PEPPINO MOLINARI

La Dc di Basilicata era un partito plurale ricco di personalità ed aveva al proprio interno due componenti:Impegno Democratico,amici di Emilio Colombo (maggioritaria),l Sinistra di Base facente capo al Sen Scardaccione,l’on Sanza ed il Sen Coviello ed una testimonianza di Forze Nuove rappresentata da Gennarino Borzone.Il confronto e qualche volta lo scontro non era solo sulla gestione ed organizzazione del partito ma anche sulla linea politica,sul programma degli enti locali.La capacità,il merito ed il successo di quella classe dirigente è stato sempre quello di fare sintesi e cercare L’unità’ del partito ed affrontare le tante campagne elettorali in maniera compatta.Il confronto fra le due maggiori componenti era anche di tipo culturale e si esplicava oltre nei convegni,nei congressi e nei tanti incontri di partito anche attraverso delle riviste mensili.Lucania Democratica fondata dalla Sinistra di Base lucana negli anni 70 come spiega nel suo articolo Rocco Rosa ,che ne era il direttore,molto aperta ai contributi di persone di aree diverse.I primi direttori furono L’on Gaetano Ambrico,il Sen Decio Scardaccione e Franco Panetta ed Antonietta Acierno componevano il comitato di redazione.Territorio fu un mensile promosso dall’editore Vito D’Elia ,molto vicino all’on Emilio Colombo ed ebbe come direttore Mario Trufelli.Come racconta nel suo articolo Renato Cantore,che ne fu uno dei principali animatori,fece subito un salto di qualità diventando un luogo di dibattito aperto e pluralista.Tutte e due le riviste fecero del pluralismo delle idee il loro punto di forza ed hanno segnato la storia politica e culturale della nostra regione.Un ringraziamento a Rocco Rosa e Renato Cantore ,giornalisti di grandi qualità,che con i loro articoli allegati hanno raccontato la storia dei due mensili.
PERCHE’ “LUCANIA DEMOCRATICA” ( Rocco Rosa)
Il giornale Lucania democratica vede la luce nel quadro delle prime scomposizioni all’interno della democrazia cristiasna e della nascita delle correnti. Era il tempo in cui la politica manteneva un profilo alto e accendeva la dialettica tra i partiti e all’interno di essi.
La nascita delle Regioni aveva spostato il focus di interesse sulle nuove Istituzioni e temi come la programmazione, l’uso delle risorse, le politiche di sviluppo e quelle sociali, caratterizzavano e alimentavano il dibattito. La testata , finanziata personalmente dal senatore Scardaccione, già presidente dell’Ibres e grande esperto delle tematiche di sviluppo, diretta da Rocco Rosa, e portata avanti in una prima fase anche da Antonietta Acierno, Franco Panetta e la compianta Ester Scardaccione, pur rivolgendosi ad un pubblico più vasto riguardo alle problematiche regionali, era essenzialmente rivolta a contrastare lo strapotere della corrente di Emilio Colombo e a erodere il plebiscitario consenso verso il suo leader. Particolarità della testata era la reintroduzione della satira politica , molto in voga nei giornali politici di fine ottocento e mai fatta propria dai grandi quotidiani nazionali, cosa che avverrà negli anni ottanta.
L’uso delle vignette satiriche ,molto apprezzato dai lettori, ( riuscitissima quella del ricco notaio Giuliani che ,col saio francescano, teneva la conferenza sul valore della povertà) riusciva più di ogni altra cosa a scalfire l’immagine austera, ed “aristocratica”, del potere, al punto che dopo un paio d’’anni, lo staff colombeo si vide costretto a fregiarsi di una propria testata, affidandola ad autorevolissimi giornalisti e a personalità capaci di alimentare un dibattito economico, con una grafica di altissimo livello affidata al grande Michele Spera e con una foliazione importante, di fronte alla quale le striminzite sedici pagine di Lucania democratica facevano la figura di un parente povero.
Eppure quella iniziativa politico- giornalistica ebbe un grande ruolo, non solo nell’apertura di spazi di libertà e di espressione in una società abbastanza controlalta dal potere in auge, ma nel contrasto a decisioni scellerate che rischiavano di compromettere lo sviluppo della basilicata. Una su tutte , la assurda iniziativa del patron della Liquichimica , Ursini, che aveva convinto l’establishment colombeo , a fare della val basento la centrale della raffinazione edl petrolio, con l’intento di ricavarne materiale proteico. Mille navi all’anni dovevano scaricare petrolio in quel di Metaponto, per poi portare la risorsa all’interno della basilicata per le industrie di raffinazione.
