NARRATIVA MILLENNIALS: CAREZZE D’OLEANDRO

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In Dario Caselli un lui fra un amore sfuggente, viaggi, radici

 

di Antonio Lotierzo

L’editore GASPARI, di Udine, noto oltre che per la narrativa per la notevole saggistica sulla Prima guerra mondiale, pubblica questo testo narrativo di D. G. Caselli sotto la forma di un ‘taccuino di un flebile ottimista’ che si legge con interesse, anche perché, riflettendoci, costituisce una delle prime testimonianze autobiografiche e riflessive di  un giovane della Generazione Millennials e pertanto immette luce nella mentalità e nella concezione del mondo di questa giovane generazione, diversa dalle precedenti per mentalità e condizioni esistenziali. Fin dal titolo ossimorico, ‘Carezze d’oleandro’ presenta al lettore l’esposizione di una vita accarezzata da un fiore velenoso come l’oleandro, presenta la non completa fusione fra le positive condizioni di vita generazionali e una sottesa e sottile ansia, un’insoddisfazione vitale che lo scrittore va ad indagare, con giudizio e con merito. Il testo è scandito in sei capitoli di prosa, miscelati con cinquantanove schegge di poesia che s’incastrano nelle narrazioni tese a esplorare le tensioni di un amore o della condizione urbana, milanese, o ad illuminare di ricordi dell’amata terra marchigiana solo a volte consolanti e pacificanti la coscienza. E’ da specificare che questo ‘ taccuino’ è una delle prime opere letterarie in cui appaia il cronotipo della pandemia di covid (2020-2021) che tutti involse nella quarantena e nella solitUdine del confinamento che Caselli  denuncia come peso, come lentezza (‘tragitti brevissimi letto-sedia- divano-sedia-letto’p.44) come desiderio che ritornino a sfavillare le  bouganvillee, come auspicio di ripensamento’ del nostro modo di vivere’. Il protagonista si presenta come un inquieto borghese, un ingegnere ( ‘Fisica e cattolicesimo’) con appropriati studi compiuti a Milano (la metropoli maledetta perché fonte d’alienazione), che non ride delle bravate degli amici (paraculi o vitelloni) ‘ rappresentanti cinici di questo mondo individualistico e consumista’(p10), in cui ci si finge uomini di cultura, citando E. Flaiano e rigettando C. Malaparte. Questo carattere ipercritico, anni fa si sarebbe detto ispirato dalla sociologia di Francoforte, si snoda nel viaggio danubiano a Bucarest e dintorni, con le evidenze di arretratezze e criticità, fino alla monumentalità dell’autocrazia, condensata nella casa di N. Ceaușescu, una ‘Predappio di Romania’. Poi il lettore trova le divagazioni dl febbraio 2020, in cui appare “Udine (che) ti rapisce silenziosamente, ti fa sentir tiepido in questo luogo spesso umido e freddo, ti coccola senza dartene certezza salutandoti nel cammino dal retro dei suoi scuri distintamente colorati dal tempo e dall’eleganza”(p.31) E’ un contraltare positivo rispetto all’anossica Milano, odiata anche dalla nonna (un filo rosso lega l’Olona, Porta Genova, il dialetto, i tram 2 e 10 che offrono lo ‘spettacolo della città che sale sul pavé’), città che non ha offerto una bussola, a “ noi generazione del GPS, manca l’àncora alla quale potersi affidare”(p.34). Ecco apparire a contrasto San Benedetto (dove le amate bouganvillee) ornano le ville, i vicoli e gli anfratti delle case in mattoncini, illuminando angoli e muri con quelle loro meravigliose fronde violacee cosparse di puntini gialli”(p.38) Eppure, nei giorni del confinamento, osserva le ‘effusioni degli altri’ e scrive:” Giovani amanti / vecchi inebriati/ scambiano occhiate/sotto i primi soffi di luce / Come un guardone /li osservo e li invidio/ d’amare ho paura/ desidero solo annegare”. Richiama la saggezza del padre che gli diceva: il tempo non torna indietro. Ma il protagonista scrive che alla “sfrontatezza con la quale  nascondevo la paura del domani oggi sostituisco