LUCIO TUFANO RACCONTA
Michele Ascoli
Fugato il vezzo ormai della demagogia e della ostentata bolscevizzazione della cultura, dell’ass
istenzialismo e dell’egualitarismo dei talenti, si è potuto alla fine riscontrare come la cultura non fosse proprietà di alcuno, né dei partiti, né delle confessioni religiose, né della Scuola, né tanto meno della RAI-Tv.
A definire la cultura come una quantità di creazioni, anche pregevoli e di lusso, è una intelligencija che tende non a caso a valorizzare molto le opere e i valori dell’ingegno ai quali ha avuto accesso grazie al tenace lavoro e allo studio. Ma la radice di questa cultura, di un tale museo di cose preziose, il suo terreno fertile e originale, la sua possi

bilità di crescere e di rinnovarsi, è la natura, è quel lume naturale della ragione che tutti gli uomini, secondo Mozart e Rousseau, hanno avuto in sorte. Lume naturale che trova in ciascuno di noi un modo diverso di esprimersi, spesso solo di recepire …, anche perché si sa come non debba passare per cultura tutto ciò che vediamo. Le culture di massa, poi, sono il nemico più temibile della democrazia.
Se l’istruzione, aperta a tutti, dà a ciascuno gli strumenti per entrare in comunicazione con le opere d’arte, per dialogare bisogna essere in due. Ogni cultura vale solo se si è dotati di que
sto lume naturale che ci rende estrosi e creativi, spesso anche nel riproporre ciò che è già stato fatto da altri. Il dialogo è tra cultura e natura, e non tra cultura e cultura. “Ecco perché l’artista, se trova il consenso del pubblico, è artista e non ha bisogno della cultura per essere catalogato come imitatore, o appartenente ad una determinata corrente, o alla tradizione locale delle espressioni pittoriche. Le opere dell’arte quando sono autentiche, sono manifestazioni di quella vana sfida che egli lancia alla morte ed al nulla“.
È per questo che Ascoli e non è Giocoli, né Claps, né Castaldo, né Pergola, né Masi … Il suo paesaggio, totalmente inventato, con le sue particolari strutture di campi, montagne, case … pur appartenendo a quel patrimonio, vissuto e tramandato di spontaneità e di consapevolezza, assume connotazioni diverse.
Altri esempi di una tale diversità ci vengono dall’arte lucana.
Nei confronti di que
sto universo, l’artista non si ribella, né denuncia, ma si mantiene nell’ambito di una personale commozione. Pittore della montagna, egli traccia temi analoghi nella suggestione lirica, e nella libera invenzione romantica e vede negli scenari imperturbabili un appagamento al suo bisogno di evasione. Si tratta ancora di quella regione eternamente negletta dell’umile Italia che si chiamò Lucania, conosciuta e non, per il pianto dei suoi poeti. Di figli che nella gran parte dei casi avevano dovuto abbandonarla, ma non se ne davano requie, e continuavano a ricostruirsela con le parole, dando vita ad una scuola, il cui iniziatore fu Leonardo Sinisgalli, poi Rocco Scotellaro ed altri e infine un corteo funebre e di prefiche, poeti come tanti, tutti inconfondibili in una loro concretezza malinconica, in una loro essenzialità di parole e gravità di rituali accordantisi alla natura povera, all’umanità derelitta della regione, per non parlare poi di quel grande stregone fondatore del Levismo.
Intrisa di sociologismo incondizionato, l’arte lucana ha sofferto e soffre fra l’altro, di superproduzione. Si è trattato di una inflazione galoppante per la quale, man mano, l’arte falsa e non autentica, quella cattiva, ha scacciato quella buona. Una folla enorme, perciò, di sacerdoti dell’arte, ha officiato le messe nere sui suoi altari. L’arte è stata, così, letteralmente soffocata dal dilettantismo che ha imperversato più che mai come funesta malattia sociale. Si è dipinto e si dipinge troppo, si è scritto e si scrive molto. Troppi quadri e troppi pittori e pittrici nella forzata esibitoria della demagogia contadini sta, ecologista, regionali sta, nella filosofia dell’intellettualismo-massa, nella invenzione di mostri e mostruosità pseudomarxiane, nella rappresentatività del brutto … Occorre oggi un necessario ordine culturale perché si possano individuare gli artefici della bellezza.
