“NESSUNO DA SALUTARE” DI DINO ROSA

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Mario Santoro

Ci sono libri e libri. Alcuni sembrano fatti per essere collocati in bella vista nello scaffale; altri, e sono tanti, vengono definiti con una certa faciloneria libri ‘uso e getta’ se non anche, in qualche caso ‘spazzatura’; altri ancora, e sono sempre piuttosto pochi da conservare e pochissimi da rileggere nella certezza di trovarvi sempre qualcosa di nuovo e motivi di riflessione, scopo ultimo della lettura. Tra questi mi piace ricordare il volume ‘Nessuno da salutare’ di Dino Rosa, giovane scrittore maturo, che ho ripreso a leggere dopo nove anni avendolo presentato il 13 aprile 2015 al teatro Francesco Stabile di Potenza. Ho ritrovato il romanzo sempre accattivante, chiaro nella forma che sa mantenere intatta la tensione emotiva dal principio alla fine, gradevole nella scrittura, quasi di getto eppure molto ripensata, valido per la capacità di rendere al meglio le immagini e gli stati d’animo dei diversi personaggi, ricorrendo a pochi tocchi come solo gli scrittori buoni sanno fare, evitando fronzoli e perifrasi e puntando direttamente alle questioni e alle problematiche e mantenendo vivacità discorsiva, padronanza linguistico-espressiva, limpidezza espositiva, precisione dei dati che attengono i protagonisti, comprensione per gli stessi senza indulgenze eccessive, rispetto per certe scelte-non scelte, senza mai cadere nella tentazione autolesionistica di eccedere nel giudizio, facile da formulare sulla base dell’ovvio, del consueto abitudinario che porta alla inevitabile, necessaria, conseguenziale formulazione del titolo: Nessuno da salutare. Già ‘Nessuno da salutare’. Si tratta di un titolo chiaro, inequivocabile, nel rimando all’album musicale di Piko, tanto caro a Ivana, giovane protagonista e nella tensione spirituale a voler respirare in faccia /al vento e lasciare attraversarsi dal sole, seguendo il volo degli/aironi. In una condizione così fatta, irreale eppure vera, tutta aria a rarefarsi, cade la maturata decisione di farla finita, di puntare a dissolversi nel nulla, in una situazione di massima libertà e soprattutto senza ingombri Senza bagagli da / trascinare/senza nessuno da salutare. E non importa se la giovane ripete le parole solo dopo aver trovato finalmente il coraggio e la forza di scrivere una lunga lettera che è al tempo stesso sia testimonianza di grande amore, ossia confessione aperta, sia dichiarazione del senso di colpa per essere stata ella stessa causa, in qualche modo inappellabile, della rottura di un rapporto, per così dire salvifico, straordinariamente intenso e ricco di sfumature speciali; non importa neppure se, per farsi forza ha bisogno di accompagnare la bottiglia del gin con la bustina di chetamina. L’idea di andarsene, di lasciare il mondo terreno si rafforza e diventa, nella convinzione di non aver alcuno da salutare, estremamente chiara e liberatoria se non anche assolutrice perché l’unica, la sola persona che aveva acceso la sua vita, regalandole amore, era diventato nessuno. Strettamente legato al titolo è il tema del viaggio, non solo quello estremo della vita che ha fine altrove, ma anche, più propriamente, inteso come spostamento dal
piccolo centro alla grande città che ingoia i nuovi arrivati e fatalmente sembra non saper andare oltre le apparenze constringendoli ad una vita anonima. Ed è ancora quello verso regioni del sud con in testa la Calabria e la Basilicata o verso il nord con rimando alla Lombardia e a Paesi stranieri quasi a realizzare una linea di congiunzione. E, naturalmente c’è, ed è anche assai più importante, il viaggio nella propria anima, nei ricordi che sembrano ancorare nel passato e ripropongono situazioni anche gradevoli come accade in certi rimandi alle figure genitoriali, tanto di Ivana, quanto di Andrea, protagonista maschile. E bene fa l’autore a chiudere la storia che resta sempre aperta e problematica con la telefonata del padre che comunica al figlio, con estrema delicarezza e giri di parole, della morte della fanciulla. E ancora più significativo risulta l’incontro tra Andrea e Anna, la sorella di Ivana, che ha ricevuto in dono -ed è una vera grazia del cielo- la piccola Arianna, figlia anche dell’inconsapevole Andrea. Il breve dialogo, volutamente lascia le cose come stanno e non svela la verità che non è sempre quella che appare, con grandissimo sollievo nella chiusa quando la presenza di Arianna costringe Andrea a dichiarare: Mamma, come assomiglia alla zia. E per fortuna non può aggiungere quello che non sa. Dunque si chiude così un’esistenza breve, con ‘alti pochi e bassi molti’, condotta in maniera determinata alla ricerca di una identità, nella confusione babelica della società e delle istituzioni con il carico delle colpe, e nella ripetizione schematica di
