LUCIO TUFANO
Non è un bastimento carico di speranze e di emigranti, né un moderno piroscafo, il Titanic, semiaffondato in un oceano di polvere. Non è il Rex, il Conte Grande, il Victoria. Non è un treno che fugge fischiando nei finestrini illuminati; non è neppure il teatro per antonomasia come la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, il Regio di Torino, né il Carlo Felice di Genova. È un piccolo teatro della periferia meridionale. Perciò il materiale da elaborare ed illustrare andava reperito anche fuori delle sue mura, nel più ampio proscenio della piazza e dei vicoli stracolmi di personaggi-attori, nelle coreografie di stagione e di regime. Unico tempio d’arte della intera regione fu definito e rappresentò la cultura d’élite che, varcando i suoi cancelli e il suo foyer, si appartava lasciando fuori la realtà rigida e nevosa degli inverni e quella drammatica del popolo. Un vortice di balli, di brindisi, di baciamani; stivali e sciabole nella sincronia delle danze: un avamposto nelle zone equatoriali o nelle steppe nevose. La tormenta di nevischio l’avvolge in una bianca coltre, come il forte in preda al vento e al deserto. Fu ricettacolo di ogni sorta di manifestazioni, dalle lunghe stagioni liriche, dai manifesti logorati al sole ed alla pioggia, alla cultura patriottarda neorisorgimentale, alle avventure africane, di Vittorio Veneto, dannunziane e delle retoriche mussoliniane e imperiali. Ha segnato la grigia stagione, l’invidia dai palchi delle zitelle, la foga perversa del pettegolezzo, della calunnia, i dispetti dei caporaletti in camicia nera. Il capo della provincia, il prefetto, termometro della nevrosi politica e della preoccupazione dei governi, assume le proporzioni di un mimo a volte anche volgare. Nel Circolo lucano, il circolo dei signori, pertinenza del teatro, rimesso a nuovo con tendaggi ed affreschi, con i lampadari di Boemia, lussuosi saloni, lacche, specchi, cento fossette nelle imbottiture dei divani, fiori disseminati dappertutto, sulle tappezzerie, sulle porcellane, sui parati, sui punti in croce, sulle poltrone. Nel contegno stile Impero dei saloni, non si balla più il boston e il valzer o la mazurca. V’è l’accesso per il Teatro, vi sono le scale per il buffet e i tavoli verdi fin sopra, nelle salette dell’ultimo piano. Masserie, carrozze e mogli, cavalli, cambiali ed orologi da taschino, un elogio al botteghino. Si è trattato di teatro, scenografie surreali, con gusti, idee, ideologie succedanee, con manovre di massa, di bandiere e di gagliardetti, giovani cadetti, divise, piccole italiane, figli della lupa, ballila. Qui si racconta, in almanacco storico-poetico e di costume, una storia parallela, anzi a tre fili, di teatro, città e campagna. È un edificio che racchiude nei suoi logori velluti il 900, qualche strascico dell’800 e la prospettiva democratica e nuova del dopo restauro. Le uniche varianti furono quelle dell’ossequio e del servilismo ai regimi, del trasformismo e dell’opportunismo. Con fervore mistico hanno ammirato le cosce, più delle statue, palesando lo strano bisogno, il desiderio di toccare, il languido amore, il miraggio, l’ottica illusione. Coscia! Visnù di provincia, dea dal giro vorticoso, cento scarpette, cento gambe, can can, parate di mayorettes su lunghe tolde di portaerei americane. Scena aperta, prima visione: le donne divine, le vicine, le possibili reali donne dell’ultramondo, quelle vere, delle grandi città, dalle belle facce estranee. Unghie laccate, sfingi truccate. I paradisi terrestri furono perduti per le proibite toccate. Spettroscopia della luce e della storia, raggio ultra/viola delle ballerine e dei primi attori, riflesso infrarosso di immagini fugaci, di giarrettiere nere e rosa, chiusura nelle guaine di ben tornite gambe, feluche, fez, chepì berrette, parrucche, inchini di tutti. Documenti originali che testimoniano in definitiva la volontà conservatrice della media e piccola borghesia, dei burocrati e degli agrari, l’accettazione remissiva dei prefetti e dei governi, degli abusi e dei soprusi e fanno capire quale cuore in realtà avesse questa città, quali gusti o sentimenti. Struttura quindi dentro ed attraverso ceti, regimi, temperamento, viltà, follìe, usanze e usato che hanno offerto la possibile, attenta disamina e la didattica incerta che nella provincia la storia si muove su predestinati binari e nell’alibi del caso. Tra le sue mura è catturato il secolo piccolo borghese, con i complessi, le abitudini e il terziario che avrebbe divorato i mestieri. Microcosmo dall’aria limpida, rarefatta, come raccolta in globo di vetro. Città che vive la sua storia come aspettativa di fatti che dovrebbero accadere e non accadono. Fortezza di mura sgretolate, torre senza merli, senza grate. Di tanto in tanto interviene la storia madre, con la sua irruenza, l’assenza di discriminanti e sembra divorare la storia piccola. Mare di pesci grandi che divorano i pesci piccoli. Ma le passioni politiche, i conflitti sociali sono penetrati con ben altra invadenza nelle sale: raduni elettorali, assemble di delegati, congressi di partito, sindacali. Storia densa, contraddittoria, intessuta di momenti squallidi, euforici, drammatici e di risvolti farseschi. Magico recipiente, scatolone di immagini e di suoni. Avvenimenti tumultuosi, contrasti nazionali, di classi, mode e vanità. Non un ambiente escluso, ma caleidoscopio colorato, movimentato: nostro viveur di quarto rango, cui è sempre mancata l’aureola della grande mondanità. Il presente storico per gli anni più remoti, per quegli anni, angoli, corridoi, che hanno preteso più forte chiarore per essere scrutati. Il perfetto dei latini o l’aoristo dei greci per trattare le vicende a noi più vicine, le più recenti, per una sorta di teoria che prediliga il passato rispetto al presente; il passato che ha bisogno di lenti, di ingrandimenti, di proiezioni molto più ravvicinate rispetto ai giorni compresi nel ciclo contemporaneo, inversamente proporzionale. Presbitismo della storia, capitolo capovolto, rovescio delle pagine, conto rovesciato, relatività del racconto, dei fatti, gli stessi fatti di una umanità artefice di errori, di scherzi e vizi analoghi. Corsi e ricorsi dei difetti e delle ingenuità, riciclaggi dei personaggi, miti e demiti, pareggi, spareggi del piccolo/grande teatro, paraumano/burocratico, nazionale, demo-plutocratico.
