IMMACOLATA BLESCIA
PARTE IV
Questa settimana vorrei sospendere l’analisi dei dialetti lucani e offrire una “distrazione contingente” a essa che striizza l’occhio alla storia delle tradizioni popolari: i proverbi.
Esiste un mezzo espressivo più carico di storia, cultura, lingua e tradizione di un proverbio? Credo proprio di no.
Quante volte abbiamo fatto ricorso a queste vecchie pillole di saggezza cercando una risposta o una spiegazione che esulasse dalla spiegazione meramente scientifica?
E quante volte ci siamo arrogati il diritto di chiudere un discorso ardito attingendo al pozzo senza fondo dei proverbi?
Nel patrimonio linguistico di un popolo, i detti popolari sono unici nel saper trasmettere un insegnamento che l’esperienza secolare ha dimostrato valido in determinate circostanze.
Dal punto di vista stilistico, il proverbio presenta una struttura singolare che vede la presenza di alcuni accorgimenti formali come:
- la rima, consonanza per identità di suono di due o più parole dalla vocale accentata alla fine
(S spus p na vit, no p fa na git, ci si sposa per una vita intera, non per una gita; indica l’importanza del matrimonio che è un serio impegno per tutta la vita, non superficiale e leggero come può essere una gita);
- l’assonanza, ossia uguaglianza delle vocali nel suono finale di due parole o di due versi
( chi sem’n spin nun jess a scauz, chi semina spine non deve andare scallzo; chi compie del male deve stare attento in quanto gli si potrebbe ritorcere contro);
- la contrapposizione, il mettere in antitesi due o più parti dell’enunciato
(Gjs crist i facj e sand Pijetr i kokkj,Gesù Cristo li crea e San Pietro li accoppia; riferito alle coppie simili caratterialmente o fisicamente e al fatto che il Signore crea gli uomini e san Pietro, ritenuto dispettoso, li fa incontrare).
In un proverbio le componenti appena illustrate mirano a un unico fine: la sua memorizzazione. L’adagio infatti tende a essere scolpito nel ricordo di chi lo apprende e punta al concreto riscontro di una situazione, di un momento già vissuto da altri.
In ogni proverbio si racchiude la lieve forza della saggezza popolare, quella che nasce dall’osservazione della natura e dal comportamento dell’uomo. E’ solo con il tempo, poi, che queste acute osservazioni si cristallizzano in proverbi, in motti, in adagi perchè costituiscono l’apice di una lunga e attenta analisi di un particolare evento o comportamento.
Basti pensare a proverbi quali:
- figl e vott l’e t’ nè sutt ( figli e botti devi tenerli sotto), come la botte deve essere continuamente controllata per evitare che il vino inacidisca, così i figli vanno sempre seguiti con costanza al fine di non farli incappare in situazioni spiacevoli);
- u puork abb’nghiat, arr’vot u gav’t ( il maiale sazio rivolta il trogolo), il maiale sazio rivolta il trogolo come chi, raggiunto il proprio obiettivo, risulta sprezzante verso tutto e tutti;
- a sand’Anduon i juorn so buon ( a sant’Antonio le giornate sono buone), a partire da tale festività, il 17 gennaio, le ore solari si allungano;
- ki raciopp v’negn ( chi raccoglie anche i grappoli d’uva più piccoli, fa una buona vendemmia), gran parte dell’uva della vendemmia è costituita proprio da quei grappoli che potrebbero sembrare secchi e privi di acini consistenti.
Un proverbio pronunciato in dialetto conserva, com’è naturale che sia, tutta quella serie di sfumature territoriali e linguistiche che fanno affondare le radici della memoria in una terra ricca di vissuto: essi, come si può notare, racchiudono tutto lo scibile di una cultura contadino-pastorale che aveva come scansione temporale il calendario liturgico e le festività dei maggiori santi.
Ma ritornando ai dialetti lucani, la scorsa settimana ci siamo lasciati con l’immagine della Basilicata intesa come un grande cuore e, linguisticamente parlando, suddivisa in quattro aree, ognuna delle quali madida di un patrimonio culturale, storico e linguistico dal valore precipuo e inestimabile:area appenninica, area arcaica calabro-lucana, area apulo-lucana, area a influenza albanese.
L’intento è quello di analizzare nel dettaglio ognuna delle quattro compagini ma, data la vastità e la complessità dell’argomento, apartire dalla prossima volta dedicherò un articolo per ciascuna delle aree linguistiche poste in esame, cercando di evitare dettagli tecnici comprensibili solo agli “addetti ai lavori ”.
Vorrei chiudere con il desiderio di rivendicare, ancora una volta, questa nostra lingua parallela, ossia il dialetto, affermando che l’approccio di studio a esso è analitico e per molti versi anche scientifico.
Si diffidi pertanto di chi si ostina ancora oggi a categorizzarlo come insulso mezzo espressivo di un volgare popolo.
Con questo vi invito al prossimo incontro webbico, in cui inizieremo insieme un’interessante esplorazione linguistica dell’area appenninica della nostra Basilicata, cioè la zona centrale e occidentale della provincia di Potenza e alcuni paesi dell’entroterra della provincia di Matera.
E dato che ci avviciniamo al week end, vi saluto con un proverbio di speranza: nun gè sabb’t senza sol, nun gè donn senz’amor(non c’è sabato senza sole, non c’è donna senza amore).
LA FOTO DI COPERTINA è PRESA DA UNA PUBBLICITA’ SULLE TSHIRT WWW.MAGLIETTED’ITALIA.IT
