NOI, RAGAZZI DI SANT’ANNA

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PIPPO CANCELLIERI

INIZIO CON QUESTO DI DUE, UNA SERIE SU ALCUNI CHE HO INCONTRATO E CHE MI HANNO FORMATO PER COME SONO. LORO RAGAZZI DI UNA QUALITA’ CUI AMBISCO ANCORA OGGI, DALLE STORIE PERSONALI ALCUNE TERRIBILI E FINITE PEGGIO, ALTRI PROFONDAMENTE VISSUTE NELLA STRAODINARIETA’ DEL CORAGGIO DI ESSERE NORMALI.

PERCHE’ TUTTI DOVREMMO ESSERE NORMALI.

NORMALMENTE ESSERI UMANI.

Gxxx. (Parte prima).

Una bella giornata del dicembre 1972.

Ero certo di essere il numero uno, forte e totalmente pieno di me; di quella consapevolezza che mi avrebbe accompagnato per sempre nella professione, quella di essere qualcuno.

Diverso da tutti quelli che incontravo, capace di affrontare ogni cosa; così almeno credevo.

L’epicicloide che descriveva la traccia del moto della ruota posteriore della mia Vespa, in quella bellissima giornata tardo autunnale, mentre si accostava al marciapiede della chiesa di Sant’Anna, mi deliziava le viscere di un piacere che nessun altro avrebbe potuto apprezzare.

Avevo praticamente sbiennato a giugno, e ora andavo a regolare il conto con un formale ringraziamento alla divinità suprema rappresentata dal Cristo in Croce dietro l’altare e scolpita in rapporto due a uno.

Manaresi, Caprioli, Veronesi, erano rimasti la sopra nell’Alma Mater Studiorum in Bologna, rinchiusi nelle aule Cremona e Pincherle a straziare i miei ex compagni.

Io ero pronto per Capurso e Pozzati, Scienza e Tecnica delle Costruzioni erano già entrate nel mio sangue e stavano iniziando a costruirmi ingegnere civile.

Poi sarei diventato come gli Ingg.Abruzzese e Marella, i miei miti di allora e pure di oggi.

In verità mi dispiaceva un poco di non rivedere più Calogero Tinaglia e il suo corso di Geometria Differenziale, che se mi avesse fatto la proposta di rimanere forse avrei cambiato ambizioni. Chissà.

L’urto improvviso della ruota di dietro della Vespa contro il marciapiede di dura pietra di Trani mentre accostavo, mi aveva di colpo sbattuto fra la varia umanità che circolava, naturalmente senza scopo, nella piazzetta ora dedicata a Don Colucci.

Alcune ragazze sembravano pure interessanti, i ragazzi naturalmente no e da lontano anche puzzolenti.

Tutti vociavano e qualcuno rideva ma nessuno di me per la stupida manovra con la scooter.

Incredibile, neanche mi guardavano!

Sistemata la moto e cioè parcheggiata di sguincio sul bordo del marciapiede, ero passato fra loro verso le scale che salivano alla chiesa e appizzando le orecchie, sicuro di ascoltare un commento di certo volgare sulla entrata con urto di poco prima, altro non avevo sentito che:

  • E’ rimasto sopra a fare il presepe.

Di cos’altro si potevano interessare se non di presepi?

Superata la scalinata, appariva in fondo al sagrato la chiesa, rotonda col suo battistero in sinistra all’esterno collegato come la sagrestia al lato opposto, da un porticato.

Il complesso della struttura nella sua razionale linearità, risultava essenziale. Mi faceva sempre lo stesso effetto: semplicemente perfetta.

Anch’io avrei realizzato opere così essenzialmente funzionali nella loro semplice essenzialità…. Boh!

Assicuro che era esattamente ciò che pensavo in quel momento, cioè confusione allo stato brado!

Dal battistero, tranne la domenica sempre perennemente chiuso, ora sporgevano tavole e lenzuoli e cassette di legno vuote che il fruttivendolo Umberto, di sotto in viale Dante di certo piangeva.

E rumore di martello e di sedie che si ribaltavano sul pavimento. E musica distorta da una radiolina a transistor col volume a palla.

Avevo smesso di guardare la chiesa in modalità assonometria Cavaliere e lentamente mi ero avvicinato al negozio del carpentiere.

Dalla porta ora lo vedevo accoccolato su un cumulo informe di ex tavole di legno mentre colpiva allegramente un chiodo, pure lui piegato, con un pezzo di ferro che prima della guerra era stato un martello; la guerra del ’15-18 naturalmente.

I capelli di un castano verso il biondo, un po’ lunghi e ondulati che cercavano di non essere soprafatti dal colletto di un giubbino di pelle marroncino chiaro e che, per la piega del corpo dello smartellatore evidentemente pazzo, non copriva le reni.

Pantalone in tinta di velluto liscio, calze niente, scarpe a polacchina allacciate ancora per poco e con le piante del piedi a papera.

I Santi appesi al muro guardavano penosi il nuovo supplizio a cui erano costretti, con l’altare insieme al fonte battesimale che sembrava ritirarsi sempre di più ad ogni colpo dello squilibrato falegname.

Dopo una decina di minuti che lo guardavo dalla porta, durante una pausa del transistor gli avevo chiesto:

– Che fai!

E lui:

– Un presepe.

– Sembri un matto.

– E tu uno scemo che guarda un matto.

Ora finalmente avrei potuto mandarlo a quel paese e magari, se rispondeva, dargli pure un cazzotto.

Ma mi era uscito:

  • 1 a 1.
  • Palla a centro.
  • Vuoi una mano?
  • Si!

