NINO CALICE TRA STORIA, FIABA E SOCIETA’

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LUCIO TUFANO

Con Nino Calice abbiamo percorso un po’ di strada insieme. Io ero il dirigente della stampa al Consiglio regionale di Basilicata, quando per la prima volta la storia del Mezzogiorno e le citazioni dei classici del meridionalismo si coniugavano con la programmazione e con le linee del piano regionale di sviluppo nelle concitate sedute in cui la sua dialettica politica gareggiava con quella dell’avvocato Nicola Buccico e del presidente Vincenzo Verrastro. Lo conoscevo perché ci si incontrava in Basilicata, la rivista meridionale di Leonardo Sacco; e anche al tempo della “Alleanza contadina” di Gennaro Laus e Michele Fortannascere, quando organizzai la Confederazione Nazionale Artigiani a Potenza, o quando presentammo con il prof. De Rosa la ristampa di Basilicata nel Mondo con una nuova lettura dell’epopea emigratoria lucana, fatta da professionisti, artigiani ed imprenditori.

Ero preso dal suo medesimo stupore per le cose, i personaggi, le vicende degli umani, il loro teatro, il loro gioco, il rischio e la voglia di lucrare, la vocazione alla furbizia, la facoltà di godere, la soggezione del subire, in questo popoloso mondo di reazionari a volte schizoidi e di rivoluzionari a volte in sindrome paranoide, di assennati uomini della campagna, di notabili dei regimi urbani, di compiaciuti o sgomenti abitatori delle vigne.

Solcando il mare della polvere, della notte e del giorno, scrutando il microcosmo e i suoi meandri quasi invisibili, partecipando al festino della vita materiale, come antropologi instancabili, sempre curiosi dell’umano e del subumano.

Instancabile con quella sua alacre virtù di rigattiere di cultura: a lui piacevano le incursioni nella sottostoria, tra i segnalatori di calamità, di quelle semplici sensibilità capaci di avvertire il pericolo, i brevettari, i geni della terra, i comprimari del teatro urbano e della commedia civile.

I pronipoti del nostro Bertoldo e del grottesco, della fame e della crapula, dello stercorario e dell’arte divinatoria, dell’astronomo Losasso di Baragiano, dello strologo Castrignano di Anzi, dell’indovino “Cavaliere” degli anni ’30, d’u malevoi, e dei goffi megalomani sottoproletari. Compiacendo ed elettrizzando il suo alto grado di percettibilità e di intelligenza. La sua trafelata indagine di fotografo-ritrattista degli attori del teatro popolare.

Lo incuriosivano i nostri pulcinella dei vicoli e della festa, le tavole grigie e le gozzoviglie, le bandiere di stracci, la corte dei miracoli di sottani e di tuguri, quelli che hanno popolato la città e la campagna, hanno scalato gli alberi della cuccagna, hanno affollato le cantine, con gli olfatti acuiti dalla tensione sensoria e dalla voracità del deglutire. L’Eleano, la Falanghina e il Moscato ci ispiravano baldorie primordiali.

Gli interessava l’intreccio inestricabile politico-burocratico della città ministeriale, dei suoi calligrafi e degli illustrissimi prefetti di Potenza, il cui etimo fonetico nel mondo è sintomatico di un potere residente, che ha domicilio stabile, che abita nel portone accanto, che ti chiama ed esige che lo si chiami per nome … la città gogoliana dei timbri e sigilli, dove il sindaco guaritore “Tanino”, cura le frustrazioni di tutti e manda a memoria l’anagrafe elettorale.

Gli raccontavo del poeta “Felice Scardaccione” che aveva una finestra aperta nel petto dalla quale si scorgevano le nebbie e le battaglie, i cannoni e i fucili di ottobre, con la camicia dei dragoni, la storia romantica di un poeta scapigliato, degli incontri tra Peppe Riviezzi a San Michele, ai quali partecipava spesso con Pietro Valenza, Rocco Curcio e Ignazio Petrone, con Vito Riviello, e il pittore Ninì Ranaldi.

