NOIA E SCONFORTO: L’INUTILE DIBATTITO SULLA LEGGE ELETTORALE

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Marco Di Geronimo

La morale degli ultimi vent’anni insegna che quando una classe politica è incapace di essere utile alla collettività, per far finta di esserlo comincia a baloccarsi con le leggi elettorali. Il Parlamento nazionale è un esempio autoevidente di questo nuovo principio. Non è un caso che il centrosinistra lucano, che si appresta a certificare la propria bancarotta regionale con una sonora sconfitta, si scaldi all’idea di approvare una nuova legge elettorale regionale.

Rocco Rosa ha già analizzato il quadro politico. Il direttore del nostro quotidiano online ha espresso un principio ben noto agli elettori e falsamente sconosciuto agli eletti: ognuno si disegna la legge elettorale su misura, e al diavolo il bon-ton istituzionale. Ovviamente l’analisi del direttore è più approfondita e raffinata: prendo questa piccola idea come spunto per questo articolo.

Uno degli aborti elettorali col quale si teme di andare al voto è stato firmato da Piero Lacorazza: per semplicità, mi permetto di chiamarlo Corazzellum (in latino non esistono articoli). Negli ultimi anni convenienze partitiche e bruttezze giuridiche sono sempre coincise. Il Corazzellum non fa eccezione. Ma nemmeno le controproposte in esame suscitano giudizi positivi. Esaminiamo i principi giuridici che provocano mal di pancia a ogni giurista.

Il sistema elettorale regionale è scelto da ciascuna Regione in perfetta autonomia. Però ogni Regione deve rispettare dei paletti: i principi fondamentali che sono decisi dalla legge della Repubblica (la L. 165/2004). Ma concretamente l’unico principio che condiziona la fantasia del legislatore regionale è inventarsi un sistema che «agevoli la formazione di maggioranze stabili» e «assicuri la rappresentanza alle minoranze» (art. 4, c.1, l. a).

Non è nemmeno necessario il premio di maggioranza, né c’è bisogno di garantirla, una maggioranza. Basta che la formula «agevoli» la nascita della maggioranza, e non l’ostacoli. Eppure tutte le Regioni prevedono premi di maggioranza. Anche perché la prima legge elettorale regionale era il Tatarellum (che attribuisce il 20% dei seggi alla prima coalizione). Buona idea? Forse sì, forse no. Di certo aveva una componente sgradita agli elettori: il 20% era attribuito attraverso un listino bloccato, che Lacorazza ha il pregio di abolire e “spalmare” sulle graduatorie per preferenze. (Ma anche sul tatticismo politico di questa previsione, vi rimando agli articoli di Rocco Rosa).

Che cosa è oggettivamente un obbrobrio della legge proposta da Lacorazza? La sospensione degli assessori. In sintesi: il consigliere regionale promosso dal Governatore in Giunta regionale, abbandona il seggio del Consiglio regionale. Quindi incassa lo stipendio da assessore e lascia la sua poltrona a un altro consigliere. Che incasserà un altro stipendio. La ratio di questo carosello è la seguente: gli assessori pensino solo agli assessorati, e i consiglieri pensino a discutere in Consiglio. Così ognuno pensa alle sue funzioni a tempo pieno. I meravigliosi effetti benefici di questa previsione valgono bene (a parere di Lacorazza e non solo) gli stipendi aggiuntivi.

Nessuno ha pensato che gli scaldapoltrona diventano consiglieri regionali «di proprietà» del Governatore (se revoco l’assessore perdi il posto) o dell’assessore stesso (se mi dimetto te ne vai tu)? Forse è il caso di impedire la manipolazione politica dei consiglieri regionali. Anche perché questo regime è usato soltanto in Francia (e al Parlamento, mica ai consigli regionali). Se davvero si ritiene che bisogna separare le due poltrone, la soluzione c’è già: art. 3, c.1, l. c) della legge di cui sopra. Traduciamo: che sia proclamata l’incompatibilità tra le due cariche, e facciamola finita. Bisogna rinunciare al seggio consiliare e diventare di proprietà del Governatore? Vero: ma d’altronde la supremazia del Presidente all’interno della Giunta (organo esecutivo di sua dipendenza) è ragionevole. All’interno del Consiglio (assemblea di rappresentanza politica) no.

Ma alla fine è poco coraggioso l’impianto complessivo che la legge elettorale regionale (se verrà fuori da un qualsiasi incrocio delle proposte in campo) presenterà. La Basilicata è una Regione molto piccola e tendenzialmente omogenea. C’è poca necessità di preservare le circoscrizioni provinciali, che rischiano di creare soltanto deformazioni di rappresentanza tra Potenza e Matera (come Giannino Romaniello ha contestato). Più utile sarebbe – come la Regione a noi più simile, il Molise – prevedere un collegio unico regionale.

