L’ESPRIT DE FINESSE ET L’ESPRIT DE GEOMETRIE

0

LUCIO TUFANO

L’esprit de finesse et l’esprit de geometrie [1]

 

 

 

 

 

 

Sono una serva di poeti

Gli anni mi mangiano le mani,

i miei pensieri vanno lontano.

Che tanfo di tappeti di libri di divani!

Sono una serva di poeti,

dovrei stare sulle nuvole,

dovrei vivere tra i fiori.

Non so scrivere, non so cantare.

Tutti voi avete un dio che vi perdona.

lo ho un passero che mi consola.

Sto sempre vaga, il sogno non mi appaga.

(Roma, dic. 1962  Leonardo Sinisgalli)

 

Il ricordo più vivo che ho di Leonardo Sinisgalli risale all’ormai lontano 1975. Esattamente, all’otto dicembre 1975. Quella sera a Potenza c’era la premiazione del “Basilicata” e quell’anno il festeggiato, il premiato, era  lui, il principe di Montemurro, secondo la definizione vezzosa che ne aveva dato un altro poeta lucano, Michele Parrella.

Il Presidente del Premio era, naturalmente, Emilio Colombo che chiamò il poeta e scrittore al microfono appellandolo con il titolo di “Ingegnere” (che pure Sinisgalli deteneva) così come si usa fare con bonaria e circospetta gentilezza con quelli che vengono dal Ministero dei Lavori Pubblici per un collaudo tecnico. Il poeta si presentò al microfono, si aggiustò ben bene i pantaloni tirandoli su dalla cintola ed esordì affermando di riconoscere che ormai la Lucania non era più quella dell’età della luna, ma un’altra cosa, non era più quella di quando la nonna gli dava due soldi di monete rosse.

Informò inoltre la platea, con aria ironica, che proprio in quei giorni il suo amico Montale si trovava a Stoccolma, in Svezia, per ritirare un (ben) altro premio, il Nobel, ma che nel giorno dell’Immacolata Concezione, nella giornata cioè di poesia, egli era ugualmente contento, anzi lo era di più perché il premio gli veniva elargito proprio dalla sua terra. Riferì, quindi, del tempo occorsogli per mettere insieme i monologhi, le cronache e gli aneddoti di “Un disegno di Scipione ed altri racconti”, circa nove anni (un tempo che gli indiani pellirosse contano per lune) mentre qualcuno della giuria che sedeva quella sera al tavolo della presidenza aveva composto un bestseller nientedimeno che in un solo anno!

Nel concludere il suo intervento, egli fece inoltre una chiara allusione al suo ormai famoso dualismo, alla sua nota “coincidentia oppositorum”, alla poesia ed alla matematica, le due dimensioni che sembravano a volte rispecchiare in lui con caparbia iterazione i momenti alterni della provincia e della città, della campagna e dell’industria, del bello e del brutto, di Elena e dell’Orco, “tra cui vi è la differenza di un infinitesimo”, affermando che sin da ragazzo egli aveva sempre sentito il problema dei due cervelli, quello matematico e quello poetico, autodefinendosi un “granchio a due teste”, uno di quelli che si trovano sotto le pietre della Lucania.

Lo rividi il giorno dopo, sempre a Potenza, mentre intratteneva gli studenti della scuola media “Torraca” in una libreria e discuteva di sé e dei suoi libri; il Sinisgalli interamente e finalmente lucano, come ai tempi giovanili, quando si accingeva a partire per nuovi lidi, quando il suo amico Domenico Bonelli lo avvertiva delle numerose trappole della metropoli e del labirinto letterario che era allora l’ermetismo imperante. Doveva saper scegliere tra il pari e il dispari, tra l’estetica e la morale. Il diavolo lo avrebbe atteso a Roma, esattamente a Ponte Milvio, gli diceva ridacchiando l’arguto Mimì Bonelli, commosso al tempo stesso, della partenza del giovane amico segnato dalle Muse. Intanto in Lucania, vecchi testi subivano alterazioni. Orazio ritornava “Lucanus an apulus”, Isabella Morra, con i suoi fiumi di lacrime, al destino del suo insidioso paese Valsinni, all’amore del suo poeta catalano e Nicola Sole alla giustificata severità del De Sanctis.