Una folle idea che l’allora Presidente della regione Verrastro , insieme ai consiglieri regionali dorotei ,cercò di portare avanti con determinazione , ora lusingando, ora minacciando i reprobi, ma che alla fine fortunatamene venne bocciata per iniziattiva dei consiglieri del gruppo di base, Vinci e Coviello, dei consiglieri socialisti e del Pd. Se quella iniziativa fosse andata avanti , avemmo avuto a Metaponbto una seconda priolo, a dimostrazione che il petrolio decisamente non lavora a favore dello sviluppo di questa regione. Tra i collaboratori di eccezione, Mino Martinazzoli, con i suoi editoriali di altissimo spessore, e molte personalità della cultura lucana , tra i quali Lucio Tufano.
La nascita delle Regioni aveva spostato il focus di interesse sulle nuove Istituzioni e temi come la programmazione, l’uso delle risorse, le politiche di sviluppo e quelle sociali, caratterizzavano e alimentavano il dibattito. La testata , finanziata personalmente dal senatore Scardaccione, già presidente dell’Ibres e grande esperto delle tematiche di sviluppo, diretta da Rocco Rosa, e portata avanti in una prima fase anche da Antonietta Acierno, Franco Panetta e la compianta Ester Scardaccione, pur rivolgendosi ad un pubblico più vasto riguardo alle problematiche regionali, era essenzialmente rivolta a contrastare lo strapotere della corrente di Emilio Colombo e a erodere il plebiscitario consenso verso il suo leader. Particolarità della testata era la reintroduzione della satira politica , molto in voga nei giornali politici di fine ottocento e mai fatta propria dai grandi quotidiani nazionali, cosa che avverrà negli anni ottanta.
L’uso delle vignette satiriche ,molto apprezzato dai lettori, ( riuscitissima quella del ricco notaio Giuliani che ,col saio francescano, teneva la conferenza sul valore della povertà) riusciva più di ogni altra cosa a scalfire l’immagine austera, ed “aristocratica”, del potere, al punto che dopo un paio d’’anni, lo staff colombeo si vide costretto a fregiarsi di una propria testata, affidandola ad autorevolissimi giornalisti e a personalità capaci di alimentare un dibattito economico, con una grafica di altissimo livello affidata al grande Michele Spera e con una foliazione importante, di fronte alla quale le striminzite sedici pagine di Lucania democratica facevano la figura di un parente povero.
Eppure quella iniziativa politico- giornalistica ebbe un grande ruolo, non solo nell’apertura di spazi di libertà e di espressione in una società abbastanza controlalta dal potere in auge, ma nel contrasto a decisioni scellerate che rischiavano di compromettere lo sviluppo della basilicata. Una su tutte , la assurda iniziativa del patron della Liquichimica , Ursini, che aveva convinto l’establishment colombeo , a fare della val basento la centrale della raffinazione edl petrolio, con l’intento di ricavarne materiale proteico. Mille navi all’anni dovevano scaricare petrolio in quel di Metaponto, per poi portare la risorsa all’interno della basilicata per le industrie di raffinazione.
Una folle idea che l’allora Presidente della regione Verrastro , insieme ai consiglieri regionali dorotei ,cercò di portare avanti con determinazione , ora lusingando, ora minacciando i reprobi, ma che alla fine fortunatamene venne bocciata per iniziattiva dei consiglieri del gruppo di base, Vinci e Coviello, dei consiglieri socialisti e del Pd. Se quella iniziativa fosse andata avanti , avemmo avuto a Metaponbto una seconda priolo, a dimostrazione che il petrolio decisamente non lavora a favore dello sviluppo di questa regione. Tra i collaboratori di eccezione, Mino Martinazzoli, con i suoi editoriali di altissimo spessore, e molte personalità della cultura lucana , tra i quali Lucio Tufano.
PERCHE'” TERRITORIO” (RENATO CANTORE)
“Perché Territorio? Perché non c’è termine, asciutto ed essenziale, che implichi, più di questo, una sintesi di storia, costume e cultura e che riassuma l’unità drammatica della vicenda umana”.
Così Mario Trufelli rendeva conto nel suo editoriale della scelta del nome del periodico che vedeva la luce il 3 maggio 1975: quasi cinquant’anni fa, un tempo da era geologica in un mondo in rapidissima trasformazione come quello della comunicazione, una sfida editoriale che provava a fare i conti con una Basilicata che sentiva forte il bisogno di uscire dalle strettoie del provincialismo.