certe ritualità, col rischio di ottuse omologazioni o di scelte non facilmente comprensibili e al di fuori di ogni schema routinario e con sempre una sorta di bisogno di imparare a guardare la verità osservandola da vari punti di vista. Ossia, parafrasando il titolo di un bel libro del giovane scrittore Gianluca Ferri “Con altri occhi”, nel doppio rimando e cioè alla capacità di accettare quello che solo altri sanno vedere e anche quello che si potrebbe conoscere osservando con un diverso atteggiamento e con spirito di rispetto. E torna, a seminare il dubbio o a rimettere le cose a posto, l’espressione del Cristo: “Qui est veritas?” La domanda resta terribilmente attuale. Intanto rileggo dal mio precedente intervento: Fa da sfondo, ma mica poi tanto solo da sfondo, un’immagine di società giovanile provvisoria, fragile, tagliata fuori dal contesto più generale, povera spiritualmente e senza idea di prospettive future, defraudata dagli adulti, raccontata, con elementi di chiarezza e senza indulgenze, con aderenza alla realtà e col giusto distacco come conviene a un autore eterodiegetico. Mi pare in questo caso si possa parafrasare il titolo di un romanzo di Giuseppe Marotta, “ Gli alunni del tempo”. Ecco il nostro scrittore mostra di essere degno alunno e figlio del tempo contemporaneo, nella messa in evidenza degli elementi che connotano certi aspetti della società e soprattutto dei giovani, che, sempre per stare a Marotta, sono anche veri “alunni del sole”, per ricordare un altro romanzo, magari con rimando a certe illuminazioni per così dire artificiali sempre più dif use e in voga della droga o delle droghe sempre più sofisticate e terribili, pur nella certezza delle devastanti conseguenze,
nella quasi totale indif erenza della società altra con la eccezione dei Sert e di quello di Potenza, e nella mancanza di dialogo per il rifiuto dei giovani e per il silenzio degli adulti che non vedono o non vogliono vedere nel trionfo dell’ipocrisia e del perbenismo. In verità domina nel libro l’assenza del dialogo vero, quello fatto anche di tanto ascolto, del confronto delle idee tra le generazioni, di un vero passaggio di testimone e si coglie una condizione di vuoto esistenziale e di deserto assoluto nell’indifferenza totale. Si tratta di due mondi contrapposti. Senza attardamenti o eccessi di esemplificazioni, appare lo squarcio puntuale e preciso quanto crudamente veritiero della società in generale e di quella giovanile in particolare, tra linee di corruzione palpabile ovunque, facilismo di maniera, un che di superficiale e leggero, di fatuo e di
vuoto, un modo disinvolto di affrontare la realtà con sottovalutazione, almeno nelle conseguenze, della stessa e nell’illusione, anche un po’ spavalda, di poterla vivere, controllare e dominare. Ne esce un quadro di società estremamente libera e fluida, ingovernabile, incapacità di gestire al meglio la libertà che sempre implica limiti e condizionamenti (sunt certe denique fines quos ultra…). Si tratta di un mondo giovanile che ha rotto da tempo le barriere tradizionali e precostituite, che ha abbattuto totalmente gli schemi del passato, che vive volutamente ignorando certe regole, che non abbozza un modello nuovo e definito di vita e non ha un’indicazione precisa o un riferimento ma sembra quasi votato al trionfo dello sballo, dello sfondamento, della rottura di ogni schema, senza una ragione profonda, per il gusto dello scompaginamento degli orizzonti e del franamento e non tenendo conto (o non riuscendo) delle conseguenze. Non si contenta affatto del ‘sic satis’ ossia del