
Marco Di Geronimo
I simboli di partito sono oggetto di una compravendita vergognosa che sta trasformando le elezioni in campagne pubblicitarie. Le regole che consentono e autorizzano la corsa alle elezioni, grazie alla riproposizione di simboli delle scorse votazioni, consentono a chiunque di apparire sulle schede elettorali e trasformano i partiti in acquirenti e venditori di elementi grafici. Il tutto in un periodo di fluidità politica impressionante, che fa solo male al Paese.
Questo è il quadro desolante che emerge dal continuo ricorso alle urne degli ultimi anni, in cui più e più volte riemergono sulle schede vecchi simboli dimenticati di partiti ormai morti da tempo. L’esempio più eclatante fu Più Europa nel 2018, quando riuscì a presentarsi alle urne bypassando l’ostacolo della raccolta firme grazie all’inaspettata “solidarietà” di Bruno Tabacci. Il democristiano, leader del defunto Centro Democratico, offrì alla nuova compagine di Emma Bonino l’uso del simbolo del suo partitino (ormai da tempo scomparso dai radar).
Esempi simili si sono trovati pure alle scorse regionali lucane, quando la lista dei Verdi (nella coalizione di centrosinistra) decise di candidarsi sfruttando una pulce (simbolo in miniatura d’altro partito). Esempi simili in realtà se ne trovano ovunque: la colpa è delle leggi elettorali, che autorizza alla presentazione delle liste tutti coloro che possono usare legittimamente un simbolo già noto agli Uffici elettorali. Si presume d’altronde che quel simbolo appartenga a un partito, un partito organizzato che voglia ripresentarsi.
Invece oggi i simboli sono diventati merce di scambio. Scambio pressocché libero, visto che basta presentare gli elementi grafici anche in miniatura per ottenere il libero accesso alle schede elettorali. E visto che i partiti di oggi hanno vita brevissima e quindi difficilmente si ripresentano alle urne. Col risultato che l’ingresso di nuovi progetti sulle schede dipende, in larga parte, da negoziati con i titolari del copyright di partiti che non esistono più. In parole più povere: i due-tre personaggi che rimangono nei partiti falliti, anche dopo la chiusura formale di quei contenitori, restano titolari di un simbolo, che possono liberamente cedere ad altri. In cambio, senz’altro, di qualcosa. Come (a puro titolo di esempio) una candidatura blindata: il percorso che ha riportato Tabacci in Parlamento.
È la solita storia: i partiti esistono nella società ma non di fronte alla legge, e quando la legge deve cercarli, deve inseguire il fumo che emanano nelle sue varie forme. Tra cui quella dei simboli. Per risolvere questo problema serve una legge sui partiti, non ci stancheremo mai di dirlo, la legge più attesa e più urgente per la sanità della nostra democrazia.
Umilmente, s’avanza una proposta sul punto. La questione potrebbe risolversi così: i partiti diventano associazioni riconosciute (tenute a organizzarsi con metodo democratico), iscritte a un apposito Registro presso il quale depositano i propri simboli. Tutti i partiti che superano l’1% alle scorse elezioni, possono presentarsi alle successive: a presentare liste e candidature, saranno i partiti come associazione (e non i loro leader in quanto delegati dei candidati). Ai partiti di nuova costituzione, basta raggiungere il 2% in una media ponderata di sondaggi elaborata dal Viminale. E chi proprio non ce la fa, può dedicarsi a una cospicua raccolta firme. Resta vietata la presentazione di simboli di partiti sciolti (compresi DC, PCI e PSI).