UNA REGIONE DA RACCONTARE

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Lucio Tufano

 

            Risale ai remoti recessi del mito l’utopia di una regione consacrata all’eros dai poeti e dai pittori.

Distinta e separata dalle contrade della Storia, quasi l’utopia di un soggiorno d’arcadia, e dove l’ansia di fruire della serenità terrestre si accoppiava sempre al piacere di un meraviglioso bottino per i frutti che si sarebbero potuti raccogliere. Collegata alle reminiscenze e nostalgie di un passato.

L’immaginario, nell’ansiosa ricerca di luoghi felici, comporta la possibilità di dividere il soggiorno sereno dalla noiosa e spesso angosciante vita di ogni giorno.

Perciò ogni percorso dentro un territorio che ci attrae per un intimo richiamo onirico e sentimentale alla ricerca di un principio perduto o come fuga da ogni ambascia, esprime il profondo desiderio di un mutamento interiore (eros), un luogo in cui si possa ricucire la lacerazione fra natura e storia (logos).

E deve trattarsi di un territorio ricco di suggestioni, alveo della fiaba e della leggenda, residenza terrestre di nostalgie, di re e di regine, di imperatori, di principi e tiranni, di guerrieri e cavalieri, di signori e plebei, di molini ad acqua e di splendidi prati, ruscelli e boschi, di acque ed uccelli, di animali, di pastori e contadini, di rivolte e di mansuete attese, di chiese e monasteri, di frati e badesse, di fattucchiere e vegliardi, di streghe, gobbi, nani, abitatori delle serre e delle selve, di osterie, di zingari e tribù, di briganti e soldati, di castelli e transumanze, di sapori e …

Insomma “un’immersione nella sua orizzontalità che risponda al desiderio visivo in conflitto con la verticale interiorità delle eventuali creazioni artistiche”.

È essenzialmente per questo che diventa difficile dissuadere gli artisti dalla dolce utopia di uno spazio simile a quello del mito. È per questo che il nostro paesaggio ha le sue metamorfosi di colore e di forma. Le sue violenze, i suoi orridi, i suoi fremiti, le sue perturbazioni nevose, le sue lande e le sue brughiere – descritte dai poeti e dipinti dai pittori – territorio con tonalità simili e dissimili a seconda delle stagioni, zone da occupare con il desiderio di conquista, di esecuzione, di curiosità da appagare solo con i sensi leciti del gusto e della vista, di scoperta e possesso, anche nel bisogno di svelare o dipanare i misteri di foschie demoniache di posti e tuguri, di dolomiti e crepacci, rivisitati con il romantico estro dello scrittore o dell’intellettuale, del turista curioso e sensibile.

“Affresco della natura”, lo definiremo come nascosta corrispondenza fra luoghi della memoria e struttura psichica di chi conosce e desidera vederli.

Ma se il nostro tempo significa la fine di ogni utopia, che senso hanno le sue rovine nei parchi della memoria e nei sentieri della Storia? Eppure la riflessione sul problema degli spazi e dei loro rapporti simbolici con l’universo della cultura domina la funzione dell’arte!

È il desiderio del non visto, l’ansia del nuovo e del diverso, la ricerca del sensazionale e dello straordinario, l’anelito alla libertà di conoscere l’imperscrutabile, di varcare il confine, di andare oltre la siepe …

Per paesaggio, come bene culturale, s’intende quella scenografia della storia e della natura, quell’alveo naturale ove l’ambiente fa da scenario e testimone delle azioni umane e le conserva, storicizzandole. Vegetazione, flora, monti, corsi d’acqua, litorali, monumenti, necropoli, centri abitati, casolari, etc., tutto questo è quel paesaggio che all’art. 9 della Costituzione è destinatario di tutela: «La Regione tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della nazione». Non sono lontani i tempi di uno dei primi documenti preliminari all’assetto del territorio di Basilicata (Il Politecnico, Matera, gennaio ‘72, Aldo Musacchio) – ove si parlava delle fortune ecologiche della Basilicata – che nelle zonizzazioni del territorio nazionale sarebbe divenuto l’arEa verde da cui gli urbanisti avrebbero prelevato 1/3 d’ossigeno e ½ di arboratura, per cui il Sud dopo aver subito il sottosviluppo doveva sublimarlo a riserva naturale. Ma per quanto era nei timori di Musacchio, non si è potuto verificare, sia nel senso di un processo di sviluppo industriale vorticoso e sia nel senso della mitica riserva di verde che si poteva prefigurare con la sola economia agricola anche con le suggestive tesi di Rossi Doria.

