MOLITERNO, NEL FOLCLORISTA MARRA

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                                                                                               di Antonio Lotierzo

Resterà prezioso questo lungo e variegato volume  “ Ogni stizza faci funtana” dell’architetto Nicola Marra dedicato alla rassegna delle tradizioni orali di Moliterno, stampato con molta cura dalle edizioni piemontesi G. Ladolfi (2019, nella collana dir. da G. Greco,18 e.), prezioso per noi tutti come per la sua stessa famiglia, se è vero che Marra riconosce d’aver assolto ad un debito d’oralità contratto e vivo verso la nonna e la madre, Esterina Albano, sue primitive fonti, rimuginate e rese viventi per decenni nella sua coscienza, che, come accade, ha  intrecciato istanze personali con racconti comunitari.                   Moliterno che, nella cartografia è paese di castello (come Brienza), borgo che si snoda ai piedi della feudalità, all’opposto di Marsico  o Tricarico, che sono paesi di cattedrali, che declinano al di sotto o intorno alla giurisdizione del vescovo, carico di potere temporale.             Il composito saggio di Marra presenta 245 proverbi; trenta imprecazioni, maledizioni ed auspici; venti indovinelli; molte filastrocche e cantilene; svariati canti popolari; preghiere e  canti sacri; una teoria di soprannomi; il tutto intarsiato dal commento di Marra e dalle  sue note esplicative ed illuminanti.                           Mi sono occupato del suo libro precedente, di poesie (‘L’anima e il tempo’, dibuono ed.,2015) definendo ‘meditazioni poetiche’ (come A.de Lamartine) le sue brevi e discorsive poesie, e lì scrivevo: “Triplice mi sembra il contenuto che Marra ci affida: la lucanità e l’urbanità, l’amore e gli affetti, un senso romantico e pagano della natura. La tensione città-paese è forte ma la lunga esperienza cittadina scompare di fronte alla relazionalità lucana, che s’insedia nel mulinare poesia. Leggendo questi versi esce a ricalco un mosaico, si delinea il carattere del lucano: il pressante culto degli antenati che offre continuità e senso alla direzione storica, la fratellanza che sembra sorreggere l’individuo con un alter ego consolatorio, una generica paura o precarietà esistenziale accompagnata da un senso d’amarezza e di vivo scontento che inacidisce le relazioni, la precisa e costante ritualità che accompagna i gesti del fare e trasforma le azioni in ripetizione della tradizione appresa con religiosità (…), una decisa memoria generazionale che non aspira a conoscere mai la storia, di cui ignora ogni linea e che chiede solo di specchiarsi nella comunità” .      Mi sembra che queste considerazioni trovino continuità nell’ esposizione dell’oralità moliternese, che è tanto viva e brillante nella mente di Marra, che, però, sa bene di essere ultimo dei molti protagonisti di Moliterno, paese di Giacomo Racioppi, di Petruccelli della Gattina, di Valinoti-Latorraca, che tutti egli reimpasta nel crogiuolo da cui vien fuori questo testo demologico. Paese di ricca biblioteca, del dinamico Museo Aiello, della luce che i Domenicani emettevano, del teatro come linguaggio della sociabilità, di Gaetano Accinni musicologo.    Nicola Marra salda tutto questo e con questo saggio vuole ‘mettere ordine’ fra quelle voci sperdute e riemergenti dal suo inconscio, a quei ricordi di tanti, che meritano di passare sulla carta scritta, per essere rimeditate e conservate nella memoria storicizzata.     Per mettere ordine si serve di brandelli di pensiero di tre autori: dell’abruzzese Gennaro Finamore; di Benedetto Croce, da cui deriva la poesia popolare come poesia schietta e come creazione di fantasia; di Pier P. Pasolini, da cui intravede che il folclore è una concezione del mondo, spesso in contrasto con la società dominante (ma tale ermeneutica affondava nell’ ‘osservazioni’ di A. Gramsci) concetto che però qui il Marra non rielabora nella sua conseguenzialità, tutto teso, e lo scrive, soltanto a testimoniare e salvare un patrimonio dall’oblio del tempo.       Ecco il testo, carico di sottintesi erotici, del proverbio n.27/Marra:  – Addiu mulinaru / so bbinuta a macinà / si tu mmi rici ca sì / ì macìnu.  /- Acqua current / mulinu tabacchent / farina fatta e bbona / i cu la mamma / e tu cu la sori.-  Più avanti ecco il prov.n.25/Marra: – Chiovi… / e acqua faci ! / Chi stai a casa ri lati / cchi ngi faci?- / Chiovi… / e nun mmi ni curu: /  caccia o pipu / ra sott’o cule.- La scena è questa: un’ospite sgradita dovrebbe andarsene a casa propria, tanto più che piove; ma l’altra risponde che si attende che la padrona cacci la pizza da sotto il sedere e l’inviti a pranzare. Orbene questa scena era stata da me inserita  nel ‘canto eleuterico’ n.11-Strammuotte marsicani (, in Io tengo un organetto”,2015)-, come variante : “ Chiove e chiuvanne / e maletiempe fa’. / Chi stai e case re l’aute / pecchè nun se ne va?/ – “ Me ne vache e me ne vache sicure,/  ma u pizzidde t’ha cuotte u cule”. E qui bisognerebbe discutere di come questi ‘relitti culturali’ appaiano e vengano catalogati ora come proverbi ed ora come lacerti di canti, da noi che ci muoviamo in un’oralità disfacentesi.