Il culto della madre, della nonna, degli zii, lo contraddistingueva con una caratterialità media da ceto borghese, consona al figlio di un agiato artigiano emigrato in Colombia, dove i fratelli avevano fatto fortuna vendendo cappelli di Monza e tessuti di Biella. Studiò a Roma ed a Milano, si interessò di architettura, di gusto plastico, di decorazione, di arredamento e stili, di critica d’arte, sin dagli anni ’40-41 nei quali collaborava alla rivista “Primato” diretta da Giuseppe Bottai e da Giorgio Vecchietti. Su questa famosa rivista Sinisgalli pubblicò anche le sue prime poesie. In seguito lavorò con la Olivetti, con la Lancia, con la Pirelli, fornendo a queste grandi industrie idee e spunti genialissimi d’inventiva pubblicitaria. Negli anni ’70 aveva collaborato anche a “Il Settimanale” della Rusconi Editore ed aveva attaccato Montale che invece era il poeta della media borghesia lombarda, di quella europea ed illuminata. Come uno degli scrittori dell’800 europeo, Sinisgalli scriveva della sua famiglia, delle località, degli ambienti, delle campagne soleggiate ed ombrose, della propria splendida adolescenza, degli antenati, indugiava sui posti dove aveva trascorso gli anni dell’infanzia e parlava di tutto con ricchezza di particolari. Coccolato dalla nonna, rievoca con linee precise le figure della bisnonna e dei parenti.

La forte immagine della madre riaffiora in maniera ossessiva: una madre che non si è mai piaciuta, che non ha mai portato un barile in testa o una cesta, un sacco, neppure il trofeo di candele dietro le processioni, che non ha mai lavato piatti o piastrelle, una “principessa Taitù”, che aveva la pelle olivastra e le labbra strette, che aveva in orrore le zitelle, che non sopportava le mani con le unghie sporche e disprezzava quelli che non sapevano fare un discorso filato, che andava presa per il suo verso, che era ombrosa e triste, che si metteva di malumore per un’inezia, che aveva due o tre donne fidate per il bucato, che gestiva un potere assoluto, matriarcale appunto.

“Mia madre – diceva Sinisgalli – aveva un modo strano di carezzarmi la faccia, mi premeva il palmo contro il muso, quasi mi schiacciava le labbra, mi tirava indietro di colpo per baciarmi sulla nuca. Io chiudevo gli occhi credendo di potermi addormentare in quel deliquio. Ma si pentiva, mi voleva forte, mi respingeva coi piedi per terra dove giacevano sparsi i semi neri delle carrube” …

Certamente in tutta l’opera di Sinisgalli v’è un profondo legame con l’infanzia e con le figure che hanno vitalizzato quella fase della sua vita divenuta, dopo, inesauribile fonte di memorie emotive ed affettive; forse è anche il caso di imbattersi nella sua personalità psichica. C’entra questa con Sinisgalli? Nei passi riportati si parla di figure autoritarie ed in quasi tutti i monologhi della sua infanzia vi è un continuo prestarsi ad immagini freudiane. Leggiamo intanto una considerazione di Michel David, tratta dal noto libro “La psicanalisi nella cultura italiana” (Boringhieri Editore).

“A Roma, d’altra parte, la corrente ermetica avrebbe assorbito rapidamente i poeti liberati dal carduccianesimo e dal dannunzianesimo e quelli tentati dagli spiritualismi panreligiosi ed avrebbe mantenuto i giovani fuori dal contagio del surrealismo. Onofrio, Comi, Sinisgalli, De Libero, appaiono del tutto puri di influenza freudiana, almeno nella loro produzione d’anteguerra, e se qualche addentellato con la psicanalisi potesse scoprirsi nelle loro opere, sarebbe effetto dell’antroposofia, del bergonismo, o di una timida eco junghiana. Perfino un uomo interessato alla scienza moderna, come Sinisgalli, non si è allontanato in fondo, dal suo idealismo dei primi tempi”.

“Le risposte dell’inconscio sono quasi sempre false”, scrive su “Il Mondo” il 14 aprile 1964.

