L’illusione delle elezioni amministrative.

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GERARDO LISCO

 

Il 14 ottobre scorso in molte città d’Italia –  Roma, Napoli, Torino, Bologna – e in Calabria si sono tenute le elezioni amministrative che hanno interessato diversi milioni di cittadini. Il dato che è emerso in modo eclatante è l’alta astensione; se al primo turno l’astensione ha superato il 50% , al ballottaggio il dato dell’astensione è tra il 55 e il 60%. Nelle grandi città, Roma e non solo, a non aver votato sono stati gli elettori delle periferie, ossia gli appartenenti alle classi sociali che da anni pagano sulla propria pelle i costi del sistema economico capitalista in ristrutturazione. A distanza di diversi giorni l’analisi del voto acquista un diverso significato in considerazione anche delle dichiarazioni dei vari esponenti politici. Letta subito dopo il risultato ha dichiarato che il PD aveva ritrovato la sintonia con gli italiani. A questa prima dichiarazione di Letta hanno fatto  eco le dichiarazioni di tutti gli altri esponenti del centrosinistra. I media hanno contribuito ad amplificare il risultato sostenendo che le elezioni amministrative rafforzano il governo Draghi e per alcuni commentatori ad aver vinto è addirittura  Draghi. Il centrodestra, nello specifico Salvini e Meloni hanno provato, in qualche modo a controbattere senza, però,  grandi risultati. In un contesto dominato dai media e dalle aspettative, il risultato è stato percepito come vittoria o sconfitta a seconda di ciò che le singole forze politiche si aspettavano.  Il PD con il risultato delle amministrative punta sempre di più ad accreditarsi come il Partito di Draghi, la Lega è alla ricerca di un nuovo posizionamento, Fratelli d’Italia è in questo momento l’unica e sola opposizione al Governo Draghi ma privo di classe dirigente adeguata teme che la remota possibilità di andare il governo possa realizzarsi. Il M5S a guida Conte è anch’esso alla ricerca della propria identità. Il PD, dal momento che le altre forze politiche sono in transizione spera di fare il colpaccio presentandosi come elemento di stabilità politica, facendo leva sull’immagine di Draghi e sul gradimento di cui egli gode, almeno stando ai sondaggi. Il PD in questa prospettiva si pone come punto di riferimento di un nuovo “Ulivo” che nulla ha a che vedere con il precedente. In questo nuovo “Ulivo” dovrebbero confluire oltre che il PD , Art. 1, SI, Azione e + Europa. Il M5S per bocca di Conte ha già risposto di non voler essere un “ramo dell’Ulivo” e non poteva che rispondere in questo modo, consapevole del fatto che l’abbraccio con il PD sarebbe mortale. Una cosa è allearsi dopo le elezioni politiche con il PD su un programma politico e su un presidente  del Consiglio condiviso altra cosa è finire nel calderone che il PD sta preparando. Il risultato del M5S ha dato adito a dichiarazioni da parte di esponenti del PD circa la sua irrilevanza dal momento che i candidati di centrosinistra hanno vinto anche senza l’apporto degli elettori “grillini”. I sondaggi, pur se da prendere con le molle, continuano a dare il centrodestra vincente con la sola Lega e Fratelli d’Italia al 40%.  Il Centrosinistra, senza il M5S, si   attesta intorno al 25 – 26% dei consensi.  I sondaggi registrano ormai da mesi variazioni dell’1% a favore di ciascuno dei partiti, variazioni  irrilevanti perché dipendono da fatti contingenti che hanno colpito in modo particolare l’opinione pubblica. Essendo questo il quadro politico l’eminenza grigia del PD nella recente intervista rilasciata a la Repubblica ha lanciato la sua idea di coalizione. I confini del “campo largo” individuati sono rappresentati da una coalizione che dovrebbe vedere l’alleanza tra una forza politica Socialista – faccio sommessamente notare che il PD non è un partito socialista –  una popolare cristiana ed un soggetto politico liberale. Per quanto riguarda il M5S prende atto del lavoro che sta facendo Conte per cui resta in attesa. Bettini ripropone i soliti discorsi che avevano sicuramente senso qualche tempo fa, ma oggi appaiono superati e soprattutto espressione di ceti