E in meno di tre secondi mi ero trovato con un cosiddetto martello in mano a cercare di centrare chiodi contorti su assi di legno che avevano partecipato a ben altre avventure.

Dopo un’oretta c’eravamo trovati seduti, spalle all’altare, a ridere di quanto avevamo costruito.

Niente.

Poi mi aveva spiegato che studiava Architettura a Firenze, e io a dirgli che ero certo che fosse un architetto da prima che me lo dicesse.

E lui che alla prima domanda che gli avevo fatto, che io fossi un ingegnere.

Avevamo dichiarato il nostro passato/presente/futuro.

Poi fino a tardi a parlare di donne, fumetti e di cinema.

Io le bionde, lui le brune, Tex Willer contro Ken Parker, Leone v/s Kurosawa.

Solo che io sapevo poco di brune e di bionde neanche a parlarne maledizione, molto di Tex e pochissimo di Parker, tutto di Leone e quasi niente di Akira.

Neanche immaginavo allora che avrei sposato una bionda, amato Ken Parker, venerato Akira Kurosawa.

Le bionde perché lisce, evanescenti con gli occhi tanto chiari che non li riesci a fissare a lungo.

Parker l’antieroe che suo malgrado è sempre protagonista, scritto con stile filosofico da Berardi, disegnato con tratto leggero nel vivo delle avventure fra le nevi del Montana da un sempre ispirato Milazzo, oltre che da un Trevisan letteralmente onirico nei pezzi in ricordo.

Kurosawa perfino ieratico nelle storie minime di contadini oppressi da briganti e di ultimi guerrieri che da ronin trovano il riscatto ne i “Sette Samurai”.

Poi con la moto lo avevo accompagnato a casa che avevo scoperto essere vicinissima alla mia ma in alto rispetto allo stadio verso il seminario.

E fino alle dieci e mezza di notte, che allora a Potenza le dieci di sera erano gia considerate notte, davanti ad uno Strega che una madre svolazzante ci aveva servito, a sentire anzi a farmi deliziare le orecchie, oltre che l’anima, dalle note di un notturno che le sue dita eleganti, e mica da fabbro ferraio per come mi era apparso, facevano uscire dal pianoforte in salotto.

La mattina dopo mi ero presentato prestissimo davanti al battistero, che naturalmente era chiuso a chiave.

Dopo un po’ s’era avvicinato un trenta-quarantenne in borghese che mi aveva chiesto:

  • Che fai?

E io per sola pietà gli avevo risposto:

– Aspetto Gxxx.

Allora lui aveva aggiunto:

  • Allora ti apro, tanto non puoi essere più matto.
  • E tu chi sei? Il nuovo sacrestano? (Ero rimasto al vecchio Romualdo).
  • No! Il prete.
  • Ma va!?
  • E si!
  • E chi sono i matti che vengono a messa?
  • Forse tutti quelli vedi entrare ora in chiesa.

E via dentro la chiesa a passo svelto.

Come il prete! E in giacchetta pure lisa e sgualcita.

E Don Colucci con la sua zimarra l’aveva forse chiuso in un armadio?

Entrai pure io in chiesa; era dai tempi di Don Paquale Zuardi che non ci mettevo piede ovviamente perché studiando da ingegnere non ne avevo sentito il bisogno.

Il tale di prima stava parlando con Don Colucci e questi sembrava più rassegnato del solito, anche più vecchio del solito.

Sembrava uno di quei nonni che di fronte al nipote scatenato, tra rabbia e ammirazione alla fine possono solo ad allargare le braccia.

Dietro di loro una pianola, poggiata su un trespolo di tubi cromati e con venti sedie scompagnate tipo Thonet e disposte a semicerchio, tutto insieme in contrasto stridente con la bellezza pulita degli arredi ecclesiali e dei quadri della Via Crucis appesi sul circolo delle pareti.

Poi il prete anziano s’era allontanato e il giovane, che ancora non sembrava prete, s’era messo a riassettare i banchi.

  • Davvero sei un prete?
  • Perché non si vede?
  • Veramente no! E come ti chiami?
  • Don Franco.

Erano solo due anni che stavo a Bologna e qui già non si capiva più niente.

Seduto lo guardavo mentre tirava, spingeva, allineava, e a raccattare libricini, riordinare vasi di fiori, tendere tappeti.

Poi, uscito, si era messo a suonare le campane.

Forse era vero che era davvero un prete oppure fra poco avrei scoperto che era solo l’aiutante di Romualdo che intanto ricordavo che iniziava a fare vecchio.

Feci di più, lo seguii in sagrestia e lo vidi mentre iniziava ad indossare i paramenti.

  • Allora sei veramente un prete.
  • Forza dammi una mano.

Stavo vestendo un prete!

  • Vuoi servire a messa con me?
  • Ma se non so neanche come si fa (era evidente che mentivo bassamente).
  • L’avrai fatto da chierichetto, no?
  • Non mi ricordo (continuando a mentire)
  • Mio caro tutti gli italiani “abbiamo” fatto i chierichetti!

Dopo mezz’ora era tutto finito e non avevo neanche sostituito il vino con l’aceto come l’ultima volta con Don Pasquale.

Mentre si spogliava l’avevo sorpreso a sorridere di gusto.

Mi avvicinai.

  • Che hai da ridere?
  • Perché facevi ridere!
  • Lo sai che ci starebbe bene un vaff…?
  • Lascia stare, andiamo a vedere come viene il presepe.
  • Non va niente bene, ma ti rendi conto che mancano tre giorni a Natale?

Per la fine della messa di Natale il presepe era pronto.

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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