“NOVECENTO” IN VIA PRETORIA

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LUCIO TUFANO

 

Oggi non v’è grande città d’Europa che non dia la sensazione di volersi riconoscere, di voler palesare la propria identità, che non mostri nel suo più antico ventre le vecchie insegne di commercio, le sue soglie ottocentesche, gli stigli o gli stipiti di gloriosa nocemansonia. Da noi il prefetto fascista fece scardinare le porte in via Pretoria, ingombro alle sfilate, alle coreografie articolate del regime di gambali e gagliardetti, di labari a squadre. Fu il primo Attila del legno. Le rumorose saracinesche deturparono l’ingresso alle botteghe che si fronteggiavano e si contendevano l’occhio dei passanti. Infatti la gente vi si soffermava, scrutava dentro: omìni ed omoni, vecchie zitelle, sensuali padroni del bancone e delle penombre, amministratori del santo patrono, coabitarono con piramidi di barattoli, in cima alle quali vi era la Madonna di Pompei, divina provvidenza per le tavole senza sugo.

I commercianti di Potenza, personaggi neuro comici, abitatori degli spazi angusti, con i capelli arruffati, le lenti sulla punta del naso, le orecchie a sventola, buffi, usurai e scordaroli, barattavano le facce del re impresse sulle banconote e sulle carte da gioco, sleali scontatori di cambiali dalle perentorie scadenze.

Una breve gerarchia dei “Panizza” era il mondo di Patania con i diplomi in cornice, il lampadario e gli armadi. Le alte colonne di cappelliere racchiudevano gli inverni in borghese.

Il gorgonzola, il fiabesco mondo di carta oleata da Peppinuzzo Maddaloni. I lacrimevoli provoloni irraggiungibili sugli altissimi banconi. L’affettatrice veloce di Nino Mastrangelo sibilava rosette imbottite. Figlio di Stanislao, il Biagio Barra dei cappotti di pelliccia e di panno pesante, l’astrakan ambìto di Gògol, Ignomirelli il mago dei gomitoli e delle matasse, aveva un androne di parche che filavano, tessevano gli scampoli variopinti negli scaffali aperti e dove la mazza-metro danzava sulle tacche misurate in centimetri. Stoffe variopinte, tele americane, popeline e cotone di Pietro Lamorgese. La naftalina tutelava l’integrità dei percalli. Caggiano dei rocchetti, delle calze e delle matassine. Tutti i bottoni di madreperla, variegati, di metallo e di stoffa tappezzavano le pareti.

Alla grande saracinesca dell’Unica si appendevano i nani gestori, strani guardiani delle carte argentate, delle confezioni cromate, dei grappoli di mentine, delle filastrocche di frutta candita, delle bacchette, dei quadratini, dei coriandoli di liquirizia. Franculli, botti grandi come cavalli, bicchieri di lacrima – paglierina ed i portoni che furono scuderie per i signori e poi meandri pervasi di acre odore di mosto, di fumo, di voci, di simbologie gridate tra le bestemmie di “accio” e lupini e le bisunte carte napoletane. Gli orologiai, pazienti, assidui, puntigliosi, catturavano i minuti primi, i secondi e facevano combaciare la marcia delle lancette, nell’angusto quadrante, ai fusi orari della cronaca. Gli orologiai, giudici oggettivi che registravano i battiti del cuore-giocattolo (e parlavano l’esperanto), il tempo ecologico delle foreste, la piena del fiume, le metamorfosi di classe, gli eventi e gli accadimenti, il tempo “durata”, arco di traduzione della Storia, il tempo cronologico, logico, quello che segna lo sviluppo degli eventi.

Lorenzo Costantino Topazio, diplomato in fisica ed orologeria sperimentale all’Istituto “Schurzvanzen” Saint Imier – Svizzera. L’occhio slargato dall’uso del monocolo sugli inquieti bilancieri, bottega di via Pretoria, a Porta Salza, ebbe un primo brevetto per un orologio a pendolo con movimento verticale nel 1936.

            Lavoravano ancora 85 barbieri, prima che il sisma del 23 novembre 1980 scuotesse i vecchi edifici e facesse chiudere i vicoli. I saloni creparono sotto il peso dei solai e dei palazzi. Ma a via Pretoria si affacciavano a sbattere le asciugamani, e dentro i portoni lavoravano i calzolai; i bastai odoravano di cuoio, ed i negozi di Guttieri, dei fratelli Santoro e dei fratelli Florio erano un’occasione di incontro con la campagna operativa, con quella agricoltura della fatica e dell’ardimento che caratterizzava la nostra fondamentale economia.

Ecco perché il centro storico è la parte dove si sono svolti i fatti della città, piccoli o grandi, per le piazze nelle quali dilagò il Fascismo ed ebbero luogo gli eventi.

