La lotta di classe al Polo Nord

0

Marco Di Geronimo

Jacobin Magazine, la rivista socialista che vende centinaia di migliaia di copie negli Stati Uniti, pubblicò un anno fa The Class Struggle in the North Pole. È un articolo, firmato dall’inesistente North Pole Labor Study Group (Centro studi sul lavoro del Polo Nord), in cui si parodiano le storielle sugli elfi aiutanti di Babbo Natale. I giornalisti a stelle e strisce dipingono un gustosissimo quadro marxista delle condizioni di lavoro oltre laurora boreale, assai divertente da leggere, e che abbiamo tradotto per voi. Buona lettura!

Cosa c’è dietro la sanguinosa ascesa di Babbo Natale? Tre sindacalisti elfi propongono un’analisi di classe della gift economy del Polo Nord

del North Pole Labor Study Group, in origine pubblicato su Jacobin Magazine, tradotto da Marco Di Geronimo

Il North Pole Labor Study Group venne fondato da un gruppo di elfi del Natale nell’autunno 2008. Le officine di Babbo Natale stavano vacillando per via della recessione economica globale. Lo scontento nei nostri ranghi era palpabile. Da quel momento ci siamo incontrati due volte a settimana per sviluppare unanalisi concreta delle nostre condizioni di lavoratori, e per discutere strategie di resistenza.

Quanto segue è un documento che proponiamo al gruppo, nell’intento di approfondire la nostra analisi.

La Primavera Araba e il movimento Occupy radicalizzarono molti elfi. Ma è chiaro che lì [al Polo Nord, ndr]rimane incertezza su quel che servirà per sfidare il sistema di sfruttamento in cui viviamo. Crediamo che la confusione sulla strategia politica sia almeno in parte un prodotto di un’analisi sbagliata della struttura di classe e delle dinamiche del nostro sistema economico.

Qual è la vera natura delle relazioni tra gli elfi, Babbo Natale e le sue renne? Come nacquero, all’inizio, queste relazioni e come si sono perpetuate?

Per rispondere a queste domande, anzitutto dobbiamo cogliere le dinamiche della nostra cosiddetta gift economy [economia del regalo, ndr]. Benché sia vero che i regali che produciamo non sono venduti sul mercato, tuttavia sono governati da qualcosa di più delle norme sociali e di costume. I biscotti caldi possono sostenere il girovita di Babbo Natale, ma un industriale non può sopravvivere soltanto di zucchero e farina (a meno che ovviamente non venda biscotti). Ha sempre bisogno di denaro per espandere la propria officina, acquistare nuovi macchinari o manutenere quelli delle annate precedenti.

Un altro tema è che le nostre officine dipendono da risorse alle quali, noi al Polo Nord, non possiamo accedere direttamente. Per molto tempo Babbo Natale poteva semplicemente sfruttare le risorse naturali di legno e carburanti fossili. Ma quando si introducono nuove linee di prodotti, si devono comprare materiali aggiuntivi dal mercato globale.

Al posto dei giocattoli di legno siamo stati gradualmente costretti ad usare la plastica per competere sul mercato natalizio. Questo ha molto a che fare con la domanda dei consumatori, così come con il costo unitario del lavoro. Anche se Babbo Natale può pensare di vivere una gift bubble, una quota crescente dei regali di Natale è stata privatizzata dall’avvento dell’era neoliberale, e ciò è stato possibile per via dell’aumentata concorrenza sui prezzi con la prospera industria cinese.

Ma la concorrenza non ha spinto Babbo Natale ad aumentare la produttività di ogni lavoratore. Gli ha invece permesso di spingere al ribasso i costi unitari di produzione, sfruttando più aggressivamente il lavoro che già impiega, o semplicemente aumentando i lavoratori per ridurre il tempo in cui l’officina è ferma. Finché ha un pluslavoro elfo su cui fare affidamento, come di certo accade tuttora, non possiamo aspettarci che sia assai preoccupato delle vertenze su salute e sicurezza che abbiamo abilmente raccolto.

Inoltre, finora c’è gratitudine solo per l’uomo d’affari. Babbo Natale, in quanto unico proprietario, riesce a mantenere segrete le sue finanze. Ma chi ha avuto la sfortuna di lavorare nel suo ufficio ha riferito di lettere dal Vaticano e da Washington, regolarmente arrivate pochi giorni prima che Babbo Natale annunciasse i piani quadriennali di produzione. Possiamo supporre che il supporto finanziario da queste fonti, a giudicare dalle loro stime annuali di “bravi” bambini, sia ciò che davvero sostiene la nostra economia. È attraverso questi fondi esterni che Babbo Natale è in grado di fornire le caramelle e i rifugi coi quali dobbiamo barattare la nostra forza lavoro.

Ma comè arrivato a possedere un tale potere su di noi? Mediante una grande ingenuità… o qualcosa di più sinistro?

