‘ LÌ  STRUMBL’

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il racconto della Domenica

di  Gerardo    Acierno

La mattina quando suo figlio venne al mondo, una domenica dolce di maggio, Leonardo, geometra con lo studio al 15 di vico Umberto, non trovò nulla di meglio da fare che rifugiarsi nella quiete dello scantinato di casa. Il tranquillo buco dove i suoi antenati, per anni, si erano industriati a costruire giocattoli di legno poi animati dalla fantasia dei ragazzi nelle strade del paese dopo la guerra fascista gli parve permeato da un fiabesco silenzio.
La sua attenzione ricadde su certi attrezzi da lavoro simili a reperti archeologici: spatole e bulini giacevano sepolti nella polvere sul massiccio banco piazzato al centro della stanza. L’odore del chiuso si mescolava a quello ancora vivo dei trucioli e della segatura. Dalla porta appannata s’infilava un taglio di luce color rame: andava a specchiarsi sulla lama dentata della vecchia sega appesa al muro e inseguiva, disturbandolo non poco, un laborioso ragno aggrappato al suo filo sottile. Sulle mensole inchiodate nell’intonaco antico barattoli di colore rinsecchito, di colla incrostata e di acquaragia svanita somigliavano a ballerine del Varietà in passerella.
Una sigaretta dopo l’altra, Leonardo si lasciò travolgere da un felice tsunami di sogni e fantasie: “Ingegnere o direttore d’orchestra? E se il giovanotto dimostrasse passione per l’inchiesta, per l’approfondimento giornalistico? Oppure, docente universitario: conferenze internazionali, pubblicazioni in serie, opinioni e pareri illuminati e illuminanti. Operaio, no! E tanto meno artigiano: i suoi avevano già dato alla categoria! Del resto il diploma di geometra, grazie a Dio, aveva affrancato lui dal lavoro manuale portandolo a disegnare strade interpoderali e case coloniche a due piani, mai a scorticarsi le mani per scartavetrare il legno …”. Nei primi anni Settanta del Novecento, in questo schizzo d’Italia, paesano, pieno di contraddizioni, ricco di sogni e di ritardi, di speranze e di provincialismo, di clientele e di fragile memoria, quasi tutti gli abitanti la pensavano in questo modo.
Leonardo si rigirò sulla sedia impagliata e con lo sguardo carezzò quella che era stata l’industria di famiglia. Quanti curiosi gingilli erano usciti da quella bottega! Soprattutto gli “strumbl”, ovvero le trottole, intagliate e plasmate in mille forme. Erano coni di legno d’ulivo, scanalati e lavorati al tornio a pedale, dotati di una punta d’acciaio, di buona equilibratura e di una cordicella utile al lancio. Oggetti poveri che avevano affollato i lunghi pomeriggi di sole e di gioco della sua generazione, diventata adulta anche addestrando il polso al perfetto lancio della propria trottola contro quella dell’amico-avversario, in una sorta di rusticana disfida tra schiavi dei capricci di un laccio a volte troppo lungo altre volte troppo corto. Trottole come metafore della vita, nella quale si è lanciati senza la propria volontà e si gira e si rigira; ci s’incontra e ci si scontra; si ondeggia, si rischia di abbattersi e si spera nel fortunoso colpo di polso per riprendersi, per tornare a girare, illudendosi di trovare in questa giostra continua la verità.
Poi, il geometra si alzò da quella seggiola avita, raccolse il tutto – ricordi, riflessioni e speranze – nel fumo di un’altra sigaretta e di buona lena raggiunse la tavola imbandita, su in casa, dove la suocera aveva dato sfogo alla sua sterminata fantasia culinaria. “La puerpera – disse la suocera – ha telefonato dall’ospedale e ha confermato l’ottimo stato di salute del piccolo e quello suo”. Bussarono alla porta. Era il fioraio con undici garofani rossi e un biglietto. La donna con foga abbrancò i fiori. Leonardo scartò la busta: “Alla splendida signora del carissimo Leo, bravo geometra e validissimo Segretario di Sezione al quale il Partito deve tanto. Che il piccolo erede possa crescere e vivere in una Nazione sempre più democratica e prospera. Con affetto, Vito Zitolla, Senatore della Repubblica Italiana”. – Davvero una gran brava persona il senatore Zitolla – pensarono senza dirselo sia Leo che la suocera.
Qualche anno dopo quella gran brava persona del senatore si portò via la bella moglie di Leo. In paese – fingendo – ci si scandalizzò e si sparlò della donna come di una scapestrata, ambiziosa e piena di pretese. Un putiferio, insomma. In realtà le cose andarono come sempre sono andate in queste circostanze: le donne incolparono lei e compatirono Leo; gli uomini, dal canto loro, ignorarono Leo e giustificarono sua moglie; quasi tutti i paesani assolsero il senatore, con buona pace di chi – per la verità in pochi – chiedeva le sue dimissioni da ogni carica pubblica. E, giustappunto, il senatore non si dimise. Cambiò Collegio elettorale e Partito politico. Il bravo geometra, invece, fedelmente continuò a credere nella Libertà e nella Giustizia. Il senatore fu assoldato da altri padroni. Leo orgogliosamente non restituì mai la tessera al Partito, nemmeno quando questo fu prosciugato e disintegrato da una miriade di inchieste giudiziarie e di condanne.
Leo invecchiò precocemente e ammalatosi trascorse gli ultimi tempi della sua vita quasi sempre rinchiuso nel vecchio scantinato. Una sera si ritrovò davanti a un rimasuglio di quei vecchi ninnoli. Le trottole, “li strumbl”. Sorrise teneramente come solo gli anziani fanno. Gli oggetti formavano un bel mucchietto. Leo si accovacciò su delle tavole sparse sul pavimento e dispose ‘li strumbl’ perfettamente in riga. Li osservò a lungo, poi con mano tremante avvinghiò il laccio intorno al primo della fila, stirò ben bene la cordicella e … fiuuù! …  Il sibilo dell’oggetto in movimento gli regalò un’emozione straordinaria. Leo seguì stupefatto quel cosino di legno mentre girava e rigirava, caracollava e dava la sensazione di fermarsi, e invece si riprendeva e barcollava e si drizzava di nuovo e volteggiava come fa la farfalla sui papaveri nei prati di maggio. E quando il primo ‘strumbl’ si acquietò, Leo ne prese un altro dalla fila e poi un altro e infine li fece girare tutti insieme. Le trottole si toccarono, si sfiorarono, si respinsero creando un carosello sempre più avvincente. Al termine, Leo se le infilò nelle tasche fino a rigonfiarle del tutto. Quella sera tornò a casa contento di non dover trascorrere più notti e giorni in solitudine: ora poteva giocare felicemente con quei pezzi di legno dalle punte acuminate che gli stavano graffiando le gambe senza lasciargli, chissà perché, tracce di dolore.
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