            In esso ebbe ricettacolo il gergo del padre e della madre, della famiglia e degli amici, si svolse la tradizione eroica dei camerieri “piedi piatti”, delle tazzine di caffè con schizzo, dei cocchieri con carrozze ferme sul muraglione.

La prosopopea media e piccola dei portoni e dei palazzi, ma anche la frugale sovranità di contadini e sottani, dei venditori ambulanti di scampoli a spalla e tappeti, con ombrelli aperti e rovesciati per merletti, fazzoletti e calze, venuti da Noicattaro e da Minervino Murge e, poi divenuti i grossi empori di via Pretoria. Stoffe colorate del decò, droglieri e mercerie, farmacie: “tonico per il pene” e per le vie biliari, venditori di occhiali e binocoli, “calzature” dall’Americana e da Boccia venditori di gomitoli, matasse, ombrelli e guanti, schiera infinita di esercenti a posto fisso. Empori e bazar (Bazarri), beni culturali, alcuni a cielo scoperto, altri con tetto e muri stipati di scaffali, magazzini e mostre; una tradizione levantina che proviene dal gran Bazar di Costantinopoli. I grandi magazzini del millenovecentoventitre, f.lli Glugliani, con ingresso e vetrine moderne, pelletterie e cravatte e con salotto liberty.

            Negli empori si vendeva di tutto, articoli diversi ed oggetti senza la regolamentazione merceologica.

Affinché ogni bisogno di beni fosse facilmente soddisfatto, negozi e servizi si disposero lungo la via principale, come le botteghe di un’antica necropoli: gli alberghi, il diurno, gli alimentari, i ristoranti, i tessuti, gli ottici ed i fabbricanti di chiavi.

La città fisica fu la trascrizione della città sociale ed in quanto tale, essa espresse la propria diversità dalla campagna, dalle contrade come insediamento legato all’agricoltura … La “vita urbana” nacque con le funzioni direzionali, amministrative e politiche; con l’uscita dal modello economico chiuso e la lenta circolazione di capitali per la gestione di una centralità amministrativa e commerciale sulla campagna, dotandosi di quei servizi che non potevano predisporsi al di sotto di certe soglie demografiche.

Ecco allora che il passaggio dal piccolo aggregato urbano fu più qualificativo che quantificativo. Le attività si dislocarono nella compagine urbana in modo diverso secondo fattori concomitanti ed anche spesso in conflitto tra loro. Non sempre le funzioni più pertinenti conquistarono la posizione di centralità, ma quelle più ricche e prevalenti. Perciò la distinzione tra centro e periferia, la rendita di posizione, le differenze tra vie e vicoli, piazze e rioni popolari, tra città e borgo. La campagna incalzava da Portasalza, presidio di fabbri-maniscalchi come i fratelli Cichidd, da via Angilla Vecchia, dall’arco di S. Gerardo, con il palazzo Scafarelli, affianco al Vescovado, da S. Rocco con i fabbri Piro, ed entrava nelle vie per l’acquisto di attrezzi e di cereali, di cartucciame e polveri, di petrolio e zolfo in via Roma, o da Michelangelo a S. Michele, incontro di boccaporti dei “Ferramenta” di Camillo Santoro e fratelli, di Florio e Guttieri e dei “Mulini” di Calvi e Benvignati. Indugiava sulle porte, con pollastre ed uova, con i prodotti ortofrutticoli, e poi nelle cantine di mezzogiorno. fervevano le piccole attività di Gallucci ed Avena per deposito di ghiaccio e fabbrica di gassose; e per l’abbigliamento le modiste si sono susseguite quasi sempre negli stessi locali: Pellicone, Rosa Pietrafesa e le signorine Brucoli, esponevano feltri e cappellini a colori, corredati di piume, penne e spilloni di corallo e madreperla. L’Industriacalze di Petilli Michele ci legò alle operose industrie del magico nord. e Pappacionn, don Ernesto Balzano, aranciata, spremuta e limonata nel 1923, primo distributore automatico di bevande appena arrivato dall’America. Una transizione lenta, metamorfosi graduale per una città che da agricolo-burocratica diventava burocratico-terziaria. Un centro storico ancora non proiettato nel futuro, un caos spaziale entro cui il bisogno di realizzare il vicolo e le porte non ha trovata la sua dimensione e per cui gli “spiriti” non potevano raccontare la loro storia.

Una cosmonave che vaga nello spazio di una città che è ormai un altro spazio e dove i centri di vita fanno parte di un altro pianeta costruito dagli umanidi che tentano di far vegetare altre forme di vita, giacché oggi la specie del centro antico sembra estinta.

 

 

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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