LO SVILUPPO DELLA CULTURA E DELL’ARTE DEI SANSEVERINO

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di VITO TELESCA

Castelli, palazzi, archivi, cappelle, botteghe ed altri immobili che danno vita ad un vasto patrimonio storico artistico tramandatoci nel tempo. Concessione di finanziamenti per la realizzazione di chiese e monasteri, abbellimenti di strutture già esistenti e restauri, il  lascito culturale dei Sanseverino è vastissimo ed ovunque abbiano avuto il controllo, hanno lasciato il segno del loro passaggio e dominazione.

Non soltanto  castelli (solo tra i Marsico-Bisignano se ne contano a decine), ma anche ponti e palazzi nobiliari in ogni città, oltre alla promozione di un fermento artistico di assoluto rilievo e importanza considerando l’epoca, soprattutto nei secoli  XV e XVII . Due secoli che videro pittori, scalpellini, maestri d’ascia, orafi e artigiani di ogni tipo muoversi da una parte all’altra del feudo (spesso chiamati anche da fuori) per abbellire e assecondare la loro innata necessità di ostentare ricchezza e potere, oppure per ottenere “grazie” e perdono attraverso opere di arricchimento ornamentale per i monasteri e le chiese del loro territorio. Nel momento del loro massimo splendore economico e culturale i Sanseverino riuscirono a dare anche omogeneità di stili e di interventi al loro feudo, inviando pittori e scultori che sotto di loro ebbero protezione e tantissime richieste.

Con la frammentazione del loro territorio, dopo la morte di Ferrante, anche l’arte divenne più “libera” dai canoni estetici voluti e commissionati dai Sanseverino (vedi F. Abbate, “Storia dell’arte nell’Italia meridionale”) tanto che le committenze divennero più variegate e sperimentali portando le tendenze e i nuovi stili delle botteghe napoletane anche nell’entroterra e fuori dai palazzi nobiliari. Laboratorio sperimentale divenne poi la certosa di Padula, dove si misero all’opera artisti e artigiani da ogni parte del regno, dalla Lucania alla Campania, per costruire e decorare una struttura poi divenuta quel piccolo grande gioiello che oggi ammiriamo.

La Certosa venne edificata e finanziata nel 1306 proprio da Tommaso Sanseverino conte di Marsico e del Vallo di Diano. Scambio di stili e di artisti che certificano quella che Abbate chiama “osmosi” innata e storica tra Vallo e il potentino, la stessa che possiamo al contrario certificare per la parte orientale della Basilicata, più legata alla Puglia.

I Sanseverino nel bene e nel male quindi; sia come portatori di espressioni e di committenze, sia come liberatori di nuovi stili e tendenze.

Il lascito culturale di questa signoria è anche archivistico e letterario. Il loro enorme patrimonio notarile e documentale, fatto di atti, concessioni, pergamene, lettere (non solo di natura patrimoniale ma anche “familiare”) oggi è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli ed è considerato tra gli archivi privati più importanti d’Italia, rifacendosi soprattutto ai documenti appartenenti al ramo principale dei Sanseverino, ovvero i principi di Bisignano. Secondo le notizie storiche in nostro possesso  quando gli eredi Sanseverino trasferirono l’archivio privato, questo presentava già un proprio ordinamento ed era munito di un inventario sommario e di un volume di regesti delle pergamene, segno che già all’epoca la famiglia era dotata di archivisti di professione che ne curavano la conservazione e la catalogazione con criteri validissimi. La documentazione archiviata si divide in pergamene e carte.

Le pergamene sono 542 e. secondo le informazioni dell’Archivio di Stato di Napoli, sono ancora ordinate come in origine, ovvero cronologicamente, e “si articolano in una prima numerazione relativa ai primi 387 documenti (1244-1849), con un’ appendice di 28 documenti (1214-1850) e una seconda numerazione relativa a 127 privilegi (1399-1842). La pergamena più antica è costituita da un diploma dell’Imperatrice Costanza d’Altavilla datata 1214; si annoverano altri 113 diplomi di sovrani, 17 bolle pontificie, 9 brevi e 248 atti privati, tra cui istrumenti notarili. Fra gli atti sovrani più importanti sono conservati i privilegi con i quali re Roberto d’Angiò fece concessioni ai Sanseverino per il ruolo da essi svolto durante la rivolta dei Pipino (1359); i privilegi di Luigi d’Angiò a favore dei Sanseverino, per la guerra sostenuta contro i Durazzo (1384-1387); i privilegi di Luigi II d’Angiò (1394); di re Ladislao (1399); di Luigi III d’Angiò (1421); i patti stipulati con Alfonso I d’Aragona (1439); i patti dei Sanseverino ai tempi dell’invasione di Giovanna d’Angiò (1462); i patti con Ferrante II d’Aragona (1496); i patti con Federico d’Aragona; privilegi concessi da re Luigi XII di Francia e da Ferdinando il Cattolico”.

Il fondo cartaceo è invece costituito da 431 fascicoli e comprende diritti e concessioni feudali, testamenti, inventari, mappe topografiche, successioni ereditarie, capitoli matrimoniali, fascicoli di cause e atti processuali diversi, corrispondenza, come anche carteggi autografi di sovrani, principi, ministri, ambasciatori ed altri importanti personaggi politici e religiosi. E ancora incarichi, titoli, onorificenze, privilegi, documenti oratori, indulgenze, Legati pii, affari di coscienza e religione, miscellanea varia, comprendente decreti, carteggi, fedi di nascita e di morte, memorie e manoscritti.

Un enorme serbatoio documentale a cui attingere per ricostruire una parte della storia del mezzogiorno d’Italia e che sarebbe bene proteggere e, soprattutto, ristudiare.

Dalla prossima uscita del dossier di Talenti Lucani  indagheremo su un’altra famiglia nobile del sud Italia: I Caracciolo.

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