La Regione, istituita cinque anni prima, cominciava a operare finalmente con qualche potere delegato dallo Stato centrale, il fragile apparato industriale costruito negli anni ’60 dava i primi segni di cedimento, il “febbraio lucano” aveva messo in luce, con qualche anno di ritardo sul ’68, una voglia di protagonismo della società prima insospettata, la politica, anche per via del ruolo di un leader come Emilio Colombo, continuava a catalizzare l’impegno, l’attenzione e il dibattito nei settori più vivaci della comunità. E il mondo dell’informazione provava a darsi un assetto più moderno.
Territorio, forse anche al di là delle intenzioni dei suoi fondatori, rappresentò in quegli anni uno dei tentativi meglio riusciti di rompere un certo provincialismo fatto spesso di generiche lamentazioni, per misurarsi con i problemi della comunità usando le tecniche e il linguaggio del giornalismo moderno.
La rivista nasceva – e già questa era una novità – con un editore che provava a fare davvero l’editore, Vito D’Elia, un sistema di diffusione non approssimativo, una linea grafica studiata da uno dei maggiori designer italiani, Michele Spera, e, last but non least, un quadro redazionale composto dal fortunato incontro tra un gruppo di professionisti già al lavoro nell’informazione locale (Mario Trufelli, Rocco Brancati, Franco Corrado, Franco Di Pierro, Carlo Rutigliano, Vittorio Sabia, Vincenzo Viti) e alcuni giovani intellettuali formatisi nelle Università e nei movimenti giovanili dei partiti negli anni della contestazione, come chi scrive e Giampaolo D’Andrea. A questo primo nucleo si unì un gruppo di collaboratori autorevoli, anche fuori regione: studiosi, esperti, intellettuali e giornalisti come Leonardo Cuoco, Maurizio Leggieri, Gianfranco Grieco, Nino Tricarico, Antonio Masini, Fulvio Damiani, Vittorio Citterich.
Questa felice condizione consentì di superare rapidamente anche i confini cui avevano pensato gli stessi promotori dell’iniziativa editoriale: uno strumento di analisi e dibattito politico culturale che facesse riferimento al partito largamente maggioritario nella regione, la DC, e, all’interno di esso, alla componente guidata da Emilio Colombo.
Territorio non fu mai, già dai primi numeri, l’organo semi-ufficiale di una corrente di partito, come molti si aspettavano. Divenne fin dal primo numero un luogo di dibattito aperto e moderno, il terreno di prova di alcune novità nel mondo della politica (erano gli anni dell’ingresso del Pci nell’area di governo), nella programmazione economica, nella costruzione di una nuova identità regionale.
A rileggerlo oggi, il “sommario” del numero 1 sorprende per la sua modernità: il dibattito sul decentramento amministrativo dopo la nascita della Regione, una inchiesta sulla contestazione giovanile, articoli critici sul ruolo dell’Ente del turismo, delle province, delle comunità montane, uno “speciale” sullo sviluppo delle aree interne.
Una visione moderna e aperta che fece scrivere a Domenico Notarangelo, attento osservatore della storia dei media in Basilicata e certamente non sospetto di simpatie nei confronti dei promotori della rivista, che “Territorio scavò nella unità drammatica della Basilicata per la cui difficile e aspra ricomposizione si impegnarono quanti, redattori e collaboratori, politici e sindacalisti, scrissero sulle sue pagine. Sempre mantenendosi lontani dalle tentazioni di chiudersi nel recinto della riserva campanilistica e spaziando nel più ampio osservatorio delle vicende nazionali e mondiali”.
Per tre anni Territorio rappresentò un terreno libero e aperto di discussione tra le varie visioni politiche e culturali che si confrontavano nella comunità regionale, non mancando mai di aprire, grazie a una serie di autorevoli collaboratori, una vetrina sui grandi avvenimenti dell’Italia e del Mondo.