Non si tratta, infatti, di misteri borghesi del sesso, di labirinti segreti della psiche, ma il padre e la madre rappresentano la cupa necessità biblica.

Quella sua intelligenza analitica, a differenza di Montale, non la si trova nei versi. “L’esprit de geometrie” ha finito con l’influire sulla vena, come paura di perdere il verso. Tutta la personalità di Montale si ritrova nella sua poesia. Sinisgalli per completarsi ha bisogno della prosa. Montale riversa la sua intelligenza nel sentimento ed ogni suo fatto, ogni memoria, subisce il filtro accurato dell’intelligenza. L’intelligenza di Sinisgalli è quella che guarda la poesia, ne osserva la spontanea evoluzione. Non è quasi mai la poesia stessa; egli le rimane accanto, ammaliato. Quando si accinge a comporne il verso diventa stranamente elegiaco e pur conservando una certa secchezza non riesce, nel corso della composizione, a darle il respiro ampio, a profondervi l’impegno e la forza che specialmente lui potrebbe far scaturire dall’integrazione delle due muse. Ne viene fuori sì un verso rapido, di sintesi, ma anche idilliaco e campagnolo. Da sagace allievo di Ungaretti, Sinisgalli si pone tra l’ermetismo ed il postermetismo, assumendo la dignità di un grande minore del 1900, un novecentista che, tutto sommato, si è guardato bene dall’essere dannunziano. In effetti i due momenti della sua cultura non si sono integrati se non nel “Furor Matematicus”, nella famosa rivista “Civiltà delle macchine” ed in qualche altra opera. come uomo del ‘900, Sinisgalli ci presenta la sua, la nostra regione, la Lucania, in una visione arcaica, limpida. A volte, infatti, appare come il cantore della Lucania agricola, artigiana, del perfetto accordo tra città e campagna, il cantore di una visione geometrica, armonica, della battaglia del grano e della festa dell’uva, degli scenari da Fascio di paese, dei grotteschi ruoli di allora, soleggiate mattine di moschetti e fez. Il tutto, in verità, si lega al grande amore per le visioni del passato, un’esperienza parnassiana che spesso si spezza fra Roma, Potenza e Montemurro.

Anche il mio cuore

Bevve alle coppe

Della lupa. La spalla meschina

Strinse il calcio del moschetto

E un caporaletto

Da un soldo, un balilla

Accese la miccia degli alalà

I frati col fischietto

Passarono carponi

Sotto le mura e gli archi

Dentro il cerchio di fuoco

Volavano i gerarchi

Chi corse verso Tripoli?

Chi raggiunse il Mar Rosso?

Decrepite duchesse

E consoli citrulli

Il martirio ai più belli

E la fessa ai fanciulli.

 

Con la maniera ermetica di esprimere i propri sentimenti e che è corredo ormai del nostro più antico Novecento, Sinisgalli ha sempre cercato, come Montale ed i giovani allievi di Firenze, Luzi, Gatto, Bigongiari, una “forma” assoluta di poesia, una poesia scevra da parole false o convenzionali. Già noto come poeta ermetico, Sinisgalli si è avvalso della prosa, dopo aver attinto ad Arthur Rimbaud, a Stephane Mallarmé, a Lautreaumont, a Marcel Proust, a Vincenzo Cardarelli, a Leopardi, a Papini, ad Aldo Palazzeschi, a Gozzano, a Corazzini. La sua poesia ermetica fu anche evocativa, “orfica”, per lo struggente desiderio di penetrare nell’intimo della propria esistenza, in un linguaggio simbolico, facilmente ravvisabile nel primo periodo romano, in quello degli anni milanesi, in quello della vita militare (“Se avrò il tempo e la conoscenza”, “La collina delle Muse”, e le prose di “Belliboschi”), pur non essendovi l’essenzialità della parola/verbo di Quasimodo, dell’inno/preghiera di Ungaretti, della visione chimerica di Dino Campana, del canto melodico di Alfonso Gatto.

Si tratta, in sostanza, di un genere autobiografico, di una forma diaristica, come racconto della propria memoria, come superamento delle contraddizioni esistenziali, senza raggiungere le apoteosi autobiografiche di Caldarelli o la durezza o l’intima fraterna malinconia di Saba, o il racconto monologo, problematico ed ambiguo, della tormentata coscienza di Pavese.