Fazzoletto,pegno d’amore.j

 Il lettore potrà integrare le pagine di N. Marra con la riflessione sulle complesse fonti e contestualizzanti messe a disposizione da Enzo V. Alliegro  in ‘ La terra del Cristo’ (2005) in cui è dissolto il concetto di identità in termini essenzialistici e Moliterno appare attraverso l’atlante di Filippo Cirelli (1853), riemerge in raccoglitori di canti ( come Casetti- Imbriani, del 1871, che Marra ben riutilizza e discute) e può compararsi con il più corposo patrimonio folclorico raccolto ed interpretato dal marsicano Michele G. Pasquarelli (1868-1923), in cui l’antropologia positivistica raggiunge il suo culmine,  per aprirsi ad istanze più larghe, verso una demologia  di spinta democratica, dissolta dalla successiva temperie fascista.          Resta inesplorato il folclore erotico, l’ampia zona del comico, che è il solo spiraglio attraverso cui emerge uno spiffero della sessualità censurata, però nelle risposte fornite all’inchiesta parlamentare di Agostino Bertani (1872) se ne trova traccia, si leggano le risposte dei comuni di Castronuovo, Missanello, Oliveto in cui affiorano i ‘canti osceni’ (lì,linguisticamente associati a ‘canti insensati’). Quando Marra riporta il proverbio del ‘mulinare’ (p.38), sotto le righe appare il desiderio erotico, tanto più che il mulino era, con la cantina, un ‘luogo di perdizione’ o di tentazioni. Così pure Marra(11, pag,210) presenta la ‘bella figliola ca cierne farina/ lu culu nu’ tuculya / cu la furia re sse mmenne / tutta a farina tu fai abbulà , registrando la presenza di un canto che va dal Cilento alla Potenza di P. Basentini ( se ne possono ascoltare le varianti su youtube). Bisognerà che si scriva un volume come ‘Amori contadini’ di  J. L. Flandrin, con le illuminazioni di M. Foucault.  Si interpreti il canto n.12: Filumena Filumena /  nda la strettula nun se veri / pi réula e pi ragioni / ngi vulera nu lampioni; /  Vicinzina Vicinzina / jè briogna  pi li vicini /  ma ri tutt’ lli manèri /  lu lampione  ngi lu mittèra. /  Ngi risposi la Casèra / si lu lampione ngi trasi / lla riàlu na pezza ri casu”. Sensualità, autocensura, doppio senso, nascondimento del desiderio, travisamento, potere e controllo sociale. Notevoli anche i canti lirici, specie come  il canto della malmaritata : Fronna r’auliva (n.16) e  Li fiesti ri lu Canuvàri (n.18); mentre fra i ‘canti sacri’ va evidenziata la presenza natalizia di “Quanne nascette ninne”, ora da attribuirsi a Mattia Del Piano. Altro notevole e commovente canto d’amore è l’Ode Moliternese, che Marra fa riemergere dal compulsato fondo Latorraca; ma mi piace chiudere con il rinvio a “Se fossi puddulecchia” perché mi è sembrata notevole in sé e per il richiamo a rimbalzo con “Palomma ‘e notte” dove,credo, Salvatore Di Giacomo rielabora il suo amore con Elisa (cfr.youtube, S. Bruni). Infine, da riflettere danno quei ‘soprannomi’, spesso identici altrove, un poco come per i toponimi, che danno i moliternesi per ‘ Spaccafrittale’, tanto si vantano e sparano balle e infatti ironeggiano i più bassi spinosesi: ‘Culappisi’ e gli impantanati sarconesi ‘ Mangiarospi’, ma nei blasoni affiora l’invidia, tanto più che, come ha insegnato Lucio Cuomo, la geografia storica si è volta in favore delle pianure.

 

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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