Nulla da eccepire sulla preferenza di genere, conforme alle ultime normative. Chi scrive è personalmente contrario, in realtà. Ma il quadro giuridico nazionale impone svolte di questo tipo (pardon, di questo genere). Peccato che esistano altre follie, come il giochino delle soglie di sbarramento. In un Consiglio così piccolo (20 eletti oltre il Governatore) una qualsiasi ripartizione proporzionale impone una soglia «naturale» del 5%. Ogni bonus di maggioranza (i 4 seggi bonus al primo che arriva) aumenta la soglia naturale. Che bisogno c’è di giochini chimici sulle soglie?

C’è un’obiezione. Il gioco dei resti potrebbe concretamente dimezzare la soglia naturale. Ma 5% diviso due fa 2,5%. Siccome la soglia che si propone è il 3%, in buona sostanza nulla cambia. La verità è che queste opere di ingegneria matematica servono solo a disincentivare le «corse singole». Non è un caso che venga ora prevista una soglia di sbarramento per le coalizioni. Secondo l’impianto inaugurato dal Porcellum, chi fa parte di una coalizione ha diritto a un quorum scontato. Se si adottasse una previsione simile, sarebbe l’ennesima invenzione giuridica al solo scopo di portare acqua al mulino delle coalizioni principali, regalando seggi a micro-liste coalizzate fedeli.

Ma in astratto non ha alcun senso che le liste beneficino di una soglia di sbarramento più bassa a seconda dell’apparentamento. Ogni opzione politica dovrebbe essere valorizzata nella ripartizione dei seggi soltanto in ragione della sua singolare consistenza. E se pure si volesse immaginare un regime differenziato, andrebbe agevolato chi si presenta da solo. Perché chi si presenta in coalizione è tendenzialmente intercambiabile con gli altri partner (l’importante è che i voti eleggano consiglieri della coalizione, al di là delle singole liste). Mentre chi si presenta da solo è… da solo appunto. E se non elegge consiglieri, la sua proposta non è per nulla rappresentata. Invece la mancanza di eletti di una lista coalizzata non frusta le sue ambizioni politiche, rappresentate dai partner (con mere e astrattamente trascurabili differenze di declinazione del medesimo programma).

Che senso ha, giuridicamente, vietare il voto disgiunto? Il Presidente e il Consiglio regionale sono, in realtà, frutto di due diverse elezioni. Il popolo elegge il Presidente della Regione, il popolo elegge il Consiglio regionale. Sono elezioni collegate, ma non cumulative. Il divieto del voto disgiunto circoscrive ancora di più lo spazio di scelta dell’elettore. Il quale, già abbastanza infuriato perché conta praticamente nulla (visto che gli eletti tendono a cambiare radicalmente idea una volta che si seggono sulla loro poltroncina), perderebbe un’altra strada con la quale esprimersi. (Nota: l’idea in questione NON è di Lacorazza, bensì dell’altra proposta sul tavolo. Lo scriviamo, per evitare che Lacorazza protesti, visto che chi scrive è troppo pigro per replicare all’ovvio).

Pessima anche l’idea di mantenere il turno unico. In un quadro di tendenziale pantano politico, se davvero si vuole garantire – costi quel che costi – una maggioranza, conviene prevedere un ballottaggio. Che la Corte costituzionale ritiene incostituzionale a livello nazionale (cfr. Italicum), ma legittimissimo a livello regionale e locale. Un voto in più può davvero trasformarsi in asso-piglia-tutto? Le soluzioni per contemperare l’elezione a doppio turno del Presidente con le preferenze e i voti di lista a turno unico possono essere diverse. Per esempio, si può graduare il premio di maggioranza in base ai voti del primo turno. Poi, personalmente chi scrive ritiene che non bisogna garantire la maggioranza a tutti i costi (nemmeno la legge quadro lo prevede). Ma tant’è.

La sintesi è sconfortante. Esistono centinaia di migliaia di sistemi elettorali che agevolano la formazione di maggioranza, e che permettono di rappresentare tutto lo spettro politico della società senza deformarlo. Ma non aspettiamoci nulla di tutto ciò. Aspettiamoci, invece, quello che sempre succede: un miscuglio chimico-radioattivo, programmato per fraintendere il nostro voto. Che tra cinque anni discuteremo di modificare ancora una volta.


Per approfondire: N. DESSI’, Lasciate che i governi si formino in Parlamento, www.ipettirossi.wordpress.com. WIKIPEDIA, Legge Tatarella. PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, Caratteristiche principali dei sistemi elettorali regionali. CORTE COSTITUZIONALE, sentenza 35/2017 (incostituzionalità dell’Italicum, a proposito del ballottaggio).

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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