In forza dell’art. 17 della Costituzione, la Regione è stata una delle prime ad approvare la legge sui piani territoriali paesistici, intendendo custodire tutte le risorse territoriali. Sviluppo si, ma nel pieno rispetto dell’ambiente e delle peculiarità artistiche, storiche e paesaggistiche del suo territorio. Stiamo attenti, sappiamo come il progresso tecnologico è bifronte come Giano e le sue facce diventano sempre più allettanti da una parte e minacciose dall’altra, per ogni aumento del progresso vi è un ritorno al primitivismo.

Cosa si è fatto di quei piani?

Per sviluppare un tale tema abbiamo molteplici occasioni; il fascino che esercita sull’immaginario l’intero paesaggio ci condurrebbe ad una dinamica del territorio solo ed unicamente in funzione della sua geografia.

Si potrebbero passare in rassegna tutte le occasioni d’investimento e di valorizzazione dei giacimenti culturali e naturali nel territorio. Ma ci fermiamo per riprendere il discorso globale dell’identità di una regione come la Lucania.

Una regione che ha tutti gli elementi ormai per acquisire una sua identità autentica spesso contraffatta e resa parziale da un consueto compatimento per ciò che in essa ancora stupisce, sorprende ed incuriosisce e per tutto quanto gli economisti hanno su di essa inventato: sigle, inchieste, espressioni come “sacche” e “poli”, “cattedrali nel deserto”, “polpa ed osso” … e quello che gli antropologi hanno raccontato della sua gente.

… La Lucania oggi vuole scrollarsi di dosso ogni equivoco politico e culturale, rigettare ogni epiteto affidatole di “cultura subalterna”, rompere la tradizionale dipendenza che ha caratterizzato i rapporti con l’esterno; vuole partecipare pienamente alla crescita umana e civile del Paese con il suo contributo di cultura che significa anche l’acquisizione di uno stadio intellettuale ed etico, di un modo di essere, di una filosofia dei rapporti, di un linguaggio più moderno. Occorre un messaggio più forte, il più compatto possibile, il feed bacK di una regione che vuole sopravvivere, anche se ancora microcosmo di risorse e di suggestioni. Su queste linee si sono mosse, con ampiezza di argomenti, le dichiarazioni programmatiche dei primi governi regionali.

Viviamo immersi nella civiltà dell’immagine ormai, ed ogni trama, ogni libro, ogni giornale vengono coagulati come immagini.

Abbiamo perduto quello scrigno prezioso delle tradizioni che il racconto tutelava e tramandava: il racconto orale.

Nel concetto di memoria c’era lo spazio per ciascuno di noi. Il racconto orale era immaginazione. Poi portava scenografie varie e mutevoli; una moltitudine di scenari e di colori accompagnava il racconto. L’avventura della vita si dispiegava nel fascino dell’imprevisto e negli spazi vasti, immensi, di paesaggi e di campagne, di città.

Oggi lo spazio ci è negato, è in crisi, giacché con la immagine si perde la memoria stessa della nostra storia, i legami che avevamo ben saldi con le nostre radici. Le nostre radici ora sembrano fragilissime, giacché l’esito di ciascun itinerario si interrompe per farci entrare nell’alienazione.