In “Fiori pari, fiori dispari” la magia della funzione ermetismo e matematica raggiunge la sublimazione negli alambicchi del granchio stregone, senza il rigoroso rispetto della coscienza unitaria del tempo, senza l’umiltà di valutare la storia come fa Bertold Brecht, senza il coraggio di percepire i sintomi della evoluzione sotterranea del cosmo di Giovanni Pascoli.

Un peccato d’orgoglio o forse la fiducia nel fatto che il carattere potesse avere una maschera antica, immobile e semiseria? La credenza cieca nel gioco della Magna Grecia, senza ricordare Eschilo, né Sofocle? Come le gazze o come le virtuose ragazze di un tempo che raccoglievano le preziose cose colorate, le pietre ed i ninnoli per metterli fuori, sciorinando il tutto davanti agli occhi attoniti del primo visitatore, mai stanco di compiacersi di quell’ammirazione suscitata nell’ospite; un collezionista di ricorsi, insomma, con ingredienti lucani, uno scrutatore di sé che fruga dovunque, pur di trovare motivo di “poesia”: “Ci siamo abituati a considerare la poesia come un fiore o un frutto raro, un osso o un cristallo, un uovo o una perla, senza tenere in gran conto le catene di choc, di raptus, miracoli, accidenti che sono i naturali antefatti dell’ispirazione”.

“Oltre ai suoi vivi ed ai suoi morti, tutta l’umile gente di Montemurro circola nelle pagine dello scrittore. Ed i vari personaggi non sono pretesti od occasioni, non sono avvolti da compiacimenti retorici, ma sono rappresentati in atteggiamenti precisi e reali, nella loro umana concretezza”, scrive Filiberto Mazzoleni.

“Di lontano il poeta punta su di loro il cannocchiale della sua nostalgica fantasia; ed ecco, dei puntini neri assumono lineamenti umani, siedono sulla pietra del focolare, si muovono nei campi, scostano tralci e ruvide foglie, sprangano cancelli, innaffiano la terra, si smontano al rumore dell’acqua che dai barili è calata nei secchi,rimettono i ferri ai puledri …”.

MONTEMURRO

casa natale di Leonardo Sinisgalli

Intanto, considerando il quadro storico nazionale, egli cerca di evitare una Lucania che vive la tragedia del Fascismo agrario, che vive poi i tempi del riscatto contadino, che combatte l’epopea della conquista delle terre, che soffre il dramma dell’esodo e non intende a fondo il ruolo del poeta e di intellettuale organico che fu di Rocco Scotellaro, uno dei poeti lucani assurti a leader del movimento contadino e che ha dato una immagine della Lucania in lotta.

Quando Sinisgalli, come osservò Ugo Reale, “si schiera dalla parte della sofferenza”, sorge il dubbio che si tratti del pathos proprio dello spirito letterario neoromantico.

“Non capisco quelli che si lasciano incantare dai panorami. A me, appena l’uomo, o il cane, o la gallina, sono scomparsi dal campo visivo, le fabbriche comunicano una strana angoscia come se fossero già postume e di là, da quei balconi, non potessero più affacciarsi ai vivi”.

Questa confessione denota una strana allergia agli ambienti sociali, una paura per quelli operai,poiché la tetraggine che intravede nelle fabbriche gli dà la stessa sensazione di chi è costretto ad osservare un quadro del realismo socialista.

In definitiva, si tratta di un magistrale poligrafo, un “grafico” nella letteratura: può, a volte, paragonarsi ad uno di quegli antichi mandarini cinesi che trascorrevano anni e mesi a perfezionare cinque versi alla luna o al pesco del giardino, con una grande abilità di disegnare gli spazi vuoti, di raccontare l’aria, di fabbricare un orologio che potesse funzionare senza la corda.

