di GERARDO ACIERNO
Quando si svegliò era giorno fatto. Avvertì freddo. Provò a riattizzare il camino. Inutilmente. La pioggia insistente della notte aveva lasciato spazio a una foschia autunnale ma si era in primavera. Come tutte le mattine, schioccando le dita, Maria cantarellava a fior di labbra una melodia semplice, ingenua. Un canto di chiesa appreso da giovane, quando il borgo aveva ancora don Eugenio Sasso arciprete e il Cavaliere Tucci podestà.
Come lei, a quell’ora, un buon numero di donne in quel gruzzolo di case lucane che era il borgo facevano le stesse cose fino a quando, sfriggendo, anche quelle voci femminili, come candele soffocate dal coppino del sacrista a cerimonia terminata, si spegnevano per dare spazio e ascolto al pianto dei figli piccoli, alle richieste dei più grandi, ai mugugni degli anziani, alle pretese mattutine dei mariti.
Chi ce li aveva i mariti in casa. Perché nei giorni di marzo di quel millenovecentosessantasette molti mariti erano all’estero per necessità, stanchi di spaccarsi la schiena nei campi e nelle tenute altrui per quattro soldi. Meglio il gelo tedesco ma con il lavoro ben pagato. Maria lo aveva gridato in faccia al commissario di polizia uno dei primi giorni della protesta che dall’autunno precedente aveva preso i vicoli e le strade del borgo e che sottosotto ancora covava:“Mai giovani li vediamo i mariti nostri. La gioventù la passano all’estero e la vecchiaia qui!!”.
Altre donne, più giovani e più arrabbiate di lei, si erano addirittura stese per terra e avevano bloccato il traffico senza dar retta agli appelli dei carabinieri della locale stazione. Protestavano per l’acqua che non arrivava nelle case, per le scuole non riscaldate, per le medicine che rincaravano giorno dopo giorno. E per l’aria che tirava: disoccupazione e stenti a malapena addolciti dalla solidarietà del vicinato.
Il vicinato. Lo chiamavano ‘u’ cënanzë’ e sottintendevano ‘la vicinanza’: sia quella fisica sia quella affettiva. Era un pezzo di quartiere, una parte bene articolata di popolazione nella quale si mescolavano amicizie e solitudini, scambio di doni e liti furiose, feste comuni e lunghi periodi d’isolamento. Tutti i vicinati del borgo avevano comode gradinate sulle quali nelle calde serate estive si raccoglievano donne e bambini, questi per giocare fino a tardi, le altre a chiacchierare, a spettegolare, a parlare di processioni e funerali, a combinare matrimoni, a scombinare fidanzamenti. C’erano case con le mezze porte: si teneva aperta la parte superiore per affacciarsi sul vicolo o per fare entrare un raggio di sole al mattino presto e si lasciava chiusa quella inferiore per impedire l’accesso a poco graditi animaletti. Il vicinato era una famiglia numerosa, una squadra bene affiatata. Bastava una voce per chiamare tutti a raccolta. Bastava un niente per litigare e poi fare subito pace. Tutti invitati a un matrimonio, tutti partecipi a un funerale. Quando il profumo del pane appena sfornato invadeva le stanze di casa, si sapeva che quel giorno ci sarebbe stata la focaccia per tutti.
Ancora in quell’anno, nel borgo, si faceva il pane in casa. Le mamme e le zie avevano braccia nodose e solide; spingevano la pasta fresca, la rivoltavano, la manipolavano con mani calde abituate alla fatica e in silenzio preparavano panelle e focacce, poi le incidevano con un marchio personalizzato, spesso imprimendo le iniziali di famiglia o tratteggiando un semplice segno a forma di croce. Lo tenevano, quel tesoro, al caldo, protetto da panni pesanti in attesa della chiamata della fornaia la quale, avvolta in larghi scialli di solito neri, girava per vicoli e vicoletti avvisando che il forno era pronto per la cottura di quelle loro bontà. C’era un forno in ogni quartiere. E tutti i forni del borgo erano affidati alle donne: Gerarduzza, zia Gaetana, zia Antonia Chiapparò, Serafina, Sinuccia.
