MATERA: VISIONE, NON VISIBILITA’

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nino-carellaNINO CARELLA

Stenta a decollare il dibattito su “Quale Turismo?” a Matera. La più grande preoccupazione di operatori e dirigenti locali sembra essere solo quella di macinare numeri: dimostrare che gli arrivi dell’anno in corso sono superiori a quelli dell’anno passato, sarebbe il marchio di garanzia e qualità di una qualche azione amministrativa messa in campo.

E si capisce che in una città che negli ultimi due anni ha visto più che triplicare le strutture ricettive, fino ad averne costantemente a disposizione, quasi in ogni periodo dell’anno, più di Torino e di Bari, ai livelli di Venezia e quasi la metà di Milano e Firenze (basta una ricerca online sul sito booking.com), in una città in cui gli investimenti privati vengono decisi forse più sulla base di eccezionali periodi di saturazione dell’offerta (Pasqua, ponti primaverili, ferragosto) che in seguito ad una ponderata e corretta pianificazione strategica, in una città in cui in effetti oltre al boom turistico c’è poco altro da masticare, la preoccupazione di far grandi numeri senza troppo preoccuparsi della qualità, e di quello che questi numeri lasciano sul territorio, è perfino comprensibile.

Ma troppe sono state nel passato, anche in questa Regione, le mete “di moda” prese d’assalto per alcuni anni, e che senza una corretta strategia di consolidamento, hanno visto presto – passata la moda – impoverirsi e restare al palo.

Matera ha bisogno di una visione, non di (ulteriore) visibilità. Discorso duro, difficile, incomprensibile per molti, forse. Perfino impopolare, per l’opinione pubblica che va ora per la maggiore. Me ne rendo conto. Eppure lo ritengo necessario.

L’ipervisibilità della nostra città sui mass media regala sicuramente cartoline che attraggono grande pubblico. Ma è questo il nostro target d’elezione?

Negli ultimi due anni abbiamo assistito ad un progressivo impoverimento della qualità della domanda. Dato non rilevabile statisticamente, certo (anche se il fatto che alla crescita delle presenze in città non corrisponda un parallelo aumento delle presenze nei Musei cittadini, qualche riflessione la impone) ma nettamente percepibile da parte di operatori turistici e addetti del settore. Tanto che il dibattito è reale e sentito nelle piazze cittadine, reali e virtuali.

Ed è forse un calo di qualità anche inevitabile, se si è passati dai grandi eventi del percorso di candidatura di Matera 2019, dall’enfasi su Materadio, da “The Passion of the Christ”, a eventi come il Capodanno Rai e la fiction Sorelle. Tutto fa brodo, intendetemi. Ma poi non ci si deve troppo sorprendere che si raccolga esattamente quel che si è seminato.

Matera è una città d’arte particolare nella sua unicità, che offre ai suoi visitatori diversi livelli di lettura. Dal più superficiale: il paesaggio da cartolina o da selfie; al più profondo e poetico: l’ingegno umano tramandato nei millenni che ha scolpito, senza piani regolatori o senza geniali personalità dell’arte e dell’architettura, un connubio unico di convivenza tra uomo e natura. Se non si è in grado di cogliere più di un livello fra il primo e l’ultimo, non si è nel target giusto per apprezzare e per vivere Matera.

Eppure, il sindaco De Ruggieri riprende di nuovo la sua sorda battaglia contro l’ospitalità diffusa, propagandando bugie (la qualità dell’offerta sarebbe di scarsa qualità smentendo di fatto le numerose ricerche che danno Matera in cima alle classifiche MONDIALI proprio per la qualità della propria accoglienza) per raggiungere il suo fine dichiarato fin dall’inizio del suo mandato: dotare Matera di grandi alberghi come una Rimini qualunque degli anni ’70. Abiurando, peraltro, quello che potrebbe di fatto essere un modello distintivo e unico, in linea con il Dossier vincitore del concorso per il 2019, che vede il turista non come semplice visitatore, ma come abitante temporaneo: l’unica dimensione in cui è possibile cogliere appieno il significato più profondo della città dei due Sassi. Il nostro modello costituisce un unicum, un carattere distintivo che nel turismo è da sempre valore aggiunto, al contrario della obsoleta omologazione verso la quale punta deciso il nostro governo cittadino. E che, ben organizzato, potrebbe tranquillamente soddisfare anche richieste più complicate, come i bisogni e i viaggi dei grandi gruppi organizzati.

Matera è questa, prendere o lasciare. Non dovremmo cambiare la nostra natura, la nostra unicità, non dovremmo essere disposti a violentare il nostro territorio per soddisfare una momentanea impennata di notorietà. Che potrebbe invece essere la base di una crescita costante di qualità e di quantità del turismo lucano (penso ai 20 milioni di turisti che ci passano di fianco visitando il sito di Pompei: residui del Grand Tour ottocentesco, che sarebbe ora di aggiornare al 2.0 con un Grand Tour del Sud Italia, aggiungendo Basilicata e Puglia alle mete italiane più note al mondo).

Ma per farlo occorrono organizzazione, capacità e visione.

Puntando tutto e solo sulla visibilità, il tendone cadrà non appena andremo fuori dagli schermi. Tutto stanca, il pubblico richiede costantemente cose nuove. E Matera tutto è, tranne che nuova. Anche se agli occhi dei più distratti, compresi i nostri, appare sempre con una “Bella scoperta”.

Per consolidare gli investimenti dei privati, e gli indiscutibili anche se talvolta singhiozzanti e timidi (finora) salti in avanti del pubblico, occorrere cambiare la testa, non la terra che ci è sotto i piedi. Riprendere il filo di un discorso troppo presto spezzato in nome della discontinuità col passato, in una città che della continuità con le proprie radici più antiche ha plasmato il proprio carattere millenario.

Raccontare (e vendere!) Matera per quella che è, e non per quella che gli altri vorrebbero che fosse.

Il giorno in cui ci appiattiremo a tappetino alle richieste del mercato, nel timore di perdere quote o di non riuscire a raggiungere gli ambiziosi obiettivi prefissati, sarà il giorno in cui avremo rinunciato ad essere noi. Ad essere Matera, la città dalle cento letture, in cui la cultura non la si deve inventare, ma solo saper leggere tra le pietre dei Sassi, nel paesaggio verde e marrone della Murgia, negli anfratti bui eppure così ospitali della Gravina.

Il giorno in cui rinunceremo alla nostra identità, per sposare quella imposta dall’Hilton di turno, sarà il giorno in cui potremo dire addio al sogno più grande di tutti. Che non è quello di tagliare il traguardo del milione di turisti all’anno, al quale, ne sono certo, arriveremo comunque, prima o poi.

Ma è il sogno di essere guida del Sud, modello di sviluppo, simbolo di una cultura che smette di chiedere e si rivolge ad offrire tutta sé stessa a chi ha occhi, mani e piedi per accoglierla.

 

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Sull' Autore

Nino Carella

Ho impostato il navigatore in direzione aziendale ma, blaterando di democrazia e di sviluppo, ho svoltato a sinistra finendo dritto addosso a un blog: ed erano già passati quarant'anni.

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