non c’è male, discretamente, né ‘così e così’, ossia alla bell’e meglio ma sempre in vista del miglioramento, ma preferisce vivere, quasi alla cieca, in modo avventato, puntando alla straordinarietà delle emozioni e al di fuori da ogni schema e da ogni vicinanza al mondo castrante degli adulti. L’autore è attento e vigile, racconta le diverse situazioni ben descritte con pochi tocchi di penna, tra canne che si fumano con disinvoltura, bustine che transitano da una mano all’altra, intrugli che si tracannano e la convinzione piena del tutto facile, lecito, possibile e senza remora alcuna, a causa di un disagio esistenziale che genera isolamento, indifferenza, disimpegno e nessun ponte sul futuro. Tutto sembra consumarsi nel ‘hic et nunc’ e anche quando compare una sola obiezione minima, magari sfuggita inconsapevolmente, essa viene liquidata immediatamente con un formulario scontato, stanco, ripetitivo. Tuttavia si aprono percorsi e storie che sembrano poter guardare al futuro come quella di Andrea ed Ivana che stanno bene insieme e sembrano ritrovarsi a memoria e che evidenziano aspetti apprezzabili di vera ed autentica sincerità di sentimenti. In realtà i rapporto si regge su una rete colossale di bugie che Ivana tesse con disinvoltura adottando la filosofia del meglio tacere che parlare. Lo stesso percorso di Ivana e il suo ingresso nel mondo torbido ed oscuro della droga, appare emblematico e non ha alla base situazioni traumatiche, seppure la morte del padre la segna, con anche qualche innocente senso di colpa, ma non giustifica in alcun modo le sue scelte; in realtà si tratta come scrive l’autore semplicemente di un pauroso vuoto di prospettive, un galleggiare senza meta, un lento scivolare verso la sconfitta, dove il dolore e il panico chiedevano di essere calmati, o quanto meno anestetizzati. Si determina nella donna la falsa convinzione o piuttosto la presunta idea, del tutto o quasi, insincera, di poter smettere in qualsiasi momento. E si assiste al franamento della volontà che via via si indebolisce nella confusione della mente che inventa finte giustificazioni di ogni tipo pur di non ammettere che la droga è falso compenso, come ci insegnano gli esperti, falsa risposta ad un problema anche serio, che nasce da una fame insoddisfatta, in una società variamente scompensata e squilibrata, vista come ipocrita e violenta. Si tratta di falso compenso a una gioventù defraudata dei diritti da parte degli adulti; di qui il rifiuto in toto degli stessi che, nella maggior parte dei casi, non potendoli combattere ad armi pari, preferiscono ignorarli tenendoli a distanza. Rifiuto, negazione, senso di libertà incontrolllata e incontrollabile, spingono alcuni alla inaccettazione di regole sociali che trovano intollerabile e a lasciarsi andare a una deriva pericolosa e talvolta mortale. La droga sovente non è necessaria all’origine al punto che non c’è una causa a generarla se non, in taluni casi, una sorta di voglia di provare, quasi una sfida, un misurarsi con un dato di realtà che suscita stupore. Si decide così di essere degni figli del tempo o del sole, di sballare, di stordirsi di “bere la vita fino alla feccia” per dirla con Tennyson nel suo rimando a Ulisse e all’ultimo viaggio, ma qui la feccia è proprio da intendere nel senso più reale del termine. E c’è sempre qualche accusa alla società degli adulti e qualche rimpianto per la vita che si avverte perduta o comunque perdente, qualche tentennamento prima di abbandonarsi e di imboccare la strada maestra, nella direzione del lasciarsi andare e dell’annullamento, e nel voler tagliare corto col mondo e magari scomparire nel silenzio e nell’abbandono senza dover nulla a nessuno e senza salutare, quasi una sorta di presunzione o di strafottenza, come recita il molto ben azzeccato titolo del libro. Si tratta di un mondo ben rappresentato dall’autore dal quale egli si estranea ed estranea il protagonista al quale in gran parte somiglia, in una sorta di indiretto processo di identificazione. Gli altri personaggi sono in linea con la protagonista e appaiono indifferenti e apparentemente sprezzanti nei confronti del mondo comune, con le sue forme e le strutture superate. Di qui una sorta