GIAMPIERO D’ECCLESIIS
La giornata è calda e appiccicosa, c’è un odore di erba marcia nell’aria e salgo a fatica lungo la vecchia mulattiera che porta al confine, l’ombra degli abeti non ristora e le poche rare folate di fresco, che pure spirano di tanto in tanto dalla cima della montagna, mettono a disagio, gelano il sudore.
Eppure sono qua, in salita, verso il mio rifugio, la mia zona di quiete quando ho l’anima in tempesta, verso quella cima nuda del Monte Rombon da cui posso guardare verso la valle, da dove posso spaziare con lo sguardo del falco oltre i piccoli abitati, oltre gli uomini, oltre le miserie, oltre me stesso.
Sudo e comincio ad ansimare, dannata abitudine di allungare il passo in prossimità della meta che non riesco a smettere, il cumulo di pietre è ancora lì, dove l’ho lasciato l’ultima volta, il bastone è inclinato e la bandiera oramai se l’ha portata via il vento, mi siedo e resto.
Forme bianche indistinte si inseguono su un fondo azzurro e io le guardo sfilare cercando di prevedere le forme mutevoli che via via il vento le obbliga a prendere.
Ricordo di aver cercato di svegliare il Capitano Mattia stamattina, ma non mi hai dato retta, ha passato la notte a protestare, a urlare, a minacciare chiunque dormisse nella trincea, pronto a mettere mano al fucile, pronto a dare del codardo a chiunque.
Sono stanco di combattere, vorrei solo sedermi sull’erba e dormire, con le sue mani tra i miei capelli e i suoi occhi nei miei, lasciar spegnere piano l’ultimo soffio di vento dai miei polmoni e riposare. Che farà la mia Maria adesso?
Penso al suo viso rosso di freddo e a quel verde abbagliante dei suoi occhi, appannati da lacrime di dispiacere e mi intristisco, un attimo dopo penso al suo sorriso e ai suoi baci e mi infiammo e poi ancora la vedo felice tra le braccia di un altro ed ho voglia di uccidere e ferire, poi guardo le mie mani, nere di terra e polvere da sparo e tutto mi sembra inutile e lontano, finito, passato.
Ho l’animo più tranquillo ora, dicono che guardare il cielo rasserena, forse è vero.
Prendo la penna e il taccuino e scrivo.
Monte Rombon, 22 ottobre 1915
Vento d’ autunno,
il sole sta partendo,
l’estate è morta
e anche io me ne sto andando.
Vento d’autunno,
indietro non si torna,
muore la terra
rimane solo guerra.
Vento d’inverno
arriverà la neve
ghiaccio sugli occhi
sorrisi congelati
restano ombre di ghiaccio
di soldati.
Poi piano il vento spazza via le mie ombre e mi ritrovo a sperare di tornare, l’ho sfangata in fondo mille volte, e morire è facile in trincea. Finirà questa guerra maledetta e arriverò alla stazione una mattina, imboccherò lo stradone e arrivato nella piazza la troverò che mi aspetta la mia Maria e saremo felici, partiremo per un lungo viaggio, alla stazione il treno ci saluterà con un lungo fischio.
Fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii. BOOOOOOOOM.
T E L E G R A M M A
IL COMANDO DELLA 16° FANTERIA COMUNICA CON RINCRESCIMENTO CHE IL SOTTOTENENTE ROZZI E’ DECEDUTO IN AZIONE DI COMBATTIMENTO SUL FRONTE, NELL’ADEMPIMENTO DEL PROPRIO DOVERE.
COMANDO 16° BATTAGLIONE
Capitano
Luigi Mattia
Sono passati 100 anni, se andate a fare un giro su al confine orientale ci sono ancora tracce di trincee e di rifugi, il silenzio che si respira è ancora così saturo di dolore che non si può rimanere lì a lungo.
Ai nostri fanti e ai loro, sperando abbiano pace.