Nelle case dove la farina non mancava, la domenica s’impastavano strascinati, fusilli e per le grandi occasioni si tirava la sfoglia per i ravioli. In altre, dove di farina ne circolava poco, si stiravano sottili tagliatelle da cucinare con i fagioli o con i ceci. Per le feste comandate, invece, dappertutto s’indoravano pastelle, taralli, pizze ripiene e biscotti pasquali.
Le mani in pasta, anche metaforicamente, le donne del borgo le avevano sempre tenute. Erano state, infatti, quasi sempre loro a guidare scioperi e proteste. A partire, secondo quanto andava ripetendo Maria, dal lontano 1 maggio del 1898: ‘Nello stesso giorno di una rivolta a Milano; le nostre nonne si rivoltarono qui contro il sindaco per il prezzo del pane’. La donna, nel raccontare quella vicenda milanese, così si vantava: “A Milano le fucilate, qui le bastonate all’impiegato delle Poste per il veloce telegramma indirizzato ai carabinieri di Potenza.” In realtà era stato Tanino, il segretario politico della sezione del PCI ad ammaestrarla. E Maria aveva mandato a memoria il tutto, utilizzandolo quando la provocavano ripetendo vecchie credenze popolari e stupide parole contro le donne.
Anche sull’altra sponda politica le donne del borgo se la cavavano discretamente. Una delle prime sindache di Basilicata era di queste parti e di fede democristiana. Fu eletta nel ’53. Durò poco e lasciò per motivi personali ma operò bene. La DC del posto aveva gruppi femminili che si davano da fare un po’ dovunque: nelle campagne, negli uffici, nelle scuole e ovviamente nel mondo ecclesiale. La loro fede politica e una insistente propaganda si racchiudeva nel motto “croce su croce”, facile richiamo allo Scudo Crociato democristiano. Dall’altra sponda orgogliosamente si rispondeva: “l’anima a Cristo ma il voto ai comunisti”.
Mani di donne capaci e volitive pian pianino s’impossessavano anche del piccolo commercio. Negozi di frutta e di generi alimentari spuntavano dal nulla e c’erano donne a gestirli. Le sarte, poi, andavano per la maggiore nel circondario, tanto che dal capoluogo si faceva la fila per farsi cucire da loro giacche e cappotti. Il tempo delle donne che andavano a scavare fossi nei vivai della Forestale e nei cantieri comunali era finito, e si stava concludendo anche quello delle donne di servizio nelle case dei signori della città. Non si spegneva, però, la loro vena protestataria, l’indole alla ribellione, la voglia di farsi sentire sempre e comunque. Questa raggiunse il suo apice la mattina in cui Maria non riuscì a riattizzare il suo camino.
Di fuori, nella folla che protestava, c’era anche il giornalista famoso richiamato qui dalla strana storia dei contatori, giunta fino a Napoli, dove lui abitava. Titolò la vicenda “I vespri dell’acqua” e la raccontò attraverso le voci, le urla, i gesti e gli occhi di quel manipolo di donne che sfidarono per una settimana autorità civili, militari e religiose. Gli occhi grandi e bellissimi della vecchia compagna di Maria descritti dallo scrittore napoletano con manifesta simpatia, ( .. occhi come mai se ne vedono da queste parti..) a un certo punto s’incresparono di lacrime. Qualcuno disse per colpa dei fumogeni della polizia. Altri invece parlarono di rabbia e senso di colpa.
Quando la protesta si concluse l’acqua tornò nelle tubature ma nelle belle sere d’estate Maria non si ritrovò più con le comari del pettegolezzo né si fece più vivo il sagrestano con il suo organetto, per anni accompagnatore delle fragili luminescenze delle lucciole negli anfratti e negli slarghi dei quartieri. Da quel giorno il vicinato con tutta la sua carica di umanità declinò per sempre nel silenzio, nell’indifferenza e nel progressivo grigiore di una alienante periferia cittadina.