Quando si tratta di artisti autentici, di rigorose ed originali personalità, più precisi canoni dell’arte possono mettere il pubblico, i visitatori e gli studiosi in condizione, di comprendere le attività e le tendenze, fornire sicuri elementi di giudizio, riparare gli ingiusti oblii e disconoscimenti, rendere possibile la scoperta di nuove energie, ristabilendo la verità. L’orgia di pittori e pittrici, di poeti e poetesse che pretendono il loro turno di notorietà, scambiando
il riconoscimento del falso talento e l’accettazione dei loro lavori per un pertinente diritto di ognuno o per una sorta di giustizia sociale, comporta sempre più confusione e mediocrità.
È forse per questo che Ascoli non si nasconde nell’incomprensibile, astruso modo di dipingere dell’avanguardia, o della retroguardia massimalista e farisaica, non è un primitivo, non è un rivoluzionario di forme e di espressioni. Pur innestato nel tronco della tradizione lucana, scaltrito dalle esperienze e dalle alchimie dell’iride, realizza quella che molti si affannano a definire pittura di serie.
Paesaggi. Paesaggi immaginari? Non scevri da influenze ed imitazioni che vanno dal cromatismo delicato ed armonioso di Cesare Colasuonno in “Rocce di Castelmezzano”? di Eduardo Luzzi, Mario Surdo, dello stesso Michele Giocoli ad Italo Squitieri? a moltissimi altri? Ascoli potrebbe, al limite, rivelare un suo naïfismo, una sua spontaneità ed un suo romantico riesumare scenografie delle solitudini, come rifiuto della società contemporanea, o nostalgia di un mondo arcaico e pastorale, e forse un moralismo garbato e pungente teso a frugare nel profondo della coscienza del pubblico. Ma qui è anche utile ribadire come il naïfismo sia uno stato d’animo e non uno stato di cultura, ben sapendo come il naïf, evolvendosi ed elaborando sempre di più e meglio le proprie espressioni, affinandosi nell’uso della spatola e degli strumenti, finisca poi per non esserlo più non appena si scaltrisce o si attrezza tecnicamente.
Qualche tempo fa ebbi modo di osservare i suoi lavori, e lo feci con la indifferenza imposta
mi dalla eccessiva frequenza di esposizioni e dal crescente numero di pseudoartisti, convinto di trovarmi innanzi ad un ennesimo episodio della mediocrità. Appoggiate le tele su di un mobile, alla giusta distanza, ed esaminandole contro ogni volontà di indulgenza, mi accorsi della presenza di una sorta di ”pittura iperborea” prodotta cioè dagli iperborei che vivevano al nord. del freddo e della morte e che scoprirono la felicità, che conobbero la via per uscire da millenni di labirinto e di isolamento. E chi altri trovò la felicità? Non certo l’uomo moderno, giacché , di quanto va sotto il nome di modernità, noi siamo stati malati, affetti cioè da una putrida pace, da un vile compromesso, da tutta quella virtuosa sozzura che va sotto il nome di moderno e di progresso. È stata proprio questa tolleranza e largeur del cuore che, secondo Nietzsche, tutto perdona e tutto comprende, questa lunga estate viscida ed eccessivamente prodiga, questo insopportabile scirocco che ci fa preferire il freddo, l’igiene del silenzio, più che le moderne virtù delle afe umidose e calde.
Gli universi di neve contro l’arte dell’umido e delle siccità, contro i calanchi e i fossi aridi, contro il secco e il tufaceo. È questo il riscatto della montagna sulle malsane pianure, della salubrità sugli acquitrini e sui miasmi malarici, contro l’arsura delle canicole, contro la sporcizia degli abituri di uomini e animali, di buio squallore e ragnatele e tutto quanto va sotto l’etichetta di realismo.
Perciò la pittura del nord lucano è quella di un appennino che ci interessa: valichi, passi nevosi, quieti alpestri, giogaie e alture innevate. Il biancore di vette e solitudini sono la iperboreità di un paesaggio tra borea e il silenzio. La quiete della creatività, ma anche la rievocazione di un passato più remoto attraverso i ruderi, i frammenti dell’ambiente, osano significare la Storia come silenzio.
