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NINO CARELLA

Matera 2019 non è tanto un problema di braccia e di gambe, quanto di testa; o, per dirla alla Paolo Verri, non è un problema di “mattoni”, ma di “neuroni”.

E’ tutta qui la sintesi del grande equivoco comunicativo che forse ancora oggi lega la città al 2019, complici gli slogan della scorsa (un po’ truffaldina, come ogni) campagna elettorale, e il tentativo da parte della politica locale di sfilare responsabilità e compiti dalla propria tasca per infilarli in quelle assai strette della Fondazione.

E quindi dopo una serie di incontri “obbligati” in Consiglio comunale, in cui la Fondazione è stata chiamata quasi a rispondere alla Santa Inquisizione sul suo presunto stallo produttivo, ieri 26 aprile 2017 è finalmente e ufficialmente iniziata la corsa verso il 2019. I progetti che partono oggi, ha ammesso Paolo Verri, potevano tranquillamente partire un anno fa. Si è perso tempo, e nessuno sa nemmeno bene perchè o per che cosa. Ma Matera 2019 si farà, e sarà bellissima, come avevamo titolato qualche mese fa (link) in un articolo che preannunciava la ripresa delle attività, che sono state messe in ordine, anche mentale, ieri sera dalla Fondazione al completo, accompagnata dalla risorse individuate per portare a termine i progetti indicati dal Dossier.

Già, il dossier. Perchè l’equivoco che andava sciolto riguardava proprio il dossier: i progetti per Matera 2019 sono infatti già tutti indicati nel documento intitolato “OpenFuture”. Non c’è più nulla da inventare, se non le modalità pratiche per realizzarli. Ed è importante sottolineare a questo punto, ancora una volta perchè sia chiaro una volta per tutte, che è il progetto “OpenFuture” ad aver permesso alla Commissione Europea di assegnare il titolo di Capitale Europea della Cultura a Matera; non è,come pure è stato raccontato e come qualcuno ha creduto, che Matera abbia vinto il titolo Ecoc per altri motivi, e che quindi ora ci si debba inventare chissà quali iniziative. Su questo equivoco, come detto, in molti ci hanno marciato, magari per guadagnare visibilità e/o consenso. Una bugia dalle gambe talmente corte, da rallentare la corsa della città. Finora.

E poi c’è la Fondazione. Che non è un forno nel quale infilare pagnotte preconfezionate (i progetti culturali), per utilizzare il quale occorre sgomitare e mettersi in fila, o tentare l’assalto garibaldino con mille uomini di acciaio, per assicurarsene l’uso esclusivo; la Fondazione Matera-Basilicata 2019 è piuttosto il lievito in grado di far crescere – creando relazioni verticali e orizzontali, aprendo spazi e strutture, accendendo i riflettori su quanto sta già succedendo sul territorio (e Verri ha citato proprio il recente recupero del campetto da basket in un quartiere di periferia, realizzato da un gruppo di cittadini volontari per la collettività, come esempio di cultura spontanea che non ha certo bisogno della spinta della Fondazione) – la creatività e la voglia di partecipare di Matera e della Basilicata.

E infatti, la Basilicata. Anche qui slogan elettorali poco responsabili hanno denunciato un presunto “scippo” del titolo materano a beneficio dell’intero territorio regionale. Slogan alimentati da ben altri scippi, alcuni recenti altri più remoti, che effettivamente e puntualmente avvengono dirottando risorse e riflettori verso il capoluogo. Ma Matera2019 è sempre stata “Matera-Basilicata 2019”. Basta far mente locale alle tante iniziative durante tutto il percorso di candidatura, al coinvolgimento dei sindaci dei comuni di tutta la Basilicata, e della stessa Regione sin dall’inizio, per capire come abbiamo impiegato finora il tempo che oggi ci manca: a filosofeggiare sul nulla, quando era già tutto fatto, tutto scritto, tutto pronto da far partire.

Non che finora si sia stati completamente con le mani in mano: la macchina di Matera 2019 ha infatti dovuto fare i conti con procedure burocratiche, con le disposizioni di legge in tema di risorse pubbliche. Tanto che ancora ad oggi non è stato possibile trasferire materialmente i fondi previsti dal Comune alla Fondazione. E si è completato lo staff con i recenti bandi ad evidenza pubblica, anch’essi inutilmente passati al riflettore delle polemiche, che sono immediatamente scomparse non appena sono stati pubblicati bilanci e graduatorie. Errori di comunicazione da una parte, eccessiva diffidenza dall’altra; risultato: la corsa per il 2019 parte solo adesso.

