MUSCATIEDD E MALVASIA, UN PLAUSO ALLA COMPAGNIA TEATRALE “LA PRETORIA”

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Un personaggio, signore, può sempre chiedere ad un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre “qualcuno”. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere “nessuno”.

Nel romanzo Uno, nessuno e centomila Pirandello, attraverso la metafora della maschera, spiega come l’uomo si nasconda dietro una “maschera”, un velo di Maya che non consente di conoscere la propria personalità. Nella realtà quotidiana gli individui non si mostrano mai per quello che sono, ma assumono una maschera che li rende personaggi e non li rivela come persone. La maschera non è altro che una mistificazione pirandelliana, simbolo estraniante, indice della spersonalizzazione e della frantumazione dell’io in identità molteplici, e una forma di adattamento in relazione al contesto e alla situazione sociale in cui si produce un determinato evento.  Da ciò possiamo dedurre che un uomo può indossare più maschere e che la maschera non è altro che una metafora della vita, un espediente che si relaziona alle circostanze. Il teatro ci restituisce questa traduzione multiforme della realtà e della psicologia umana. Pirandello, De Filippo, prima di loro William Shakespeare e Goldoni hanno saputo trasporre in letteratura la mimica vivente, le voci, il soul dell’umanità con i suoi vizi, odi, amori, litigi e ricomposizioni, con l’idea che fra la vita e la morte esistono le maschere che conducono la danza dell’esistenza.

Teresa Tancredi

Ecco perché “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”.  Prendiamo proprio uno dei più importanti registi, attori, poeti e sceneggiatori italiani del Novecento, Eduardo De Filippo. Eduardo si distingue nel panorama teatrale della seconda parte del Novecento per la sua umiltà e per il coraggio nel portare in scena disagio e dolore, elementi in cui, come lui stesso dichiara, si trova la verità della vita. Ma la sua forza teatrale è anche l’ironia. La capacità di produrre la risata.

Particolare a tal proposito, nel lavoro di ricerca teatrale di Eduardo, l’importanza data all’“ostacolo”, che lui stesso produceva a sé e agli attori, uno strumento che consente di dar luce creativamente a sfumature d’emozione altrimenti sconosciute.  Le sue commedie, raccolte nei volumi “Teatro di Eduardo”, risentono di numerosi stimoli che vanno dai canovacci della Commedia dell’Arte del padre Eduardo Scarpetta al teatro del grottesco di Luigi Chiarelli e Luigi Pirandello. Eduardo prende spunto proprio da Luigi Pirandello per descrivere al meglio i suoi personaggi, soprattutto nell’aspetto psicologico, per creare il giusto accordo tra comicità e tragicità. Tuttavia egli segue un suo personale itinerario, conferendo dignità artistica e risonanza nazionale al teatro napoletano.

Quindi, è ’ a compimento di questo ragionamento che giunge inesorabile una domanda  che mi interroga e che trasferisco ai nostri affezionati lettori. Perché il teatro dialettale  potentino viene snobbato da una parte della nostra cultura locale? Quella più politicamente corretta, iscritta al circuito del  mainstream più ambito, quello dei così detti salotti buoni.

Perché chi si ispira alla maschera pirandelliana, al teatro di Eduardo, usando l’idioma gallo italico, il potentino, il sarcasmo e la sagacia, l’ironia e il disagio sociale, nella tradizione dei Crisci, dei Gigino La Bella e della famiglia Bavusi, si ritrova costipato in una nicchia di critica e di disattenzione mediatica, pur riempiendo i teatri, come fa superbamente Teresa Tancredi con la sua Compagnia “La Pretoria”? Sembra quasi che esista un discrimine, una lettura minore. Come dire: “un populismo teatrale” dove tenere incatenato il vernacolo.

