, conquistatore e don Giovanni. Non cercate in lui nessuna aureola di divinità. Ha occhi cilestri e baffi arricciati.

Sotto i balconi di casa lo aspetta la sua bella per sbattergli le imposte sul viso, un nostro sistema di fare

l’amore, eppure le adora tutte, biondo de, brune, vergini e vedove, in un inebriante valzer di sensazioni vertiginose.

Idilli, seduzioni, tradimenti, gelosie, canti, suoni lieti e soavi e maschere, sempre maschere nella commedia della vita.

Poeta, inventore di un nuovo brevetto per fare l’amore, da lezioni di tressette e scopone, gioca e vince al Caffè Viggiani. Mette a frutto le idee degli amici. Se da socialista divenisse pretino egli sarebbe anche codino.

In lui si adorano tutte le virtù. La sua mano tesa rende felici. Ecco, a distanza di un secolo, il primo paglietta senza precisi obbiettivi, ma con una matta voglia di sbalordire. Si trasforma, si affina, si camuffa e veste i panni del votato, votato da tutti, indispensabile, si fa levitare, portato dalle spirali del suo sigaro al quale disperatamente si aggrappa.

All’infuori di qualche città, in Basilicata, come si esprime il Lemormant, non si trova carne da macello ma si è condannati perpetuamente a carne di pollo: spaventosi uccellacci appollaiati sulle grandi zampe gialle, miseri meschini, cui non è dato un pugno di grano tra le sporcizie.

Li divorano i pidocchi, le piume si raggrinzano, senza voli, affetti da rachitismo, malattia della pelle. Vale la pena ucciderli? per cucinarli, farli a pezzi, sventrarli, tritarne le interiora con cipolla e pomodoro, se il frutto della loro carne non vale il piatto, attesa la magrezza?

Di necessità la gente di questo paese deve averne il palato. Da ciò i singolarissimi gusti, i sapori, i piatti archeologici nella ospitalità graziosa e borghese.

Una tavola val bene un pasticcio: una pasta di mandorle amare, un prosciutto, cetrioli in aceto, formaggio forte, frutta candita, menta, semi di finocchio, biscottini inzuccherati, zuppa, polli in arrosto, insomma le ricette di Apicio ripetute in generazioni di bocche, di palati, di sapori associati nelle calde serate solo per il forestiero.

Ma in Basilicata v’è una cucina mutilata: recinto di frontiere, dove si susseguono terremoti, scosse che danno brividi di paura e di freddo al dorso dell’Appennino, come quelli del passato e quello del 16 dicembre 1857, che ha procurato ai cerusici lavoro per quattromila amputazioni, epidemie, grotte, nidi di aquila ai pastori, agli eremiti ed ai briganti.

A Roma invece si stringono le mani della politica estera: il piccolo Piemonte, annessi i piccoli regni della penisola, si pregia dell’amicizia della Francia, della Germania, dell’Austria.

Vibrazioni d’estate, di nuove alleanze, teatro di azione per feste diplomatiche. Una carrozza in più per chi, al di là della questione romana, dal Quirinale voglia attraversare il Tevere per officiare il sommo pontefice.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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