MICHELE PARRELLA , POETA A VITA ( O DI DIRITTO)

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LUCIO TUFANO

Michele Parrella è un poeta a vita o di diritto. La parola è diventata il suo laticlavio, una volta per tutte. Non conosco la data della sua elezione, e ignoro altre circostanze. Ma so che l’elezione c’è stata.

Parrella una volta ha dettato questi versi.

Gli ubriachi pendono dal balcone

cogli occhi degli impiccati,

il vento li fa dondolare

sulle grida dei venditori.

Che gli ubriachi dondolino sulle grida dei venditori, piuttosto che tra le loro grida, è un dettaglio grammaticale decisivo. La poesia di questo secolo vive di precisione, ha un qualche opaco ma genetico rapporto con i progressi della chirurgia, con i prodigi della tecnica. In questo è poesia classica: nasce nel tempo e lo accompagna, rassegnata e demente, con il suo rifiuto.

Ermetici, e simbolisti confezionano protesi per gli occhi invalidi del lettore moderno. Cercano di surrogare con arti in vetroresina le funzioni decadute di un corpo di parole che non funziona più. Sopra le correnti oceaniche del trasporto lirico, nell’aria appena conqui­stata, fabbricano macchine adatte al volo in alta quota. Infatti i loro versi volano più alti delle aquile e sono sempre in debito d’ossigeno.

Il dondolio degli ubriachi di Parrella ha dunque il suo posto destinato sopra le grida dei venditori, in uno spazio che non ha niente di eventuale o di generico, dentro una circostanza simbolica che è molto diversa dall’emozione lirica di un paesaggio. Prima di quei versi, d’altra parte, la desolazione mitica e sacrale di T. S. Eliot aveva definitivamente confutato l’ipotesi che il mondo del Nove­cento potesse sopportare di essere guardato o cantato.

Il secolo ha scritto perché il mondo venisse letto e decifrato per allusioni e simboli e vaghe, labirintiche memorie. Da un certo punto in poi nessuno ha avuto più voglia di solfeggiare il dolore e di inneggiare alla felicità. Il pendolo ubriaco di Parrella compie la sua oscillazione, cogli occhi degli impiccati, sovrastando un campo di tensione acustica, e dondola sulle grida dei venditori: il dolore dei novecentisti è un esperimento di fisica, non un sentimento lirico.

Questo è il punto, quando si viene (e finalmente ci si viene) a un poeta così superbamente laureato, così dotto e concettoso, così facile e lirico nell’ apparenza, ma per essenza dotato di un amore malinco­nico e segreto per quell’imbroglio inestricabile che è la bellezza.

Nei poeti a vita o di diritto, venerabili eppure mai venerati abbastanza, c’è posto per molta legna d’ulivo, come nei grandi camini di campagna, e ogni ciocco è un genere a sé.

Ecco un caso esemplare di ermetismo giocoso, sei versi eccellenti sospesi tra Cabbala e poesia contadina, pitagorismo meridionale e Tarocco (a dimostrazione che non tutte le intelligenze che si diver­tono debbono di necessità essere leziose).

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Uno monta la luna

due il bue

tre la figlia del Re

quattro il gatto

cinque raccogli il frumento

sei piedi incrociati.

Però la mescolanza dei generi è sempre in agguato. Sorprendente e scherzosa, nella scrittura di Michele Parrella, imprevedibile come il suo talento, si affaccia d’improvviso, facile facile, la trama di un lirismo assoluto, melodico, da ballata «lorquesque».

Aveva semi d’ulivo in testa

e noci fresche nell’inguine.

 

E dopo due versi a colore, di pura aria lucana

la pupattola di fichi

la collana di sorbe

Arriva un ricordo italiano, ottocentesco, di Giacomo Leopardi e della sua luna spezzata. Ricordate quel frammento di luna che si stacca nel sogno notturno raccontato a Melisso, che cade nel giardino di casa e che era grande quanto una secchia, e di scintille vomitava una nebbia? Parrella lo ricorda in un verso all’apparenza buttato via, come tanti altri suoi è caduta la notte in una brace.

Che cosa sia il cupo cupo, di cui si dice soltanto che è più triste del tuono, tuttora io non so, dopo tanti versi letti a spiegazione dell’in­spiegabile. Il cupo cupo è un’infinita processione, un movimento liturgico, un andare alla croce a dire che si muova.

Oppure è rivolta, insurrezione, moto a luogo per scopi civili, una genuina ribellione, un andare coi coltelli a strappare la nebbia.

