La “crescita inclusiva” è da qualche anno il tema analizzato al Forum di Davos, l’appuntamento più atteso dalla politica e finanza mondiale che si è svolto fra le montagne svizzere.
Non è un caso, perché è la terza priorità della strategia “Europa 2020”, che mira a creare un sistema economico con un alto tasso di occupazione e che favorisca la coesione economica, sociale e territoriale.
“Crescita inclusiva significa rafforzare la partecipazione delle persone mediante livelli di occupazione elevati, investire nelle competenze, combattere la povertà e modernizzare i mercati del lavoro, i metodi di formazione e i sistemi di protezione sociale per aiutare i cittadini a prepararsi ai cambiamenti e a gestirli e costruire una società coesa.
Le tre linee di intervento lungo le quali si mujove l’Unione europea per assicurare un modello di sviluppo che sia “inclusivo” sono le seguenti:
occupazione = Nell’Unione il tasso di occupazione delle donne e dei lavoratori più anziani è particolarmente basso.L’obiettivo della strategia “Europa 2020” è di aumentare al 75% per cento la quota di occupazione nella fascia di età 20-64 anni;
competenze: circa 80 milioni di persone nell’Unione hanno scarse competenze o competenze solo di base, e delle opportunità di apprendimento lungo tutto l’arco della vita si avvantaggiano soprattutto le persone più istruite. Entro il 2020, la Commissione europea prevede che saranno creati 16 milioni di posti altamente qualificati, mentre i posti scarsamente qualificati diminuiranno di almeno 12 milioni. Obiettivo, perciò, della strategia europea, e a ricaduta delle singole regioni che la compongono, sarà quello di acquisire ed innalzare nuove competenze in linea con lo sviluppo tecnologico a cui si assisterà nei prossimi anni. Sotto un profilo concreto la STRATEGIA EUROPA 2020 mira al raggiungimento di 2 obiettivi specifici:
1)innalzare la quota della popolazione tra i 30-34 anni in possesso di un titolo di studio universitario o equivalente al 40% entro il 2020;
2) ridurre il tasso di abbandono scolastico a un valore inferiore al 10% entro il 2020.
lotta alla povertà: 2012 le persone a rischio povertà erano ben 125 milioni, cioè il 24,9% della popolazione.L’obiettivo della strategia “Europa 2020” è quello di ridurre di 20 milioni il numero delle persone a rischio di povertà o di esclusione sociale. L’obiettivo europeo è definito sulla base di tre indicatori: la proporzione di persone a rischio di povertà (dopo i trasferimenti sociali); la proporzione di persone in situazione di grave deprivazione materiale; la proporzione di persone che vivono in famiglie a intensità lavorativa molto bassa.
Il forum di Davos, inoltre, analizza l’indice di sviluppo inclusivo e incorona come migliore, fra le vecchie economie ricche, la Norvegia, seguita da Lussemburgo, Svizzera, Islanda, Danimarca e Svezia. L’Italia si piazza alla posizione numero 27 su 30. Peggio dell’Italia solo Portogallo, Grecia e Singapore.
Dall’analisi della situazione italiana emerge che il nostro Paese è afflitto da problemi oramai noti e che, per quanto riguarda alcuni parametri, la fanno precipitare in fondo alla classifica:
29°per “servizi di base e infrastrutture”,
28° alla voce “corruzione”,
29° in “imprenditorialità” e “intermediazione finanziaria”
29° in produttività
29° per tasso di partecipazione delle donne
27° per tasso di occupazione giovanile
28° per qualità della scuola
30° per salari alla produttività
Sulle tutele, l’Italia è ancora un Paese che non discrimina:
1° nel garantire una sanità pubblica a tutti
4° nell’aspettativa di vita dei cittadini
8° nella spesa sanitaria in percentuale al Pil. L’indicatore illustra quanto la società spende per il proprio sistema sanitario, senza tuttavia fare riferimento a disuguaglianze nella ripartizione delle risorse o all’efficienza con cui vengono utilizzate
4° per i giorni di assenze dal lavoro per maternità
7° per i giorni di congedo parentale,
7° per “densità sindacale”, ovvero per il numero di sindacalisti in percentuale ai lavoratori attivi.
9° per la percentuale di lavoratori garantiti da contratti di lavoro collettivo.
Parametri chiari e una visione complessiva abbastanza fotografica ci consegnano un Paese, l’Italia, dove le tutele resistono ma il lavoro manca e le prospettive latitano. Insomma stiamo meglio a letto che all’impiedi.