E allora: pronti, partenza, via!

Per prima cosa, la timeline: l’azione di Matera 2019, partita nel 2011, vinto il titolo nel 2014, realizzati i progetti nel 2019, produrrà effetti almeno fino al 2022.

Ma cosa accadrà nel 2019? Abbiamo già le date: la cerimonia di apertura è prevista per il 19 gennaio 2019 (alle ore 19:19); la cerimonia di chiusura dell’anno culturale è invece prevista per il 20 dicembre, anche se Verri avrebbe preferito chiamarla “cerimonia di riapertura”, visto che la città proseguirà il suo viaggio per almeno un altro triennio.

Le linee progettuali, come detto, sono già previste dal Dossier. I due pilatri principali sono l’Open Design School (che progetterà e realizzerà molte degli strumenti materiali che verranno utilizzati nel 2019: palchi, scenografie, ecc) e il Museo Demo-Etno-Antropologico (una sorta di rete tra archivi e collezioni pubbliche, dalla quale pescare per realizzare quasi in automatico esposizioni, mostre, eventi, e che renderà usufruibile quel che oggi è, di fatto, inaccessibile ai più).

E sono previste 4 grandi mostre, per le quali sono stati individuati i curatori: Ars Excavandi (a cura di Pietro Laureano), Rinascimento Riletto (con la direzione della Sovrintendente Marta Ragozzino), La poetica dei numeri primi (curata dal noto scrittore Piergiorgio Odifreddi), Osservatorio dell’Antropocene.

Accanto ai progetti del dossier, si è deciso inoltre (lo avevamo anticipato) che ci saranno anche in parallelo decine di micro-progetti proposti dai cittadini, da creativi indipendenti, da associazioni, che saranno avviati sotto il grande tendone di Matera 2019. Senza contare che la riattivazione della rete “social”, potrà senz’altro far riconquistare velocemente quell’entusiasmo andato lentamente scemando, dopo la proclamazione.

Ma se è vero che Matera 2019 è soprattutto questione di testa, di “neuroni”, è anche vero che i mattoni hanno il loro peso; ed è su questo punto che i cittadini materani attendevano di ricevere il maggiore, tangibile, valore aggiunto. Ma il capitolo infrastrutture (teatri, aree concerto, strade, parcheggi, trasporti, ecc), di totale e completa responsabilità della guida politica cittadina e regionale, è quello che ha fatto registrare lo stallo maggiore. Tanto che non bisogna essere ormai particolarmente pessimisti per pronosticare che Matera 2019 non sarà “fisicamente” molto diversa dalla Matera del 2014. A parte qualche lieve restyling, peraltro già in corso o comunque già in programma.

Si lavorerà quindi con quello che c’è, e con quello che altre istituzioni (vedi il Polo Museale) riusciranno a realizzare: ad esempio sono previsti oltre 7 milioni per l’area archeologica della fascia Jonica; quasi 3 milioni per parco e castello di Venosa; altrettanti per quello di Melfi; o 7,28 milioni per il restauro di Palazzo Lanfranchi. La rete infrastrutturale della città di Matera proverà invece a valorizzare luoghi già esistenti e operativi, alcuni destinati ad un (ci auguriamo) veloce recupero, come il Cinema Kennedy, la Cava del Sole, i giardini del progetto GardenTopia, per nominarcne alcuni.

Matera 2019 quindi è partita. Comunque vada, sarà un successo: una vetrina ulteriore per una città già lanciata da molti anni nel panorama turistico internazionale, sotto i riflettori di collezionisti di immagini, di artisti e registi, in grado di offrire generosamente al mondo le sue tante e profonde chiavi di lettura.

Anche senza, e certamente anche oltre, il 2019.

Ma se il castello progettuale creato sul 2019 riuscirà anche a sciogliere qualche nodo comunicativo di troppo, a farsi fluido e semplice per penetrare in tutti i livelli della società materana, a catalizzare ancora una volta il coinvolgimento di una città che altro non chiede, allora forse non sarà solo una data.

Ma, come già fu il 1993 con il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell’Umanità, potrà essere  davvero uno spartiacque tra una Matera che era, e la Matera che sarà.

E che tutti vorremmo: attiva, ardente, aperta, accogliente.

Come una vera Capitale.