Per fortuna non tutti la pensano così. Sentite cosa ha scritto Gianfranco Blasi, commentando sui Social l’ultima commedia della Tancredi, andata in scena l’11 dicembre scorso, con il titolo “Muscatiedd e Malvasia”: “William Shakespeare in salsa nostrana. L’amore impossibile, ma a lieto fine. La commedia degli equivoci e degli enigmi che da’ un senso ironico, grottesco ai drammi delle fratture sociali e delle incomprensioni generazionali. Risate multiple incastrate fra una Giulietta di Porta Salza e un Romeo del Castello. San Michele contro vico Addone. La vecchia Potenza che risorge sul palco di un don Bosco senza un posto libero. Gli attori di Teresa Tancredi, della compagnia “La Pretoria”, questa volta, più di altre, si superano. Segnano un punto a favore della loro maturità artistica”.

 

Blasi coglie il senso della commedia dialettale. Del vernacolo. Ma lo inserisce di buon diritto dentro la letteratura tout court. Del resto il vernacolo è una parlata caratteristica di una limitata zona geografica, dalle connotazioni spiccatamente popolari (e in ciò il termine si differenzia da quello di dialetto, comprensivo anche di usi socialmente più elevati), ma questo discrimine non può essere una diminutio, qualcosa che fa perdere di dignità culturale a chi ne fa un qualsiasi uso, a maggior ragione quanti, come Teresa Tancredi, scrivono  copioni teatrali e poi li mettono in scena dando corpo e sostanza alle maschere pirandelliane.

Maria Villano

 

La commedia vista al don Bosco la settimana scorsa è forte, godibile. Ha una trama precisa e cerca un senso da offrire allo spettatore. Due anni fa fu quello della diversità di genere, questa volta sono le faide famigliari e di quartiere a creare un ostacolo eduardiano allo sviluppo della storia. Dentro la commedia le sitcom (situation comedy) non sono poche. Con alcuni attori, cito Maria Villani, capaci di spaccare la scena in due, di frantumare la direzione del copione e di imboccare quella dell’istinto teatrale, dell’improvvisazione. Credetemi. Uno straordinario talento. Risate a scena aperta. Teresa Tancredi lavora di cesello e di spada. Non lesina energie. Gli attori ci hanno confidato di uscire stanchissimi dalle prove. Che alcune scene vengono ripetute fino alla paranoia. Che la dizione dialettale viene curata nei minimi particolari. Solo da questo sfinimento si produce poi un risultato finale di così alto livello. Una citazione la merita anche Alberto Marchese, direttore della Compagnia e ottimizzatore di ogni situazione anche logistica.  

Alberto Marchese

Il sipario è stato anticipato da una introduzione da amarcord, ricca di significato e di memoria collettiva. E’ stato consegnato,  dal consigliere regionale, Dina Sileo, il disco d’oro alla carriera a Massimo Mancino, figlio di Michele di Potenza, in memoria del padre, noto cantautore potentino, autore, fra le altre, de “Lu braccial” e di “Visceledda”. Proprio Gianfranco Blasi ne ha tracciato un breve ricordo, citando un aneddoto che coinvolgeva anche il suo di papà e Rocco Mazzola, il campionissimo lucano della “Nobile Arte”. Una serata, presentata dalla giovane e brillante Carla Fiorellini, che avrebbe reso felice ed onorato Franco Blasi, “il biondo”, primo pugile professionistico lucano, che del cantautore potentino era grande amico e che spesso ripeteva: Michele, in “Cuntana mia”, ha cantato la poesia dei vicoli e dei sottani. Ha celebrato la nostra città. Un grande potentino, Michele di Potenza”.

 

Non posso, chiudendo, non evidenziare come il pugilato appartenga, assieme al teatro in vernacolo, ad un mondo che disegna la storia delle persone, l’epopea delle famiglie, il fragore della marginalità, fino a trasformarsi in dramma e in felicità, in vicenda sportiva e letteraria vincente. Un riscatto dei quartieri popolari, dei piccoli borghi, della emigrazione, anche quella d’oltre oceano, della povertà sociale. Boxe e vernacolo capaci di derubricare la sconfitta perpetua. Pugilato e Teatro dialettale condividono questa idea di catarsi, di opportunità, di rivincita e di lieto fine.

 

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