Uno dei suoi lavori, Storie sparse e diperse, tratta di “trasfigurazioni”, cui era solito andare incontro, consistenti in un fenomeno di “straniamento” che si verificava quando, di questo appassionato navigatore degli archivi e dei vecchi fascicoli di biblioteche patrie e patrizie, si impossessavano gli spiriti di Giustino ed Ernesto Fortunato, di Nitti, di Ciccotti, di altri, proprio come nei racconti contadini dove, nel bel mezzo delle tempeste di vento e di neve, lo spirito vagante si impossessa dei passanti e li fa parlare con la sua lingua, gli inocula la sua cultura e li costringe a confessare i propri ricordi.

La concitata passione delle sue ricerche subiva l’impatto di quelli che aleggiano dentro le vecchie carte e i documenti degli archivi, nei testamenti, nelle cinquecentine, nei logori scaffali degli scantinati.

Interessante l’episodio – da lui descritto – del nobile e ricco Ciriaco Granata, che si erge dantesco, alla guisa di un Farinata, a declamare un discorso testamentario (tutto inventato) intessuto di espressioni molto poetiche, di sensazioni e di memorie. È qui che Nino non era più lo storico del Secolo dei  lumi, di Plebe, popolo e giacobini, del Partito Comunista, ma egli stesso diventava un sensitivo, capace di capire cose nascoste, di svelare segreti, attraverso percezioni extrasensoriali, per cui parlava di entità che in lui di volta in volta si reincarnavano; tutti i tratti biografici di costoro sono confessioni, racconti, ultime volontà, messaggi dettati in trance creativa.

E il nobile Ciriaco de Granata fa una confessione testamentaria di elevato sapore scekspiriano; il patrizio religioso e devoto della Beata Vergine si rammarica in punto di morte di aver, con il favore del vescovo di Melfi, sradicato da Rionero gli albanesi il cui sangue si è mescolato a quello dei bottai, dei carbonai, dei carrettieri e dei bracciali provenienti dall’Appennino, lungo le terre dell’Ofanto e di averne scandagliato le memorie, di aver frequentato le loro feste primordiali, e la cavalcata dei rethues, angioloni di bimbi carichi di oro e di gioie, con le avanguardie dei pastori coronei nei viaggi di transumanza, o come a maggio si brucia l’inverno con i pupazzi e si propiziano le fughe d’amore. Raccontava di come la lingua di quelli sia ormai parte della sua lingua: resistente come il ferro della Chisistra (l’attrezzo della pasta) o come gli anelli della camastra (camino), fiera come lo zinno (angolo) come le raffiche di nuvole, di calacalascie (lucciole), sazia come un beccafico fucetola, cupa come il cuculo della focaccia, veritiera come un accinicato da albagìa o come un tuzzuliare disperato delle nocche sulle porte, larga come la racana stesa ad asciugare le granaglie.

Qui, in questi passi accorati del vecchio hildalgo che sta per congedarsi dal mondo e che ai suoi figli dedica il suo lascito, ci si accorge del succo poetico che irriga tutto il discorso: l’elenco dei gioielli originali e splendidi, e del nuovo altare che chiede di erigere per la sepoltura di sé e dei cari figli. Al figlio Michele, che vive a Napoli (dove ci vogliono maschere per illudersi e riuscire), suggerisce di fare come la gru di passo sulle rive dell’Ofanto e quando ricorda il suo viaggio dalla Spagna in Italia “per quel mare calcinato di sole trafficato da levantini, greci, ciprioti, veneziani, genovesi, ebrei senza riposo in un brulichìo ordinato e ritmato dai tempi, dalle stagioni, come di pesci alla pastura nella profondità delle sue acque”.

All’erede universale, il figlio Pasquale, lascia le sue vigne, le terre, i seminativi delle contrade, i pascoli di Bufata e di Bucito, la taverna di posta della via nuova, le cantine di vico Santomunno, gli orti della fiumara, case e botteghe, mandrie numerose, greggi, cavalli.

