MAURIZIO CUCCHI, il disfacimento e lo sdegno civile.

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Interlinea pubblica Nel vasto territorio tossico”

di Antonio Lotierzo

Quarantatré brevi dense e multicolori ‘poesie civili’, pubblicate sulla spinta del festival di Vercelli e di Roberto Cicala, ci riportano dentro il poetare di Maurizio Cucchi, milanese ‘disperso’ nella tensione fra la storica condizione d’una ricca ruralità (alla E. Olmi de ‘L’albero degli zoccoli’ ,forse, che pure mai è versificata ma resta come un fondale originario quanto sbiadito e contrastante) e questo nostro ‘territorio tossico’ dalla cui ‘comunque crescita’ siamo coinvolti, con in più la ‘spaventata chiacchiera’ del Covid 19 e, ora, della guerra ucraina. Le prime poesie occasionali narrano del Cucchi viaggiatore ed ‘osservatore di paesi’ che, partendo dal cibo locale, dai frutti terrestri e del rammemorato suo ‘ vastissimo orto/ pieno di meraviglie domestiche’(p.12) passa in

Europa, anche a quella che ‘cavalca un toro nero’ e giunge alla Sète di Valéry, carica di tensioni e qui non per il tradotto Brassens ma per un Valéry ammirato ma ‘ non abbastanza amato’ nelle forme della fredda razionalità. Seguono poesie a Pompei, a Bardolino sul Garda, al Brasile, ad una Catania avita smarrita e sinistra, alla Siberia del gas (guarda caso), al Senegal, in cui l’io lirico rammemora esperienze del quotidiano. Fenomenologia del viaggio con registrazioni di curiosità che irradiano la coscienza, anche di legami e di ‘ una strana identità remota’. Sapiens ed insipiens, gregge che si sballa con antimusica, delineati contrasti generazionali e tuttavia vi è anche un Cucchi pedagogo o ascoltatore-registratore della gioventù che sale, che vive nel digitale, che contesta il principio di prestazione, che tutti ci tiene in pugno, l’usura contro cuivomitava un dantesco E. Pound.

E il poeta stranito ed impaurito, lancia un debole attacco al populismo mentre se ne va al bar ‘ per un aperitivo e sfoglio, /leggo, sbircio, contento del reale’ che si dà cartaceo, ‘il mio giornale’ (p.31). E come è ‘fieramente postmoderno/ analfabetismo totale!’, distante da quel gusto della lingua del popolo che celebrava Delio Tessa (p.44). Eccezionale giudizio artistico, in tre strofe di sette versi, è ‘Levissima materia’, che illustra quel ‘terragno impasto…vorticante…di vita’ che è l’arte dell’amico Vincenzo Balena, in cui la ‘lievità cieca’ delle immagini o sculture rivelano la danza informe di un mondo che conforta la mente. Qui Cucchi fa pensare anche a Baudelaire, a quel legame stringente fra poeti e pittori-artisti. Ancor più in ‘Bagnanti’, viatico per l’arte di Teresa Maresca, l’impasto linguistico ricostruisce i disegni verticali delle figure, cogliendole fra ‘la trasparenza e le acque’, bagnanti dai gesti feriali e sfuggenti, da cui non sai se  stanno per riemergere o per ‘dileguarsi’(p.42). E ancora racconto in versi è l’incanto giovanile per la musica di Bach, incanto che persiste ma che il poeta sposta sulla vana ricerca del suo vinile, che lo aprì ad una ‘strada impossibile, più alta’, che resta pedagogica teleologia di vita. Le cinque strofe di ‘Immagini’ costituiscono uno dei vertici della raccolta, anche per l’esibizione di quel minimalismo quotidiano di cui si sostanzia la poesia di Cucchi, osservatore da quel ‘minimo angolo’ del disfacimento del vitale fluttuante occidentale, che trova un certo conforto nei sogni degli adolescenti, nei paesi fantastici della geografia, nelle”(proposizioni attive di Greta. ‘ (…)E allora qui, nel cuore di Milano, mi accomodo/ sereno come in un dolce guscio,/ dinamico, però, e insieme protettivo, sempre più mio, e vivo ( p.61). E questo è il desiderio profondo di Cucchi, che si aggira tranquillo per le sue elette strade, nel suo (licantropico?) ‘sgagnare e usmare’ (unico innesto dialettale, credo, d’ascendenza gaddiana ), assorbire la media quiete e prolungare la ‘mediocrità ingenua e gentile del mondo’, desiderando il prosperare nell’oblio, la continuità del vivere senza essere disturbati, dimenticati come il viaggiatore vile che chiude i testi e che così intende perdurare. Varie sono le strofe che stringono i versi ma intendo richiamare l’uso illuminante delle congiunzioni (i vari: ‘e dunque’, ‘e allora’ ‘eppure’ ) e tutti quei ‘ma’ ed ‘e’ , in varietà oppositiva oltre che conclusiva, per la costruzione narrativa di una poesia che vale come sapiente autocoscienza del proprio tempo, la cui provvisorietà precaria è vissuta con educata e gentile attesa di una storica, e speriamo parziale, apocalisse culturale.

  1. M. Cucchi, Nel vasto territorio tossico -Poesie civili, Novara, Interlinea,2021, e 12 

VIRUS

Mi aggiro, tranquillo come sempre, 

nelle vie pacifiche, dove ogni tanto,

si scorge l’allarme di una maschera

e il tram, ora di punta, è quasi vuoto.

Colgo qua e là discorsi, ma è strano,

tutti uguali, in un coro

di contagi sparsi.                                      

  Contagio della paura, contagio

di un panico a parole, una fifa

che si risolve, ignota nel suo intimo,

nelle identiche frasi tutte uguali,

mutuate dalle reti,dal bla bla

generale, uno spettacolo

fra  teatro dell’assurdo e vuoto

dove non sai se il virus è la peste

o l’infinita, spaventata chiacchiera

che oggi, nel gioco e nel dolore,

e nell’ansia quotidiana quasi tutti,

ci accomuna.

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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