Sono stata invitata dall’ANDE e da Ninni Fanelli a partecipare ad un ciclo di incontro con le scuole superiori, per parlare di temi che riguardano la parità di genere, e temi correlati, quali il cyberbullismo. Insieme a me ci sono un sostituto procuratore della Repubblica esperto di temi legati alla violenza di genere, e una docente universitaria che da tempo tratta nelle sue ricerche le “violenze del linguaggio” quando si tratta di donne ed uomini.
Il mio compito sarebbe affrontare i rischi della rete, le bufale, il cyberbullismo, la costruzione della identità digitale. Ma mentre relaziona il sostituto procuratore, che pure parla di cose serissime come reati di stalking, maltrattamenti, violenze varie, elenca i reati e le pene, comunica al suo meglio cosa significa educazione ai sentimenti, necessità di assenza di qualunque forma di possesso in una relazione sana, percepisco nel giovane uditorio (tutti fra i 17 ed i 18 anni) incredulità, ma anche disinteresse, risatine soffocate, una certa giovanile strafottenza del tipo “a me non capiterà mai“, o, peggio, “vabbè, che vuoi che siano due schiaffi“.
Sento il calore salirmi dal cuore alla testa, una rabbia fredda, e decido di cambiare il contenuto del mio intervento. Quando tocca a me, prendo il microfono, mi alzo e faccio il giro del tavolo, in modo da trovarmi fra i ragazzi, in mezzo a loro. E partendo dall’inizio, senza tralasciare nessuno dei particolari più crudi, racconto per filo e per segno dei miei 18 mesi da vittima di stalking. Racconto loro le vessazioni, le persecuzioni, l’asfissia, il controllo, le lacrime, la paura, il pericolo. Racconto come ho fatto ad uscirne, grazie all’aiuto degli amici, e delle forze dell’ordine. Racconto di come mi sembrava che fosse colpa mia, di come mi colpevolizzavo, di come minimizzavo davanti alla famiglia e agli amici, di come mi vergognavo di essere in una situazione nella quale mi pareva di trovarmi completamente da sola, solo io. Racconto dei guasti che mi sono rimasti addosso, la mia incapacità di affrontare lunghe conversazioni telefoniche, la paura che ancora ho talvolta se torno tardi la sera a casa.
Il silenzio si fa tombale. Duecento paia di occhi non si perdono una parola, nessuno osa fiatare, nessuno si muove, nemmeno i più irrequieti nelle ultime file. Qualche ragazza ha gli occhi lucidi, le insegnanti fanno sì piano con la testa, come a dire che sto facendo la cosa giusta. Quando finisco, il fiato mozzo anche io, realizzo che è la prima volta che ne parlo davanti ad un uditorio così vasto. Che lo stesso racconto era stato letto qualche mese fa alla inaugurazione delle panchine rosse a Montereale, da due uomini, e la cosa mi aveva emozionato così tanto da non riuscire a leggere, dopo, la breve poesia che toccava a me leggere. Che sono passati quasi 20 anni, e anche se non riesco ancora a liberarmi del tutto dalla paura, dall’ansia, dallo schifo di me stessa per aver consentito a qualcuno di farmi questo, forse – forse – ne sto uscendo. Che comunque sono stata fortunata, fortunatissima, ad esserne uscita viva, e senza troppi danni.
Ecco: oggi, che è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, voglio urlare a tutte le donne in quella mia situazione che non bisogna arrendersi, non bisogna vergognarsi, che non siamo sole (oggi molto più di 18 anni fa). Vorrei diventasse patrimonio comune degli uomini sani (e ce ne sono tanti, tantissimi, la maggioranza) il racconto alle figlie, alle sorelle, alle amiche giovani, di come si fa a difendersi dai sentimenti malati, da controlli ossessivi, dai tentativi di spezzarci, sminuirci, farci perdere qualunque fiducia e stima in noi stesse, farci terra bruciata intorno.
“Ti amo da morire” NO, MAI PIU’.
“Ti amo da vivere”, piuttosto.