Lascesa di Babbo Natale

Dobbiamo ricordare che Babbo Natale cominciò a lavorare come piccolo produttore di materie prime per giocattoli in legno. Era un mastro artigiano del legno, formato dai migliori elfi del Polo Nord. Tuttavia, mentre altri erano contenti di scambiare i loro preparati in legno sui mercati locali, Babbo Natale cominciò a venderli nei centri vicini.

Per caso, il clero di alcuni centri industriali che visitò vide in quegli scarsi prodotti in legno i mezzi per disciplinare la crescente massa di bambini delle classi basse che inondava le loro strade.

Il clero raccolse fondi dai ricchi latifondisti così come dalle classi medie, per ricompensare generosamente Babbo Natale delle consegne in regalo dei suoi giocattoli in legno a un gruppo selezionato di bambini.

Giacché la popolazione urbana si espandeva e i problemi che la classe dominante doveva affrontare peggioravano, Babbo Natale fu travolto dall’accresciuta domanda dei suoi giocattoli fatti a mano. Inizialmente cercò di espandere la produzione sfruttando la propria famiglia, ma presto dovette cercare il pluslavoro altrove. Ma tentare, come fece, con storielle sul servire il bene comune e aiutare i poveri di terre lontane, non gli bastò per costringerci a lavorare nella sua officina in numero sufficiente.

Alla fine, dopo aver sperimentato (e fallito) un’organizzazione basata sul lavoro a domicilio, Babbo Natale ricorse alla violenza, l’unico mezzo con cui poteva costringerci a lavorare per lui. Questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno del clero e della nascente borghesia cittadina. Col loro aiuto, Babbo Natale organizzò il sottoproletariato delle renne, che storicamente hanno avuto relazioni tese con gli elfi, promettendo loro sicurezza economica e status sociale.

Branchi di renne furono mandati nei villaggi elfi per devastare le fattorie, impresa alla quale erano ben equipaggiate per via delle loro corna. La distruzione continua della produzione agricola lasciò gran parte del nostro popolo senzaltra alternativa che andare a lavorare per Babbo Natale.

Nel frattempo, la classe dominante nelle città aveva costruito una fandonia per contraddire i racconti delle violenze nelle compagne, che stavano raggiungendo i centri abitati. Ricordando i regali che distribuiva ai bambini del paese, associarono Babbo Natale al Vescovo Nicholaus di Smyrne – un uomo ricco noto per essere generoso coi bambini – e raffigurarono le renne come delle creature nobili.

Ma Babbo Natale non è un santo e le renne non sono nostre amiche. Babbo Natale ha trasformato con la violenza la struttura di classe, nel suo bieco interesse. Ci ha separato dai nostri mezzi primari di sussistenza con la minaccia obbligante delle renne, una strategia che ha mantenuto fino ai giorni nostri per proteggere la sua posizione di classe.

Comprendere i diversi interessi di classe nella nostra società è essenziale se vogliamo sviluppare una strategia efficace per resistere al nostro sfruttamento. Armati di un’analisi del genere possiamo spiegare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle perché alcune dichiarazioni a proposito di poche “mele marce” nella cerchia delle renne sono prive di senso. Rimarranno “Le Nostre Nemiche Renne” finché continueranno a fare da muraglia del potere nella nostra società.

Un’analisi di classe contrasta anche la narrazione dominante con cui ci bombardano, sul perché gli elfi del Natale sono così volenterosi di lavorare per una ricompensa scarsa. Non siamo entrati in questa officina perché abbiamo una predisposizione innata che si sposa al meglio con la produzione dei giocattoli. Né abbiamo abbandonato le nostre fattorie perché preferivamo le caramelle alle patate.

Questo è un punto cruciale. La leggenda popolare dice che lavoriamo volentieri per le caramelle. Ma non è stato così per libera scelta. Prima che le renne devastassero le nostre vite familiari, coltivavamo una gamma variegata di ortaggi, adatti alle terre circostanti. Addirittura eravamo conosciuti in tutto il mondo come esperti nell’arte d’immagazzinare il raccolto nei mesi più caldi, per consentirne il consumo nel resto dell’anno. Oggi tutto questo è perduto.

La nostra dipendenza dallo zucchero importato è il risultato di condizioni sociali che sfuggono al nostro controllo. E da questo punto di vista, abbiamo molto più in comune coi lavoratori nei campi delle canne da zucchero che con lo sfruttatore sovrappeso che trae beneficio dal nostro sangue, dal nostro sudore e dalla nostra fatica.

Alcuni ritengono che il vecchio detto “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” sia troppo datato per la nuova realtà post-industriale. Dicono che la classe lavoratrice non è più il motore della trasformazione sociale. Ma questa conclusione, secondo noi, ignora le condizioni che continuano a prevalere nelle officine di Babbo Natale e altrove.

Speriamo di aver spiegato alcuni punti di ciò che riteniamo essenziale per una corretta analisi di classe al Polo Nord. Ricominciamo la Guerra al Natale su basi più scientifiche.

Condividi

Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

Lascia un Commento