Ma forse è la naturale sudditanza di uomini e animali, la sottomis­sione alla forza degli elementi come grande e definitiva metafora del carattere punitivo del potere. È, il cupo cupo, una sanzione e una condanna, è il fulmine sul dorso dell’asino.

Parrella non viene dal tragico, le sue poesie civili sono sempre d’amore, litanie capricciose e infedeli come la sua accesa passione per le donne. Ha però un senso molto forte e riposto della gloria politica, un contatto acutissimo con la temibile questione dell’ingo­vernabilità della terra. Al barone e al prete, l’anarchismo contadino reca in dono versi istituzionali (Per fare una Chiesa/ci vuole eresia) e offre un caposaldo linguistico del divino Sud, un paradigma della religiosità mediterranea

Tu sai quanto costa alzare gli occhi

non è uno scherzo segnarsi la fronte.

Michele Parrella è un uomo di tavole imbandite con modestia, un commensale dal passo oraziano, uno che è sempre andato in visita alla vita per cercare un amico disperso in trattoria. Il nostro poeta si dice barbaro malinconico e rissoso, e invece incarna la estrema propaggine della civilizzazione, quando la povertà dei mezzi di sussistenza coincide con la pienezza dell’esistenza e ne reca testimo­nianza quotidiana.

Componendo certi suoi monconi di saggezza viene fuori che la miseria fa zoppicare i versi, ma non è da credergli. È vero, è nel vero Parrella quando dice di sé ho solo il cuore per fare a metà. Ma gli basta. (Giuliano Ferrara )

 

La montagna di tufo

 

 Anche se piangessi

davanti a te,

buio teatro scavato

nel tufo dalle mani

dei miei padri braccianti.

 

Unica comparsa,

unico attore

accanto a questa loggia

barocca.

Anche se piangessi

sopra di te,

dall’ alto di questa nera inferriata,

buio teatro vuoto

nel tufo scavato

dalle lacrime

dei miei padri braccianti.

 

Chi mi vedrebbe

chi mi ascolterebbe

nel vuoto paese dell’infanzia,

allora che mordevo le midolla

del sambuco

e mangiavo le radici dei cardi.

 

Chi mi vedrebbe

chi mi ascolterebbe

nella buia città dell’adolescenza,

 

ora che a notte alta cammino

come uno straniero,

la testa bassa, gli zoccoli

che battono sui lastroni

come il bastone di un cieco.

 

È arrivato il basilisco poeta

alle porte della maturità

come un principe spodestato

o un truce mendicante.

È arrivato all’imbrunire

tra gli ulivi, piangendo

per tutti i cancelli

aperti tra le pietre.

 

Rivolto al suo compagno Antonello

al suo compagno Renato

al suo compagno Rocco

al suo compagno Alicata,

caduto con il cuore spezzato,

ha pianto, questa volta,

di tenerezza

per le lotte contro

tutti i cancelli.

I cancelli delle fabbriche,

delle carceri, di tutti

i luoghi ove si alzano

recinti.

 

E, infine, i cancelli

delle carnali passioni,

chiusi per sempre

da cuori impauriti.

 

I cancelli dei piccoli cimiteri

ancorati nei cespugli,

con tutto il vento della vita

fermo tra gli arabeschi.

 

Chi mi riconoscerebbe

con il cappello bianco

e la giacca colorata,

 

io che dal tufo sono partito

con un solo vestito.

Chi mi direbbe poeta

e di questa terra,

vedendomi cosi conciato,

come un venditore di avorio

o distratto mercante di schiave.

 

Chi mi potrà chiamare,

salutare, onorare.

 

Chi mi potrà offrire

la sua muta presenza.

 

Rimbombano risate di giovinastri

che paiono sciacalli

o cani disperati che gridano

alla luna.

 

Ci sono pochi lumi

questa notte nei Sassi.

Appena qualche lume

in questa frontiera

abbandonata.

Ma, a giorno fatto,

scendendo con lui nel tufo,

ho portato un giovane poeta

davanti a un buco nero

che un giorno fu

la porta di una casa,

 

e gli ho detto:

Guarda, da quella

porta possono uscire

i poeti, gli zingari,

i ladri, gli assassini.

 

Da quella porta

possono uscire gli ultimi,

ma con l’orgoglio di essere

ultimi.

 

Da quella porta

sono usciti i nostri padri,

i nostri fratelli,

che in Europa fanno ruotare

i mulini, i torni.

