Mezzogiorno ed orario di lavoro

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RICCARDO ACHILLI

economista

 

Periodicamente, per affrontare il nodo della disoccupazione strutturale del Mezzogiorno, torna in voga la proposta di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario (aumentando quindi, di fatto il costo orario del lavoro) in ossequio alla teoria del lavoro “condiviso”, per la quale, specie in economie a basso livello di sviluppo, dove sono relativamente più abbondanti i lavori ripetitivi, a di bassa qualificazione, ridurre l’orario significa permettere a più persone di condividere lo stesso posto di lavoro, aumentando quindi strutturalmente l’occupazione, migliorando, in parallelo, il benessere (e, alcuni studi suggeriscono) la produttività individuale del lavoratore. Ne ha parlato di recente Tridico, l’attuale Presidente dell’Inps.

L’Istat ci dice che il numero di ore effettivamente lavorate per occupato, nel Mezzogiorno, è andato effettivamente riducendosi: dalle 38 ore settimanali per occupato del 2004 alle 37 del 2008, alla vigilia della grande crisi economica, scendendo fino alle 36 ore del 2018. Ovviamente si tratta di una riduzione non voluta, non indotta, cioè, da provvedimenti legislativi, attuata come conseguenza inevitabile di processi di crisi che hanno espanso l’area dei lavoratori ad orario ridotto per effetto dei diversi ammortizzatori sociali esistenti (dalla CIG a zero ore ai contratti di solidarietà). Tale riduzione non è avvenuta a parità di salario, poiché i redditi da lavoro dipendente per ora lavorata, sempre al Sud, passano da 19,9 euro l’ora nel 2013 a 19,6 nel 2016.

Di fatto, quindi, la riduzione “involontaria” dell’orario di lavoro non ha comportato nessun effetto positivo, né sul lavoratore né sul sistema (posto che gli occupati meridionali diminuiscono di circa 260.000 unità fra 2008 e 2018). Tale constatazione lascia ben pochi spazi percorribili per provvedimenti volontari o negoziati di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per il semplice motivo che l’ostacolo fondamentale è la produttività, posto che il valore aggiunto generato da un occupato meridionale è pari ad appena l’82% di quello di un addetto medio italiano (senza considerare il gap di produttività fra Italia ed altri Paesi industrializzati). Non si genera, cioè, ricchezza sufficiente per consentire l’inevitabile aumento del costo orario connesso ad una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Discorso chiuso? Non del tutto. L’economia non è scienza esatta. Una originale ricerca condotta da Raposo e Van Ours (2010) sul Portogallo, Paese certamente non molto più sviluppato economicamente del nostro Sud, evidenzia come la riforma che nel 1996 ha fatto scendere da 44 a 40 le ore di lavoro settimanali ha ridotto il tasso di distruzione di posti di lavoro con un effetto positivo sul totale dell’occupazione. Gli autori ipotizzano che l’effetto positivo sia dovuto ai più ampi margini di flessibilità di aggiustamento dell’orario di lavoro che la riforma ha dato alle imprese in base ai settori di appartenenza.

In altri termini, mentre una riduzione generalizzata ex lege dell’orario di lavoro ha effetti nulli o negativi, una riduzione modulare, flessibile, basata sulle singole specificità settoriali può essere un elemento di favore. La riforma portoghese, infatti, consentiva alle imprese di derogare al limite massimo di 40 ore settimanali in determinate situazioni, e calcolava la soglia su una media di più settimane, consentendo quindi compensazioni in aumento ed in diminuzione. Ciò ha consentito alle imprese di usare la variazione del numero di ore come elemento di flessibilità, per assorbire picchi o riduzioni improvvise di output. Tale situazione, però, è stata comunque modificata da una nuova legge del 2012 che, in piena crisi economica, ha aumentato il numero di ore di lavoro, contribuendo alla forte ripresa della crescita di quel Paese.

Sembra quindi che anche gli effetti positivi, in termini di flessibilità, che una riduzione intelligente e modulare dell’orario di lavoro può fornire al mercato del lavoro di aree economicamente in ritardo di sviluppo, siano legati a cicli economici favorevoli, dove la maggiore creazione di ricchezza consente di aprire margini per una migliore redistribuzione, che può passare per il tramite di salari più alti o di maggiore tempo libero. Evidentemente, non ci sono in questa fase le condizioni cicliche per riproporre tale tematica per il Mezzogiorno italiano.

In una ottica di più lungo periodo, occorrerà però tornare ad interrogarsi sul tema, nella misura in cui la rivoluzione cibernetica in atto distruggerà milioni di posti di lavoro, creando una disoccupazione tecnologica molto alta, e, quindi, la riduzione del numero di ore lavorate sarà un dato in re ipsa. In questo caso, la tematica andrà affrontata in termini di redistribuzione della ricchezza aggiuntiva generata dall’intelligenza artificiale, e quindi di liberazione positiva, e non penalizzante, dal fardello del lavoro. Ma per questo servirebbe una nuova cultura di sinistra, e non abbiamo più neanche quella vecchia, perché è morta.

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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