È il video, quell’angusto occhio di vetro che distrugge lo spazio, giacché si tratta di pacchetti preconfezionati. Il racconto era un pacco da confezionare ed in esso ognuno di noi poteva ritagliarsi il proprio spazio diventando protagonista ed attore, comparsa e spettatore di riguardo. Oggi il video non consente altri ingressi. Spesso rimaniamo fuori dalla cronaca e dalla storia.

Noi non abbiamo né respiro né voce. Almeno così pare, ciò che più conta di noi non fa notizia!

È possibile oggi parlare ancora di “questione meridionale” e di Mezzogiorno dopo l’orgia consumata delle retoriche, della politica e della burocrazia e delle rendite create da un meridionalismo ipocrita e piagnone? Espressioni coinvolgenti e strumentali che dall’Unità d’Italia alla seconda guerra mondiale, con il vento del nord, agli anni del Levismo e della riforma agraria fino alle politiche di reindustrializzazione in buona parte foriere di esiti fallimentari, hanno provocato polemiche ed accuse su di un Mezzogiorno che tra le regioni meno sviluppate d’Europa non è ancora in grado di competere con le aree forti d’Italia e del centro Europa?

Sembrerebbe un pedissequo ritorno all’Arcadia, alla classicità. Ma si tratta di un nuovo gusto per le rovine, tornato di moda dopo le epoche dei corsi e ricorsi culturali che vanno dal Monachesimo all’Umanesimo, al sepolcrismo romantico europeo e che introdusse nella pittura del paesaggio il rudere e le rovine come metafisica o allegoria, arredo arcadico o idillico, i resti della classicità e le colonne.

Si tratta invece di una sempre più nuova meditazione sulle origini di civiltà e culture di popoli e regioni e sulla frequentissima fine di ogni vicenda umana; sulle nostre remotissime radici di popolo solare e civile, di mediterranei riscontri delle nostre origini. È per tutto questo che occorre informare i giovani … scrivere.

Si è vero, abbiamo assistito ad una sorta di fiera dei foglietti e dei giornaletti, dei volantini, negli ultimi anni, tutti in preda al delirium di informare l’elettore che, malgrado tutto, secondo questi ingenui ma imperterriti fondatori di testata, ha l’onere di leggere. Ed ancora assistiamo a pubblicazioni di ogni genere. Tutto può accadere nel marasma di provincia, è vero, ove frustrate ambizioni, predisposizione all’adulazione del potere, manie intellettualistiche e narcisismo, grafomanie e dilettantismo, poeti (più di duemila nella nostra regione) frettolosi di diventare vati, dilettanti del giorno feriale e della domenica, scribacchiano a tutto spiano per raccontare cosette e cosucce da foglietti scolastici e diari dell’infanzia abbandonata.

Un’iperattività onanista dello scriversi addosso; eppure si scrive, si scrive sui muri, nei cessi, negli ascensori, sui fogli di carta qualsiasi, scrivono dichiarazioni di amore e catene di S. Antonio, sui depliant, sulle brochure, nei libri e libretti – scrivono tutti, un esercito intero, e chi scrive non legge, e chi legge – e sono pochissimi – non ha il tempo di scrivere, perché vi è più esibizionismo in chi scrive per farsi leggere che non in chi legge per farsi un’idea del mondo in cui vive.

Quindi, perché quelli che leggono sono sempre pochi e non sentono dentro di sé il dèmone di fare la storia, specie oggi che grazie alla scuola dell’obbligo, sono più numerosi quelli che scrivono rispetto a quelli che leggono.

Eppure in tale frastuono di carte scritte, con una valanga di carta stampata che ci giunge dall’Italia, non vi è editore che possa selezionare ed investire sui pochi talenti che pure ci sono. La nostra terra non ha cassa di risonanza e questo, per chi non lo avesse capito, lede l’immagine e l’identità di una regione e dei lucani.

E allora? Proviamo ancora, giacché, “scripta manent” anche se da noi, e non presso il “Corriere della Sera” o alla “Rai”, “carmina non dant panem”. Scriviamo dunque, di questa Lucania, ancora grande serbatoio di idee, di storia, e di lirismo.

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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