di muraglia spirituale, invalicabile come quella montaliana, edificata di proposito, giorno dopo giorno, con l’assenza delle parole e del dialogo. Il dialogo sembra vietato anche tra i giovani per disabitudine, per una sorta di difesa della privacy dell’altro, per non rischiare di incorrere nell’invadenza; ci si limita a qualche battuta e non si va mai oltre; si rimane sempre sulle generali, vittime della difficoltà che mette in soggezione i personaggi: Ivana e Andrea; Ivana e Anna; Ivana e Speed; Ivana e la madre. I temi sono tanti. C’è quello del figlio da fare ad ogni costo e da tenere tutto per sé. Infatti, pur in una situazione di estrema precarietà, Ivana dichiara con candore sconcertante che non c’è alcuna ragione al mondo per non portare avanti la gravidanza. Si tratta di scelta individuale, senza coinvolgere Andrea che non ne sa nulla e, ovviamente, alla fine, nata la tanto attesa bambina, dinanzi alle troppe difficoltà, abiurarerà al ruolo di madre tanto difeso. Anche la seconda scelta resta difficile, seppure la cessione della figlia alla sorella sembra avvenire quasi in maniera indolore. C’è poi il rapporto genitoriale sempre messo un po’ da parte se non in discussione con dinamiche prudenti e distanti. Infatti la famiglia generalmente è lontana a scontare e a segnare l’emancipazione sempre più precoce e in contrapposizione con quanto accadeva in passato con il passaggio da modelli patriarcali e tradizionali che sembrano vecchi di secoli, alla condizione del padre siderale, per dirla con Dino Origlia, sempre assente e votato al sacrificio per provvedere alle necessità della famiglia e alle cose superflue. Gli agi e le comodità della stessa, vengono pagati a caro prezzo dal fenomeno della cosiddetta dispresenza dei genitori e danno origine alla fuga dei figli dal nido, sempre più precocemente. Si realizza con l’abbandono quella che gli esperti di analisi sociali definiscono la vendetta dei figli sui padri, la rottura o quasi di quasi tutti gli schemi predefiniti e la difficoltà di dialogo per mancanza di argomenti di conversazione, vera o, più probabilmente, presunta. E così Ivana, con la morte del padre non parla più con la madre la quale si chiude in un mondo tutto suo e si limita a battute convenzionali; cosa, questa, che fa comodo alla figlia che in realtà non ha voglia alcuna di dialogare con lei perché, pur amandosi in maniera diversa, le due donne non hanno mai avuto alcuna cosa da condividere. Andrea parla ugualmente poco con i suoi genitori pur tracciando per entrambi due percorsi precisi: Il padre la prendeva sempre alla larga per esprimere la sua disapprovazione. Creava regole di comportamento, addirittura norme vincolanti: prima di sposarsi una coppia dovrebbe convivere obbligatoriamente per tre anni, col divieto di mettere al mondo i figli. Poi, se hanno superato il rodaggio, si possono pure sposare. Quanto alla figura materna scrive l’autore: Tanto discreta, tanto umile, quanto essenziale. Come non accostare la sua idea di famiglia a quella figura che, vicino al termosifone in cucina, le sere d’inverno, si metteva a correggere i compiti dei suoi alunni, dimenticando la stanchezza di una giornata di lavoro, a scuola e a casa? I genitori sono ugualmente in difficoltà a parlare col figlio. Infatti non c’è mai un dialogo diretto, aperto, franco, ma solo qualche abbozzo con rimandi e riferimenti sempre indiretti. Non a caso Andrea spesso ricorre al monologo interiore che ripercorre la via del ricordo, con qualche punta di nostalgia, o, più raramente a qualche spezzone di conversazione telefonica I personaggi sembrano quasi tutti perdenti e non potrebbe essere diversamente e a tratti potrebbe apparire addirittura picareschi, quasi pupi e sorretti da una logica che si fa fatica non dico a condividere ma neanche a capire. E valga per tutti o quasi quanto scrive l’autore a proposito di Giorgio: Era il monarca incontrastato dell’ef imero, del falso, delle relazioni fredde che avevano bisogno di eccitanti per riscaldarsi. E troppo anche per lo scrittore che senza farsi prendere la mano non può non intervenire per censurare apertamente: Dio quanti imbecilli, quanti cloni asserviti a una società dell’apparenza: soldi, sesso e droga! Per questo Ivana se ne deve andare senza essere salutata e senza salutare; se ne va così anche Speed Lorenzo nel pieno di un’attività lavorativa e nel successo che arride e che l’autore mette bene in evidenza. E tutto intorno domina incontrastata l’indifferenza tipica della nostra società che non permette ai suoi membri nemmeno di girarsi a guardare i cadaveri, presa com’è dal vortice
