MEMORIA DEL CIBO E MEMORIA DELLA FAME

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LUCIO TUFANO

Ogni città una storia! Naturalmente questa volta si tratta dei sepolcri del gusto, delle pietanze che hanno caratterizzato vicoli e famiglie, che hanno dato soprannomi e soddisfatto avventori e viandanti, odori che si sprigionavano dalle stamberghe e dalle padelle poste sul fuoco di fornacelle rudimentali, alimentate da carbone di legna, odori di olio fritto e peperoni, di “pizzaiole”, di zeppole, di panelle appena uscite dagli antri dei forni dalle bocche rosse di fuoco. Ora la città ha pulsioni gastroregolate, che si omogeneizzano in una meta-cucina che potrebbe non essere più la nostra. Dove la maionese è diventata salsa piccante e la rucola si è fatta prezzemolo. Scomparse le vecchie cantine e trattorie, le trafelate cucine di brodi, di posate ai tavoli da osti con maniche rimboccate, scamiciati e con grembiuli sulla pancia, di più piatti su di un solo braccio serviti da camerieri, piedi piatti e con la voce flebile, o dai padroni premurosi ed indagatori. La gastronomia è ormai, per il commensale giovane e per chi è indaffarato, la forma più istantanea del servizio, e negli uffici, nei posti di lavoro dove non vigono i fast food o le mense standard, tra due fette di pane o nel panino ci mettono fame, fretta, istanze dieteiche, sottaceti, burro e alici, con tutte le problematiche sindacali e gli scatti di stipendio. Ormai “il piatto d’autore”, come cibo esemplare, e il panino, come cibo distratto, formano le nuove coscienze gastronomiche. La quotidiana sfida alla fame è consistita nell’esiguità e povertà delle derrate da trasformare, per cui la cucina locale e quella lucana in particolare sono il risultato d’innumerevoli tentativi che gli uomini fecero nei secoli per elevare modeste derrate in cibi vari e appetibili. Ora perdendo il contatto e la memoria del cibo, con il cibo dei padri, viene a mancare un importante elemento di comprensione e di continuità culturale. Nelle lontane ere della fame, vi era la gente che si avviava con il fagotto per tuffarsi presso santuari nel brulichio di folle e di animali, (anche con la speranza di poter raggranellare qualche soldo). Perciò vi è un rapporto onirico con la fame, tant’è che la cultura della sobrietà sopravvive ancora oggi per le provviste che le famiglie ancora approntano meticolosamente. Vi è anche la “fame ancestrale”, uno stadio della fame medianica di un popolo che per una tale reminiscenza è ormai divenuto buongustaio. Ecco perché da noi il sapere è reminiscenza. Per il mito della fame, per una sorta di superstizione esoterica, non si poteva buttare neppure una mollica di pane, senza farsi il segno di croce e baciarla. Forte diventava anche il sentimento di ospitalità, e secondo il comandamento religioso, bisognava dar da mangiare agli affamati. Non v’era, contadino, masseria o
anche povera gente, che non fornisse ai Viandanti il Vino, il pane e un po’ di minestra. Eraclide lo sostiene: “I lucani sono ospitali e giusti”. D’inverno, a Natale o a Capodanno si poneva nel focolare un grande pezzo – perché ardesse tutta la notte: “La Madonna, se passa, potrà asciugare il Bambino”. Il mendicante che avesse bussato, sarebbe stato rifocillato. I tizzoni accesi, invece, “iacchere” o fiaccole, servivano ad illuminare il passo per andare di notte nelle Vie o in Chiesa. E nevicava, quando nevicava, talmente tanto, per notti intere, da raccogliere monti di neve a chiudere i vicoli e le porte delle case. E le feste di Natale, di Pasqua, di san Gerardo erano attese con ansia, e di Carnevale, per largheggiare in lauti banchetti e speciali Vivande, senza però uscire – scrive Raffaele Riviello – dalle provviste della “etichetta casereccia”, preparate e conservate sin dall’estate.

IN COPERTINA Dipinto di Gaetano Chierici – senza titolo

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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