Come il diario sia diventato il genere privilegiato di scrittura, un antico modo di demistificazione spontanea, il mezzo ideale di confessione per l’influenza paralizzante che ha esercitato sullo stile enfatico, verso il raggiungimento di quello che è stato definito il “grado zero della scrittura” ce lo disse ancora Michel David (“con il diario intimo l’Io reale ha detronizzato l’Io glorioso”) e ce lo conferma Mario Lunetta su “Rinascita” del 19 dicembre 1975 quando dichiara il suo debole per tutte le scritture di “primo grado”: biografie, memoirs, zibaldoni, journaux, taccuini, agendine … Quest’ultimo ci confessò di aver goduto la lettura “breve ed ingorda, dell’ultimo libro di Sinisgalli dove, appunto, tutto è stile, elegantemente scarno, spigoloso e brillante come pirite, nitido, veloce, e in cui l’unica civetteria è data dalla sprezzatura tra l’ironico ed il sarcastico di chi taglia seccamente alcuni brandelli della propria vita, e solo dopo si avvede, maliziosamente, ma senza mai ricavarci su egloghe o elegie, del loro valore simbolico“.

“Il mazzo di tarocchi biografici, avventurosamente mescolato dal tempo e dal caso finisce sempre per comporsi, fatalmente, in una combinazione che ha per assi la Lucania e Roma, la provincia nativa e la metropoli da conquistare … la madre che sempre più di rado oltrepassa la soglia della porta di casa, i piccoli ma tortuosi labirinti degli interessi che dividono i membri di una comunità familiare; l’aspro paesaggio lucano, la solitudine dell’adolescente Leonardo, la sua precoce miopia, il suo straordinario talento matematico, la scoperta della poesia e, quindi, dei nessi occulti che legano la scienza del numero e la scienza della parola. Questa è la trama di fondo su cui Sinisgalli tesse altri motivi al tempo stesso personali e molto emblematici”.

I Lucani di cui parla nell’ultimo pezzo del succitato libro sono, evidentemente, i sottoproletari di campagna, i lillipuziani di una regione che non esiste più o quelli della preistoria e Lunetta dice ancora di non sapere quanto “folklorismo e etnologismo pesino su questa definizione; essa non contiene che una parte molto ridotta (e tradizionale) di verità. Riguarda, in fondo, una Lucania ancora fuori dalla storia”.

Noi sappiamo come un poeta possa affascinare un certo pubblico ed offrirgli l’acre odore dei fuochi alimentati dagli sterpi, la fragranza del pane di grano e le immagini degli asini, le creature della fiaba, così come l’Ariosto incantava gli astanti nelle sale del Palazzo Estense. Per quel pubblico egli rende poetici il cimelio e l’amuleto, il ferro di cavallo ed il comignolo animato. Alla fine crede che un motore diesel sia uguale al respiro del rospo e che la poesia entri gratis nella stalla come nell’Alfa Romeo, che le parole, fatta la penitenza, possano cambiare le carte e le regole del gioco. Chissà se si accorgeva come anche la poesia facesse parte dell’uomo, fosse mortale, avesse una sua carne, i suoi umori e le sue distinzioni di classe. Occorre che il poeta sia dalla parte della sofferenza, di una scelta praticata pro o contro qualcosa. La poesia non è una cosa immobile, non è religioso – aprioristica, ma accompagna l’uomo senza essere un miracolo; è un fatto compiuto, un’acquisizione, la guarigione da qualsiasi malattia come era nei versi finali di Rimbaud. Va infine detto che Sinisgalli è il poeta che per primo ha catalogato il mondo lucano, gli ha dato una voce poetica, ha saputo, attraverso una nomenclatura delle cose, congiungere due civiltà lontanissime tra di loro eppure intrinsecamente legate, quella contadina ed artigiana, da un lato, e quella tecnologico-industriale, dall’altro, rendendo possibile un’osmosi non alienante per l’uomo. A differenza di Levi, Sinisgalli non ha squarciato i misteriosi nembi di una regione “antropologica” per eccellenza, ma si è limitato, invece, a riportarne le nitide scene e a celebrarne i vasti repertori, le mitologie antiquarie con la avvedutezza di una cultura capace di inserirla nel contesto delle civiltà europee.

[1] Lucio Tufano – “Lucania Finanza” n. 3 – 2001. diretto da P. Quartana.

Share.

Sull'Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


Lascia un Commento