dell’individualismo e dell’egoismo tipico del post-post sicché possono accadere i fatti più strani e gravi sotto i nostri occhi che non vedono, non possono o non vogliono vedere forse perché l’altro semplicemente non esiste. E se le cose stanno così allora il titolo è ancora più giusto: Nessuno da salutare semplicemente perché nessuno sembra esistere al di fuori dell’io che chiude intorno a sé il recinto delle relazioni. E ciò accade al nord come al sud, come la geografia del romanzo indica, con sfondamenti anche oltre le barriere nazionali. Non ci sono meridiani e paralleli che possano in qualche modo delimitare, stabilire confini o zone di sicurezza perché il linguaggio della droga, il consumo e l’uso seguono identici rituali dappertutto dalle modalità di approvvigionamento a quelle dell’utilizzo. E allora, per certi versi, Potenza vale Roma, vale le località della Calabria indicate, vale Milano e vale finanche Londra… Tutto votato al negativo dunque? Niente affatto! Non manca la denuncia, non dichiarata espressamente, e la critica alla società adulta, a certi modelli di riferimento che essa impone, alle conquiste facili, al ricorso all’illegalità, alle amicizie che contano, alla cancellazione dei meriti, alla dilagante corruzione, all’arraffare tutto e non lasciare nemmeno le briciole agli altri, al perbenismo di maniera, alle tante contaminazioni, alle forze politiche tutte, a chi ha compiti di responsabilità, a chi fa informazione e formazione, di proposito lasciati in ombra per una sorta di effetto contrastivo implicito, di non chiudersi nella condanna facile ed acritica e di fermarsi a parlare seriamente della droga, dei suoi effetti devastanti, e di scavare nelle ragioni profonde del disagio per conoscerle ed aiutare a superarle. Questo la scopo ultimo e nobile del libro e la sua vera funzione educatrice. Parlarne dunque in libertà, mettersi in crisi, e sforzarsi di indicare vie di soluzioni possibili al di là della gratuita condanna, della facile censura, dell’inasprimento delle pene e del proibizionismo comodo e peggio ancora dello scandalismo e della rassegnazione; occorre mutare atteggiamento, e puntare a trasformare il Forse ce la posso fare ripetuto nel libro in Ce la possiamo fare davvero e meglio ancora giocare di anticipo sulla prevenzione per la salvaguardia di tanti giovanissimi e perché il processo di ricaduta, ove ci sia, venga sempre seguito comunque dalla rinascita. Questo mi sembra il messaggio più importante sul piano sociale che riaffiora sovente nelle pagine di diario che è atto di confessione e nella lettera di addio che ripercorre, sulla linea conduttrice dell’amore, inteso come vanamente salvifico, speranze tradite ma vere, bisogno di aiuto, ricordi teneri nel rifugio di sicurezze riposte nelle piccole certezze, quasi le buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memorie dolci, prima della scivolata nel buco nero, ma anche ammissione del fallimento personale (ma ogni fallimento non è mai solamente personale) e indicazioni da cogliersi, magari, per tratti soprasegmentali, per la salvezza ipotetica di altre povere vittime. Pare quasi che la protagonista stenda una rete da pesca di tipo montaliano nella quale la maglia rotta diventa via di salvezza, se non per se stessi, almeno per gli altri. Di qui la positività da cogliersi assolutamente nel romanzo del quale, come è ovvio, si dovrebbe continuare a parlare perché nessuno deve tirarsi indietro di fronte a un problema che coinvolge più o meno direttamente, tutti ma proprio tutti. Se ne dovrebbe parlare a lungo… e spesso . Intanto ci complimentiamo con Dino Rosa e attendiamo altri lavori.

 

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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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