Maria Zambrano: storia di un esilio politico e filosofico

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MICHELE PETRUZZO

                            Il 22 Aprile 1904 nasceva a Velez-Malaga la filosofa spagnola Maria Zambrano. Una figura forse poco conosciuta in Italia, se non dagli addetti ai lavori, che merita invece particolare attenzione. Fu, infatti, una delle prime donne ad intraprendere la carriera universitaria all’interno di un contesto alquanto ostile, quale la Spagna degli anni Trenta, in cui una donna che si dedicava alla filosofia era considerata una vera e propria eresia.

Dopo aver trascorso la sua adolescenza a Segovia, si trasferisce insieme alla famiglia a Madrid, dove si laurea in Filosofia e diventa assistente alla cattedra di Metafisica.

Mantiene un dialogo costante tra filosofia e politica e pubblica diversi articoli in difesa della Repubblica. Partecipa, infatti, alla guerra civile, combattendo contro il regime franchista. Nel 1939 c’è anche lei tra i profughi che lasciano la Spagna per sfuggire all’esercito di Franco. L’affermazione della dittatura sancisce l’inizio del suo lungo peregrinare, un esilio che durerà quarantacinque anni e che segnerà la sua vita, ma ancor di più la sua filosofia. La condizione di esule politica la porterà in Messico, ma anche a Parigi – dove avrà modo di entrare in contatto con intellettuali del calibro di Camus, Sartre e Cioran – a Cuba, in Portorico e perfino in Italia, precisamente a Roma, dove si stabilisce nel 1953 insieme alla sorella Araceli. Anche qui la sua attività culturale non si arresta: intesse rapporti con importanti intellettuali dell’epoca, da Alberto Moravia a Carlo Emilio Gadda, e dirige la sezione spagnola della rivista “Botteghe Oscure”. Tuttavia neanche in un paese democratico, quale l’Italia del secondo dopoguerra, Maria Zambrano troverà stabilità. Nel 1964, infatti, il governo democristiano decide di espellere le due sorelle spagnole con un foglio di via, accusandole di comunismo ed attività sovversiva. Si sposteranno, pertanto, a Le Pièce, un paesino svizzero tra le montagne del Giura, e successivamente a Ginevra. Potrà tornare in patria soltanto nel 1984.

La filosofia di Zambrano è caratterizzata dal costante tentativo di dar voce a ciò che è muto, dalla volontà di raccontare la parte nascosta dell’esistenza. Dai suoi scritti emerge una ricerca della verità capace di andare oltre gli stereotipi, dettata dal continuo confronto con l’essere umano nella sua interezza. Con una scrittura poetica e a volte perfino ironica, prova a delineare i contorni di una filosofia vivente e si avventura sui sentieri del sacro. Il suo vero sforzo intellettuale è quello di rendere il pensiero aderente alla vita. La pensatrice spagnola va oltre l’esercizio speculativo, inseguendo una verità che non ha dimensioni astratte, ma al contrario è concretezza esistenziale.

Uno degli aspetti più interessanti della sua opera è la capacità di tradurre il dramma politico dell’esilio in privilegio filosofico-esistenziale. La sua condizione diventa un angolo di osservazione del mondo, un’esperienza di rivelazione che non la abbandonerà mai e che le consentirà di analizzare a fondo la reale natura umana. L’essere altrove ed il relativo spaesamento che ne deriva, paradossalmente, le consentono di ritrovarsi e di scovare e scrutare l’ignoto.

Maria Zambrano si pronunciò anche sulla condizione delle donne, denunciando la loro esclusione dagli spazi del sapere ufficiale e l’assenza di una parola femminile, che non trovava riconoscimento. Inquadrò la questione all’interno di una prospettiva filosofica, provando a capovolgere quel modo tutto maschile di pensare, ossia l’idealismo dell’uomo occidentale. Convinta che la negazione della donna fosse il prodotto dell’incapacità umana di accogliere l’amore in tutta la sua potenza rivoluzionaria, provò a spiegare il significato della differenza tra maschile e femminile e la necessità dell’unione tra opposti.

Altro punto chiave del suo pensiero è la coscienza umana della propria finitezza, da cui scaturiscono al contempo nostalgia e speranza. Il futuro dell’uomo, ossia la speranza, viene a coincidere con la sua rinascita, dunque la nostalgia. Due realtà che secondo la filosofa albergano nel cuore di ciascuno di noi.

Un’eredità importante, quella che Zambrano lascia ai posteri: l’auspicio di un mondo democratico, in cui ognuno possa esprimere se stesso nel rispetto delle differenze.

L’esilio le trasmise la consapevolezza dell’“esser nati a metà”, l’idea secondo cui gli uomini sono esseri incompiuti, che non smettono mai di nascere. Da qui la richiesta di incidere sulla sua lapide una frase del Cantico dei Cantici, in cui questo concetto giunge a sintesi teorica: «Surge, amica mea, et veni».

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Sull' Autore

Michele Petruzzo

Nato a Potenza in una calda notte di agosto del 1994. Storico, appassionato di politica e tifoso della Roma. Ho studiato a Bologna, dove ho conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche con una tesi in “Storia delle donne e dell'identità di genere”. Ho frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso e ho collaborato con “Il Manifesto”. Adoro la letteratura e il mare.

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