NELLA PACE LE NOSTRE CERTEZZE

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ANNA MARIA SCARNATO

“Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con discorsi, con gli scritti, con i versi, la lotta più dura è quelle che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti (Pier Paolo Pasolini).  E’ così che voglio parlare oggi con chi ha voglia di incontrarmi nella lettura delle riflessioni che, penso, in questi giorni tormentino sicuramente l’intera umanità con il supporto di tragiche immagini che mai avremmo voluto vedere, noi, che la guerra l’abbiamo solo immaginata dai libri di scuola, e quelli che, scampati alla follia del passato, stanno rivivendo il dramma personale riemerso.  E  pace gridiamo nel silenzio delle nostre case, no alla guerra nelle piazze con bandiere Ucraine e candele in mano, confortati dalla  preghiera e con lo sguardo al cielo che spesso abbiamo trascurato.  Ma perché quest’odio tra fratelli, ci si chiede, perché tanta fallacità nelle parole e nel cuore di un dittatore-macellaio a cui il mondo sta guardando? Teatro drammatico, quello reale che non sta riproducendo prosa o un’opera lirica da rappresentare sul palco ad un pubblico per farlo partecipare con la commozione o il pianto. Scene di vite strappate alla quotidianità, alla ricerca e alla difesa della libertà oltraggiata, di uomini e donne coraggiose che sorprendono e umiliano l’indifferenza, la codardia, la protervia e l’avarizia di chi ha sempre pensato di vivere coltivando solo la propria condizione, il proprio pezzo di terra conquistato, persuaso di portarselo dietro ad altra vita. Solo ora che “vediamo”, percepiamo le grida che giungono da lontano ma ci toccano da “vicino”, nella sensibilità alla fratellanza umana destata dal fragore delle bombe e dei cannoni, ci si sveglia allertati da un senso di limitatezza umana, da una vacillante persuasione antica che si potesse vivere tranquilli nella propria casa, nel proprio Stato al sicuro.  Sentiamo  che i nostri castelli eretti  cadono al suolo come le case di Kerson, Maripol, Chernihiv e Kharkiv in Ucraina, sotto i colpi di una percezione di pericolo che ci potrebbe riguardare. E le vuote frasi pronunciate nei momenti di una quotidianità mesta per la perdita di persone care, di fronte a catastrofi ambientali e che si condensavano in espressioni d’uso comune, di circostanze, del tipo ………….”non siamo niente sulla terra, siamo come i fiori di campo, appena spuntati e già seccati, che nessuno ricorderà nel suolo dove erano nati, ci dobbiamo voler più bene, se si pensasse che la vita non ci appartiene”, ora  si riempiono di concreto senso e verità. Vivere per aiutarsi. E “la pace inizia da ognuno di noi” non è un suono ma una presa di coscienza che ti “spara colpi” che non vanno a salve, toccano la sensibilità alla fratellanza tra i popoli, annullano l’istinto alla sopraffazione dell’altro che sembra tornato oggi cruento e deciso a calpestarlo selvaggiamente per guadagnare terre su cui esercitare il potere.  Un moto di intensa ribellione che ti coinvolge a pensare quanto misero è l’uomo che ancora persiste nel suo ego smodato e violento , nel suo istinto primitivo ad aggredire la sua stessa specie, a desiderare il mondo intero in un delirio omicida. E ritorna alla mente che la “la pace inizia da ognuno di noi”, e risuona sempre più forte. E allora quale giustificazione ai conflitti nelle famiglie per un pezzo di terra da ereditare al confronto dell’ offesa  grande e distruttiva arrecata da chi invade in un giorno tranquillo la terra libera di un bellissimo luogo dove i bambini vorrebbero vivere con le famiglie riunite e non separate dalle chiamate alle armi? Condomini che si perdono in sterili liti al posto  di un pacifico dialogo, guerre tra mariti e mogli,tradimenti, odio che coinvolge e segna la vita dei figli contesi, più che per amore  per principio, per vincere sull’altro. Sono già segni in scala millesimale di una guerra tra noi uomini, semi di odio, modelli di costume che i bambini vestiranno un domani in società che si confronteranno in modo difficoltoso nell’esercizio dei propri ruoli, sempre più resistenti a comprendere le esigenze dell’altro, a far pace e a parlarsi  pur non condividendo le altrui ragioni, ad accogliere e condividere i bisogni che i popoli migranti portano alle porte dei diversi territori. E gli scontri a muso duro, le contese all’interno di istituzioni pubbliche per accaparrarsi una poltrona al posto di un altro con il quale pur si è condiviso un percorso di alleanza politica-elettorale ed ora nemico da combattere per un potere maggiore, ancora non cessano nemmeno davanti all’esempio di coraggio, sacrificio  e dedizione di un uomo semplice, eletto alla carica di Presidente della Repubblica Ucraina, che combatte con la povertà di armi militari ma con il cuore e l’ideale di libertà e al servizio della  sua gente  alla quale ha giurato  fedeltà. Amore e rispetto che dovrebbero far parte del corredo etico e morale di tutti i governanti, a tutte le latitudini. anche alla nostra, quando si ritardano decisioni che riguardano l’interesse generale,  e ci si immerge in insulse e irresponsabili “ guerre” intestine che cozzano vistosamente contro la promessa di “servire il popolo”  Quando  i governanti  politici regionali devono acquisire coscienza che ci deve sacrificare per il bene di un popolo? Quelli che si presentavano ai lucani come uomini più affidabili di altri , ora sembrano attori nati , non disposti a” morire”, nel senso di sacrificio e rinuncia nella contesa, non fanno la ritirata e tornano a casa loro , dopo il fallimento di un’azione di governo non riuscita. Perseverano con un “Generale”che si ostina a continuare con truppe che fanno più danno che bene e alle quali noi lucani “diamo da mangiare”.  Zelens’Kyj, attore comico, ora uomo valoroso , disposto a morire per la libertà della sua terra e del suo popolo. Vorremmo un Zelens’Kyj, di cui andare orgogliosi nella nostra identità culturale e sociale, legato alla sua terra e non un governatore che non sa risolvere i conflitti e i cui occhi non esprimono emozioni e incoraggiamento. Abbiamo bisogno di esempi positivi per ritrovare la nostra unità ,un modello di governo che sappia accendere non un fuoco bellico ma farci ritrovare nuovi impulsi, rinnovate condotte , propositi di pace sociale duratura , per interpretare  la Resistenza  che il periodo richiede.

                                                                     

 

 

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