la mestizia delle occasioni perse, delle amicizie rivelatesi di circostanza e delle forti delusioni d’amore”(p.49) Ed ecco una descrizione d lla generazione Y: “ La civiltà del ventunesimo secolo è una babilonia infestata da narcisismo ed utilitarismo. I giovani, il cui ideale è rappresentato dall’incessante ricerca di soldi e visibilità, hanno come massima aspirazione quella di entrare in finanza o di diventare ‘influencer’ “(p.50) Con lo ‘zampino del marketing’ i beni superflui sono diventati insacrificabili. Ed inoltre, ‘la quarantena ha acuito le pulsioni sessuali spesso sopite o ignorate’. La generazione (e non solo) che non ha educazione sessuale si consegna alla rete, tanto più che anche i professori ripetono che ‘ di tutorial esaustivi ed esaurienti’ è pieno il tubo ed internet. Nelle generazione Y s’insinua la nostalgia per ‘l’Italia di un tempo’, un sentimento alla Pasolini, tanto che scrive che avrebbe voluto descrivere l’ “Italia dei cafoni di Fontamara, la Sicilia del Verga, i contadini dell’agro pontino, le mondine della pianura padana.(…) La globalizzazione ha trasformato le città in luoghi senz’anima, formicai (…)(p.55) E allora ecco le rievocazioni delle vicissitudini infauste di un single per scelta, discusse in un ‘aperitivo’ (‘Aaaah gli aperitivi meneghini, inderogabile passerella religiosa della piccola borghesia… Dio stramaledica gli americani…Quanto mi manca quella parte d’Italia che s’interessa solo del raccolto, della vita privata dl parroco e delle mezze stagioni’ p.57), con i suoi dozzinali salatini, olive amarognole ed il vermut che fluisce. Si interroga se riuscirà mai ad incontrare uno spirito affine!(‘ Ci facciamo compagnia/ io e la Luna/ in questo immenso campo/di stelle e di pianeti/ dove il vento soffia a noi/ sogni e lunghe riflessioni-…’p.66) Eccola qui la malinconia della generazione Y, che si chiede cosa fare della propria vita: ‘Yin e yang, Eros e Thanatos, statalismo e liberismo, la costante lotta interiore tra spinte centrifughe e voglia di restare che affligge la nostra maledetta generazione cresciuta con l’affermazione della globalizzazione, dello stallo economico occidentale e dell’ascesa del dragone.’(p.75) Presenta l’interrogativo: cosa ne sarà di noi? Cosa spegnerà l’amarezza del vivere? Per quanto dissimuleremo la tristezza e con quali chiodo-scaccia-chiodo, con quali  azioni supereremo i ‘disperati momenti di rifiuto’. Voluttà dell’esposizione della propria vita in piazza; voluttà del compatimento. Eccoci al punto: ‘generazione di circensi’ pronti a farsi sbranare dalle malelingue; sfera pubblica e intima che si fondono; ’diari virtuali’ in un mondo ipercollegato, si cercano seguaci. Narcisi che si specchiano in pozzanghere e si compiacciono di non poter annegare. Peregrinare in cerca d’amore; struggersi nei ricordi; disabitare il cuore sparigliato; curarsi con la scrittura di un diario che oggettivizzi l’altro e l’allontani per sempre, consentendo l’apertura ad un nuovo orizzonte. Crisi e tecniche di risoluzione ( da Ernesto De Martino a Umberto Galimberti). Suggerisce che cura anche la musica preferita:le batterie di Chester Th. e Phil Collins o Debussy che qui rievoca. Sensibile scrittore, verrà il  giorno e stai pronto ad attenderlo; verrà un amore e brillerà fra lavanda e rosmarino! La chiusa di Caselli è un’epifania poetica in cui il cuore fa sentire le sue ragioni ed egli, dal marzo 2021, si risente vivo; anche se talvolta piange e ride ancora; vivo per l’aria che respira, i ricordi che sbiadiscono e perdono pesantezza e la vita che circola nei gonfi polmoni e nella bellezza verde del basilico, natura che gli riequilibra la buona mente scientifica che s’accorda con la serena realtà degli esseri  che ci costituiscono e fra cui fluiamo. 

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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