Scorci antichi ed eterni, ruderi parlanti ed ammantati di solitudine, asprezze montane, gruppi di muriccioli e di tetti, capanni, scale di tonalità. I colori si sono così fatti catturare e regimentare in una condizione del rigore, per cui ricercarli è possibile solo con l’ausilio di una attenta osservazione ravvicinata. È questa una protostoria del paesaggio, di arie e contrade silvane. Si tratta qui di una riscoperta, di un itinerario preciso, che non è quello dei molini ad acqua, dei tratturi, dei pascoli e delle serre, dei boschi e dei laghi …, bensì di una escursione medianica negli ambienti lucani più iperborei, dai quali provengono visioni ed immagini che sono di altre epoche. Un invito alla fruizione ecologica di beni naturali non noti e che non sono celebrati dalle cronache o dai depliants turistici, ma che tuttavia esprimono un nesso comune nella identità regionale.
Il dosaggio di contaminazioni necessarie ed appropriate, la calibratura dei colori tra nuvolaglie e cieli uggiosi, la profondità e le prospettive, i piani, gli orizzonti e i particolari, rocce a guisa di scogliere in un mare di monti e di nubi. Ecco che ritorna l’arte figurativa dopo l’era delle mistificazioni.
Attenti! Può anche sembrare un paesaggio estraneo, eccessivamente nordico, ma l’accentuazione della nordicità è necessaria per esaltare la nostra appenninica lucanità.

LUCIO TUFANO
LE TINTE MATTUTINE DELL’ANIMA RUPESTRE
Gli aspetti di paesaggio che suscitano particolari suggestioni nei lavori di Michele non hanno epoca. Non sono la protostoria dell’età del grano e delle mandrie, non sono neppure attuali. Sono la campagna nella idea socratica della ruralità disadorna, l’esito simbolico dello spazio e del caseggiato, della dimora-rudere che offrono sensazioni coloristiche ove le immagini non perdono nitidezza nei riverberi, nei margini delicati, nei contorni che sembrano svanire in lontananze di luce ed ombra.
A differenza dell’impressionismo che incatena l’istante di “una sola volta che più non ritorna” e dove il paesaggio non è una realtà fissa e statica, bensì visione fuggente, questo di Ascoli è solo remoto. Lo si guarda da una finestra semiaperta. Lo si scorge attraverso la lente ingrandita nel pulviscolo atmosferico. Un regno mitico che dalle alture alle pianure opera un gioco da terza dimensione.
Primordiale vista, antichi scorci, tratturi disseminati di radi muriccioli, offrono la edotta maestria di chi in altra esistenza pare abbia visto quelle contrade solitarie, un “parco” di costoni e scarpate, dimore un tempo viventi, abituri, casolari, espressioni inconsce di un bisogno impellente, quello del rifugio, ripari del cuore vivo, pertinenze della montagna aspra e brulla, esposta alle erinni del vento, dell’acqua e del sole che rosicchiano, dilavano e sgretolano il pietrame. Sporadiche orme di villaggi diruti e diradati, gli esiti di nomadi rapiti nel turbine di polvere delle stagioni, di una antica razza di semplici arroccatori.
Arte dell’occhio, non distinta da quella dell’udito, dalle tonalità musicali, per una armonia che evoca magicamente i bruni tetri o i rossi cupi dei crepuscoli, i picchi aguzzi dei carpazi lucani, corone naturali in procinto di tramonti, ugge di primavera e di autunno, ermitage che rivelano l’onirico rupestre. Se l’arte ha dei confini, tali confini sono quelli dell’anima e non quelli fisiologici del rilievo spaziale, in una successione di piani a sfondo sconfinato che pur paiono congiungersi con lo spazio cosmico.
Destini consunti nel ramingo, nel brado, in direzione del tempo predestinato, trascorso ed irrevocabile.
Spicchi di una regione appenninica che suscita l’amore del ritorno.
Ritorno vissuto nella memoria, anzi nell’inconscio di una reminiscenza delle contrade del silenzio, lungo i percorsi del demiurgo.
Il significato offerto dal tema delle tele è dato dal rispetto dei colori. Si tratta forse di colori euclidei? Quelli delle antiche note e tonalità? Quelle stesse verdastro-brune, bruno-umide, rossoscure che hanno tessuto le campagne del Caravaggio e del Giorgione, o quelle delle opere di Van-Dick, frammenti di età romantiche?
Ascoli plasma le nebbie verdi-azzurre e usa il bruno promiscuo come sintesi delle tinte mattutine dell’anima rupestre.