politici autoreferenziali slegati dalla realtà e dal dramma che vivono milioni di italiani; l’idea, poi, che Draghi sia una risorsa e che la contrapposizione sia tra un fronte progressista ed europeista che tiene insieme le culture socialista, popolare e liberale  ed uno sovranista, rappresentato dalle destre è riduttivo e soprattutto ignora i reali problemi della società italiana. A leggere  le dichiarazioni di molti esponenti del PD e non solo di questi giorni,  il fatto che oltre la metà degli italiani non abbia votato è una questione irrilevante. Il fatto che il Pd, ad esempio a Roma abbia raggiunto il massimo del consenso in quartieri, come i Parioli, che si caratterizzano per redditi alti, per costoro non significa nulla.  Alle elezioni politiche vota mediamente tra il 75 e l’80%  degli aventi diritto, per cui al netto del 45% degli elettori che hanno votato c’è un consenso vasto da conquistare. Vincerà le elezioni politiche  il partito o la coalizione che saprà interpretare il disagio delle periferie territoriali e sociali. E’ da tempo che assistiamo ad una narrazione che descrive il governo Draghi come miracoloso. Se i media non fossero asserviti e il ceto politico non fosse autoreferenziale si renderebbero conto delle condizioni nelle quali vivono milioni di italiani. In questi giorni abbiamo avuto modo di leggere  che le bollette di luce e gas subiranno un aumento del 40%, tale aumento  in aggiunta all’aumento del prezzo dei carburanti e in considerazione del fatto che a causa del covid è aumentato l’utilizzo del mezzo privato a discapito di quello pubblico, faranno si che le condizioni economiche di milioni di famiglie italiane   peggiorino ulteriormente visto che i salari sono al palo da anni. Questo è solo uno dei tanti segnali delle condizioni in cui versano milioni di italiani. Il Governo e molti esponenti politici continuano a parlare di DDL Zan, Jus Soli, transizione ecologica, nucleare sì nucleare no; la questione è solo una: la crescente povertà degli italiani e la riduzione del potere d’acquisto di milioni di famiglie. Di fronte a questo quadro il gruppo dirigente del PD, in rappresentanza delle classi sociali alte, è consapevole che non potrà mai vincere le prossime elezioni politiche per cui, visto l’attuale sistema elettorale, attraverso la riedizione de l’Ulivo , legando se stesso a Draghi, spera di poter avere un risultato elettorale tale   da poter essere punto di riferimento di un governo che dovrà formarsi in parlamento mascherandosi con l’emergenza economica, sociale ed ambientale. L’Ulivo di Letta non è la coalizione dell’alternativa alla destra;  il Pd punta a raggiungere un risultato tale da consentirgli, in una situazione di instabilità di poter far parte di uno schieramento maggioritario, qualunque esso sia. Il  problema politico dell’Italia è questo PD: fino a quando occuperà uno spazio politico intermedio bloccherà il sistema politico italiano impedendo qualsiasi reale ricambio della classe politica nazionale e un cambio delle stesse politiche economiche. Oggi il PD è il partito della conservazione e degli interessi dell’establishment, è anche un partito flessibile guidato da un ceto politico fatto da “tecnici” della politica, avulso a qualsiasi riferimento valoriale e culturale, in sostanza un puro e semplice partito del “potere”. Il pericolo per la Democrazia in Italia non viene da Forza Nuova; ma da un ceto politico asservito al potere finanziario che vede la politica come pura tecnica e strumento per auto conservarsi. Essendo questo il fine del ceto politico di questo PD, pur nella consapevolezza che il risultato delle recenti amministrative è solo una illusione ottica, esso asseconda la narrazione di comodo perché sa che la sua vera forza non è nel voto ma nell’alleanza con il potere economico, finanziario e mediatico.

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Sull' Autore

Gerardo Lisco

Capo Unità Org.Amm. presso Ferrovie Appulo Lucane Ha studiato Giurisprudenza presso Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e Sociologia presso l'Università di Salerno

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