Un tale racconto è pervaso di amore, amore e trepidazione, ma anche amore per tutti, ammirazione per quella borghesia dei gattopardi, sdegnosi di nobiltà e di blasone, e che spinge lo scrittore ad esaltare il ruolo solenne e patriarcale di un grande e nobile padre. Un testamento Felliniano che ci dà il senso di una universalità poetica degna di un Lee Master in alcuni passi della Antologia di Spoon River. Un testamento preghiera, prodigo, sommesso e romantico che tocca punte altissime della liturgia d’amore per i figli e per i malevestiti della natura e del paesaggio aperto e schietto.

Solo così avrebbe potuto esprimersi un autentico capostipite, un patriarca conscio delle proprie 25virtù e del proprio immenso patrimonio.

Si arrovella Nino Calice nella trafelata ricerca, affascinato dal quel signorile comportamento, e non si dà pace, Rotonno o Rotunno? Eppure il palazzo è quello che ospita il Municipio sin dal 1860: dov’è questo spirito perché lo si possa reincarnare? Infine lo intravede che passeggia dal Titolo al fontanino di Barile, doppiopetto di lino bianco, paglietta bordata di nero, scarpine di vernice bianco-nera nei tardi pomeriggi d’estate, il bastoncino di bambù che mai posa per terra e che va indicando i fruscii dei pampini nei vigneti, o insegue i voli insensati delle farfalle, o punta l’agitato via vai di un formicaio.

E la baronessa? Si domanda Nino, l’intrepido rovistatore di cimeli d’archivio, e il suo diritto di servitù sulle acque del capocanale che scendono alla fontana delle 32 cannelle?

Sembra impossibile che lo storico, il sociologo, l’antropologo, il politico abbia l’estro d’inventarsi una fiaba alla Gozzano sui libri contabili, sulla fontana, sulla casata, sul barone forse nelle terre del West-America, ed eccelle ancora il suo culto del vino, l’Aglianico, degno del barone Ricasoli: “la storia del vino è storia della città che colonizza la campagna, di ceti urbani che si fanno campagnoli: eppure senza Agostino Depretis, senza il vinattiere di Stradella, non ci sarebbero i vini dell’Otre Po – pavese, senza Vallarino Gancia di Asti, non vi sarebbero gli spumanti per la Real casa, senza Bettino Ricasoli, niente Chianti”. Un inno di splendide considerazioni storiche, pubblicitarie, economiche sul prodigioso Aglianico.

E ancora la passione, il rispetto e la devota descrizione della Casa dei Fortunato, della intima solidità borghese della famiglia “la maggiore se non addirittura la sola forza spirituale” … nella debole compagine della decadente società meridionale.

Una storia che parte dal 1728 fino al 1860, di una famiglia di allevatori e redditieri, che si ingrandisce e si potenzia come le genealogiche ramificazioni di una casa regnante, storia di una struttura materiale, il monumento, la casa, e di una struttura, la famiglia e poi Rionero: il suo morale chiodo fisso nel discorso di Raffaeluccio Ciasca: Paese di frontiera, di traffici, di rivolte, di una comunità laboriosa, vocata agli scambi e all’economia, alla comunicazione ed al linguaggio bilingue. La descrizione di padre Antonio Tannoja. Cita anche il poeta Vincenzo Maria Granata che in vernacolo descrive il temperamento e il rancore, le basse vendette, la guerra dei poteri. Nino inoltre parla della Rionero dei costumi, delle feste, delle classi, delle case, dei quartieri, per dare uno scopo precipuo alla sua storia. Rionero deve alla fine erigere un commosso ricordo a questo figlio che ha voluto testardamente raccogliere e catalogare notizie in un grande scrigno, di tessere, di espressioni, nella laboriosa opera di recupero delle radici, necessario alla costruzione paziente della sua più autentica identità. Ma l’immagine di lui, la sua abituale risata, il suo essere vivo e vitale, permane lì dove soleva raccogliere gli amici del Centro Annali, al Piano dell’Altare, in occasione della vendemmia e dei suoi riti, proprio in quel triangolo estremo, racchiuso tra la fiumara, l’Ofanto, le viti, gli olivi e le cannazze, “ove la volpe ha la sua tana e le serpi fanno il loro nido, ove il falco raro rotea silenzioso sulla valle”.

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Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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