 

A quella porta

erano appese le camicie

dei nostri padri,

simili a bandiere di stracci.

 

Ma appena fu teso il binario

come la corda di un arco,

tutti gli uomini sono fuggiti.

 

Da quella porta

siamo usciti tutti noi.

Leonardo Sinisgalli

Rocco Scotellaro

Luciano Rebuffo

Luciano Rufino

Vittore Fiore

Rocco Mazzarone

Luigi Guerricchio

Alberto Jacoviello

Donato Scutari

Giacomo Schettini

Michele Mancino

Michele Strazzella

Gennaro Laus

Rocco Curcio

Domenico Monelli

Michele Cascino

Vincenzo La corazza

Aldo Musacchio

Mauro Masi

Giulio Stolfi

Francesco Ranaldi

Gerardo Corrado

Vito Riviello

Felice Scardaccione

Lucio Tufano

Rocco Falciano

i miei fratelli

Giuseppe e Vincenzo.

 

Ma da quella porta,

ricordalo,

non possono uscire

gli avvocati, i notai,

gli aguzzini, i sensali.

 

Da quella porta

non possono uscire

i vermi.

 

Ricordalo,

quando scriverai

le poesie sul tuo paese

che una volta fu il mio.

 

 LA PATRIA

 

Ci tolsero le ringhiere e i cancelli

e dissero che questa era la patria.

Ci tolsero gli anelli e le spille delle spose

e dissero che questo chiedeva la patria.

Ci strapparono i figli e le case

e dissero che dovevamo gloriarci

perché tutto questo è la patria.

No, non è questa la patria.

Non è un altare con sangue e agnelli,

è la nostra tovaglia

con un popolo di figli che hanno fame,

sono le pietre che si spaccano al sole

e tutte le generazioni dei poveri

che hanno un cimitero a parte

in ogni paese.

Non venite a tagliarci le vene

perché questo chiede la patria.

No, non è questa la patria.

Per noi la patria

ha più larghi confini

perché sappiamo cos’è una siepe,

e quando il giorno verrà

(oh presto verrà il giorno)

le acciaierie canteranno

con più forza del mare

e la pioggia cadrà

come la goccia d’acqua

sulla pelle tesa dell’asino.

S’aprirà la quercia della Lucania

e quando diremo patria

i muri che non reggono più

cadranno,

quando grideremo patria

gli uomini che non hanno voce

scompariranno,

e canteranno i fanciulli e i violini,

e nelle piazze del Sud

col tamburo e la chitarra

le ragazze balleranno,

e non ci sarà teatro

più grande del paese.

Quando canteremo patria

il vento muoverà i lampioni

e porterà via i semi

perché il grano maturi.

(1951)

 

 

LUCANIA PERSA

Respirano i nostri morti

nelle pietre dei conventi.

 

Oh le ginestre umiliate,

terra mia gettata sopra il letto delle serve,

la serva battuta e persa.

Oh la chitarra spezzata alla ringhiera

i poeti non ti possono alzare,

sono semenze gettate nella ruota

che macina i pezzenti.

Lucania teatro perso

le marionette si aggrappano a noi,

non ce la facciamo più

a cucire gli arlecchini

appesi alle monete.

 

Solo i fanciulli restano a te

i tuoi figli carcerati e persi,

madre mia coi capezzoli rotti

la tua voce è dilaniata e persa.

(1951)

 

LE TUE PIAGHE, LUCANIA

 Ti hanno avvolta in un manto nero

ma le tue piaghe non si possono nascondere.

Non ci sono veli né bende

per coprire i tuoi fianchi di ginestra

e il grembo scavato dalle frane.

Non ci sono più veli

per i fanciulli e le ragazze

che battono il piede nella piazza,

né bende per fermare la rivolta

perché i muri splendono come lame

e la quercia si apre

per gettare a terra i secoli,

e riunire i semi ai frutti

i semi ai frutti.

 

Ti hanno chiusa in una leggenda

terra che non hai confini

e ti dilaniano i fiumi,

i fiumi dividono le tue carni,

è salita a noi la piena

a riunire i vivi ai morti

i vivi ai morti.

 

Ti hanno abbellita

con frasi splendenti,

ma non ci sono parole né ghirlande

per racchiudere il tuo respiro,

né balconi e chitarre

per cantare le notti e i giorni

le notti e i giorni.

(1952)

 

 

[1] Presentazione di G. Ferrara al libro di M. Parrella “La piazza degli uomini”.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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