NELLE CAMPAGNE DURANTE IL BRIGANTAGGIO

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LUCIO TUFANO

 

 

Alla fine del secolo XVIII ed agli inizi del XIX le tristi condizioni del mezzogiorno vi fecero prosperare largamente il brigantaggio.

Potente era il ceto dei baroni, con prerogative di nominare i giudici, diritto di esigere prestazioni e decime, riserve private di caccia, esclusiva sui mulini, sui frantoi, tributi feudali sulle pecore, sui pollai, sui piccioni, sui maiali, sulle giumente, pedaggi, gabelle, servitù personali, corvè: «Tutti questi erano i privilegi che mantenevano nell’agiatezza i signori feudali ed abbrutivano nella più squallida miseria le popolazioni». Al gran numero di privilegi dei baroni si aggiungevano quelli del clero, ma nel popolo una scintilla di rivolta poté produrre un incendio: così il brigantaggio si oppose alla società.

L’artigiano ne rimase coinvolto come moto di spirito e come produttore economico ed oltre a diventare egli stesso, in moltissimi casi, un militante del brigantaggio, specie quello di paese e delle campagne o dei villaggi, assisté il brigante, gli visse attorno, ne accettò il dialogo, lo aiutò, circondandolo di omertà e di premure, alimentandone la fama presso popolazioni, un po’ incuriosite ed anche impaurite, raccondandone gli aneddoti e le gesta nobili od orride; procurandogli le cose necessarie alla sua vita selvatica e di guerra.

Un esercito irregolare, fatto in prevalenza di sottoproletari, di braccianti e di pastori e che scorazzava per le campagne e per i boschi, aveva bisogno specie per gli accomodi o per le riparazioni, della valida opera dei maniscalchi, degli armaioli, dei sellai, dei lavoranti del cuoio per le bardature, tanto che l’attività di questi ferveva ininterrottamente, in silenzio, e con l’aria di favore propria di chi sente la ribellione e si schiera dalla sua parte per un fatto di rivendicazione globale, per la terra, per le umiliazioni subite, per la povertà.

La fabbricazione di coltellacci o di attrezzi taglienti ed a punta già usati magari per l’agricoltura, di rudimentali fucili (archibugi), di bandoliere e di grossi cappelli caratteristici, di abiti grossolani di fustagno pesante, con corpetti di velluto e di casacche di tela ruvida o di pelli conciate – tutto un intero equipaggiamento per gente esposta alle intemperie e che viveva all’aperto di scorribande, di guerriglia e di rapina – poteva costituire allora la maggior produzione da cacciare dalle oscure botteghe per un particolare e temporaneo tipo di mercato ambulante e per gli incontri fortuiti o concordati con i compratori.

È forse il caso di parlare addirittura di un’epopea della produzione manifatturiera caratterizzata da un alacre ritmo produttivo degli armieri di Avigliano e dei coltellinai, un periodo, se non aureo, abbastanza buono per il gran lavoro che comportava ai mastri, sempre avanzando naturalmente l’ipotesi che tale merce venisse regolarmente portata a destinazione, lì dove il brigante ne faceva suo specifico uso e pagata alla consegna.

Difatti, non poteva accadere il contrario, ben sapendo come il “galantomismo” dei capi briganti li inducesse ad essere puntuali con il popolo, specie con i lavoranti e con i mastri o con gli ambulanti, che godevano di un certo rispetto, ed anche perché la demagogia del capo–banda, componente essenziale del suo mito di zona, si sostanziava proprio in questo tener fede, nel mantenere gli impegni con i fornitori e nell’accattivarsi la considerazione di una parte della popolazione, specie quando, come si sostiene, la guerra dei briganti di Basilicata, anche nei suoi equivoci, presentava i sintomi di una “guerra giusta”.

Erano bande numerosissime nelle quali si arruolava l’allora assai primitivo movimento contadino e che avevano bisogno di ogni sorta di cose, dal pane al vestiario. È naturale quindi che la somministrazione ed il soddisfacimento di tali bisogni venisse fatta costantemente dai mugnai, fornai, armieri, fabbri che, disseminati nelle contrade lontano dai centri abitati, presidiati dalle truppe borboniche o dalle gendarmerie, portavano la loro roba a vendere.

Può servire, a sostegno della tesi esposta, una lettera circolare scritta il 04.02.1811 e diretta ai sindaci ed ai giudici di pace della provincia, ove l’Intendente di Basilicata, parlando del brigantaggio, così si esprimeva: «Soprattutto vi inculco di badare che veruno asporti armi proibite, costume che si è serbato in vari luoghi, dove la civilizzazione non ha fatto ancora molti progressi, e che mostra un indole vile e ferina in quelli che ne fanno uso. Proibite agli artefici di lavorarne, e non permetterete loro di accomodare, o montar da nuovo i fucili, senza la vostra autorizzazione …». Si proibiva anche il trasporto delle armi da parte dei commercianti ambulanti.

Esistevano all’epoca diverse forme di attività di fabbri e di ferraiuoli, di armaioli, tant’è che possono tornare utili le considerazioni riportate nella Statistica Murattiana: «Si travagliavano ad Avigliano de’ coltelli ornati di ottone o argento de’ quali si fa commercio nelle fiere … Vi sono degli armieri i quali montano degli archibugi con esattezza di lavoro. Vi sono de’ sarti i quali travagliano con esattezza …, delle manifatture de’ basti per gli animali da trasporto …». Ed oltre ai coltelli ed agli archibugi di Avigliano, «Ricercati sono i fucili o archibugi che si manifatturano dai fucilai di Abriola, di Laurenzana, di Pietrafesa (l’attuale Satriano di Lucania), di Tolve, di San Chirico Nuovo, di Cancellara, di Vaglio, di Rionero, di Melfi, di Lauria, di Spinoso e di Viggiano».

È anche da rilevare come nelle decorazioni e nelle montature degli archibugi fosse molto usato l’ottone che si manifatturava in alcuni centri del lagonegrese e del potentino «per quei pochi piccoli ornamenti da montare gli archibugi». Delle vere e proprie armerie anche curate dal punto di vista dell’estetica, dunque, che disseminate un po’ dovunque nel territorio della provincia crearono immediate preoccupazioni alle gendarmerie ed agli Intendenti impegnati a stroncare qualsiasi smercio lontano dagli abitati tra gli armieri e la guerriglia.

C’era di tutto insomma perché, nelle boscaglie o in ogni contrada non controllata dalle forze della reazione, un esercito di contadini e di pastori potesse fruire, grazie ai fabbricanti girovaghi e fornitori, della necessaria logistica di guerra.

I luoghi della festa e del mercato erano invasi dai forestieri, tra di essi molti briganti lasciavano i boschi per una intromissione in incognito. I cittadini erano affaccendati, il centro abitato era rumoroso e chiassoso per il frastuono dei pifferi e delle bande musicali, pel concorso di gente dai vicini paesi. Si faceva ressa attorno alla chiesa con i contadini che portavano le giumente e le donne dal Santo Patrono.

Gironzolavano tra gli zingari ed i gualani, nell’immensa quantità di bestiame, tra le grida dei venditori ambulanti, i lazzi dei saltimbanchi, le grida stipulate e le strette di mano degli affari fatti, le esclamazioni monche degli zingari. I cirrigli sprigionavano gli odori di peperoni e baccalà, dal pentolone che sbuffava e faceva bollire in pezzi agnelli e manzi.

Si accingevano le pance ad operare in gioia rissosa, e raccolte nei cinturoni e nelle cinghie dei pantaloni e dei panciotti, decorati di borchie, di pistolettoni e di cartucce.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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