MEGL’ ‘E PELE’. PER SEMPRE.

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Avviso ai naviganti: non scassatemi con i “sì, però”. Non mi interessa niente della discutibilità morale e civile del personaggio, dei figli illegittimi, della cocaina, come non mi interessa che nella Nutella ci sia l’olio di palma. Diego Armando Maradona l’inarrivabile talento calcistico magico funambolico  è morto, e niente nella vita dei ragazzi che eravamo sarà come prima.

La notizia coglie me e i membri della mia famiglia come un fulmine. Accorriamo da vari punti della casa davanti alla tv, per averne certezza, che non si sa mai con notizie come queste. E niente, è vero. La tristezza mi sale nel petto come un’onda, come la hola che facevamo al San Paolo aspettando il suo ingresso in campo.

Ho avuto la fortuna di frequentare la curva A dello stadio San Paolo proprio in quegli anni, in mezzo ad un gruppo di tifosi fra i quali il mio fidanzato dell’epoca. La domenica iniziava a casa sua, con sua mamma che preparava colossali marenne (in genere sfilatini di Casoria svuotati della mollica e riempiti con salsicce e friarielli) e ci battezzava all’uscita da casa con un solenne “A Maronna v’accumpagni” e un più sussurrato (nelle orecchie del figlio) “Nun facite fa’ male ‘a guagliona”. La guagliona ero io, che in mezzo a quei 5 armadi di fidanzato e cugini e parenti vari si sentiva sicurissima. L’erba del San Paolo era una distesa brillante verdissima, e i giocatori erano puntini in movimento. Il puntino dal movimento imprevedibile era lui, Dieguito, “‘o nennillo”, come era affettuosamente chiamato dai tifosi. Il fiato si sospendeva, quando il puntino in possesso di palla avanzava fra i puntini avversari, un unico palpito gonfiava le gole e i cuori sotto i giacconi invernali, e quando la rete finiva con l’essere gonfiata dal tiro con traiettorie impossibili di quel nanerottolo tracagnotto con le gambe troppo corte, l’urlo trattenuto esplodeva. Abbracci, salti, cori, corretti e meno corretti, lacrime e baci. La sera del primo scudetto fu una festa infinita, avevo una maglietta bianca con la scritta L’ORGOGLIO DI ESSERE NAPOLETANA che ho ritrovato e buttato solo il mese scorso. Tornammo a casa all’alba senza più voce e senza più energie da spendere, schiantati dalla gioia di aver colto una cosa inafferrabile. Eravamo dentro la storia, ma allora ancora non lo sapevamo. Il regno di Dieguito sembrava dover durare ancora millenni, in quella città misteriosa e appassionata che lo aveva eletto a suo imperatore.

Perchè alla fine, vivere a Napoli in quegli anni significava vivere in una città stordita e felice, opulenta, immensamente ricca, nella quale la musica di Pino Daniele e la parlata smozzicata di Massimo Troisi non erano ancora state spente per sempre. E Diego era la speranza, era il sogno, lo sfarzo che si aggiungeva alla ricchezza. Certo, il riscatto, ma anche e soprattutto la sensazione di una città di aver finalmente trovato un posto nel mondo.

Diego non c’è più e non interessa a nessuno di noi, di quelli che hanno condiviso questa avventura, cosa ha fatto o detto dopo essere andato via da Napoli. Quel fagotto imbolsito e gonfio che faceva fatica a camminare, quel fisico già poco scultoreo massacrato da decenni di stravizi e eccessi di ogni genere, per noi non esisteva. Per noi, per quella generazione, Diego Armando Maradona sarà sempre vestito di azzurro Napoli. E sarà sempre, sempre megl’ ‘e Pelè.

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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