L’ultimo numero, il numero 38, porta la data del 30 maggio 1978. Ventuno giorni prima era stato assassinato Aldo Moro, e Mario Trufelli titolava il suo editoriale “Riprendere”. Ma la scena era cambiata. Il compito di “riprendere” toccava ad altri.Renato Cantore
Così Mario Trufelli rendeva conto nel suo editoriale della scelta del nome del periodico che vedeva la luce il 3 maggio 1975: quasi cinquant’anni fa, un tempo da era geologica in un mondo in rapidissima trasformazione come quello della comunicazione, una sfida editoriale che provava a fare i conti con una Basilicata che sentiva forte il bisogno di uscire dalle strettoie del provincialismo.La Regione, istituita cinque anni prima, cominciava a operare finalmente con qualche potere delegato dallo Stato centrale, il fragile apparato industriale costruito negli anni ’60 dava i primi segni di cedimento, il “febbraio lucano” aveva messo in luce, con qualche anno di ritardo sul ’68, una voglia di protagonismo della società prima insospettata, la politica, anche per via del ruolo di un leader come Emilio Colombo, continuava a catalizzare l’impegno, l’attenzione e il dibattito nei settori più vivaci della comunità. E il mondo dell’informazione provava a darsi un assetto più moderno.

Territorio, forse anche al di là delle intenzioni dei suoi fondatori, rappresentò in quegli anni uno dei tentativi meglio riusciti di rompere un certo provincialismo fatto spesso di generiche lamentazioni, per misurarsi con i problemi della comunità usando le tecniche e il linguaggio del giornalismo moderno.
La rivista nasceva – e già questa era una novità – con un editore che provava a fare davvero l’editore, Vito D’Elia, un sistema di diffusione non approssimativo, una linea grafica studiata da uno dei maggiori designer italiani, Michele Spera, e, last but non least, un quadro redazionale composto dal fortunato incontro tra un gruppo di professionisti già al lavoro nell’informazione locale (Mario Trufelli, Rocco Brancati, Franco Corrado, Franco Di Pierro, Carlo Rutigliano, Vittorio Sabia, Vincenzo Viti) e alcuni giovani intellettuali formatisi nelle Università e nei movimenti giovanili dei partiti negli anni della contestazione, come chi scrive e Giampaolo D’Andrea. A questo primo nucleo si unì un gruppo di collaboratori autorevoli, anche fuori regione: studiosi, esperti, intellettuali e giornalisti come Leonardo Cuoco, Maurizio Leggieri, Gianfranco Grieco, Nino Tricarico, Antonio Masini, Fulvio Damiani, Vittorio Citterich.

Questa felice condizione consentì di superare rapidamente anche i confini cui avevano pensato gli stessi promotori dell’iniziativa editoriale: uno strumento di analisi e dibattito politico culturale che facesse riferimento al partito largamente maggioritario nella regione, la DC, e, all’interno di esso, alla componente guidata da Emilio Colombo.
Territorio non fu mai, già dai primi numeri, l’organo semi-ufficiale di una corrente di partito, come molti si aspettavano. Divenne fin dal primo numero un luogo di dibattito aperto e moderno, il terreno di prova di alcune novità nel mondo della politica (erano gli anni dell’ingresso del Pci nell’area di governo), nella programmazione economica, nella costruzione di una nuova identità regionale.
A rileggerlo oggi, il “sommario” del numero 1 sorprende per la sua modernità: il dibattito sul decentramento amministrativo dopo la nascita della Regione, una inchiesta sulla contestazione giovanile, articoli critici sul ruolo dell’Ente del turismo, delle province, delle comunità montane, uno “speciale” sullo sviluppo delle aree interne.

Una visione moderna e aperta che fece scrivere a Domenico Notarangelo, attento osservatore della storia dei media in Basilicata e certamente non sospetto di simpatie nei confronti dei promotori della rivista, che “Territorio scavò nella unità drammatica della Basilicata per la cui difficile e aspra ricomposizione si impegnarono quanti, redattori e collaboratori, politici e sindacalisti, scrissero sulle sue pagine. Sempre mantenendosi lontani dalle tentazioni di chiudersi nel recinto della riserva campanilistica e spaziando nel più ampio osservatorio delle vicende nazionali e mondiali”.
Per tre anni Territorio rappresentò un terreno libero e aperto di discussione tra le varie visioni politiche e culturali che si confrontavano nella comunità regionale, non mancando mai di aprire, grazie a una serie di autorevoli collaboratori, una vetrina sui grandi avvenimenti dell’Italia e del Mondo.
L’ultimo numero, il numero 38, porta la data del 30 maggio 1978. Ventuno giorni prima era stato assassinato Aldo Moro, e Mario Trufelli titolava il suo editoriale “Riprendere”. Ma la scena era cambiata. Il compito di “riprendere” toccava ad altri.Renato Cantore