NUBE RELIGIOSA E NESSI SOCIALI: un’immagine del CORPUS DOMINI

0

 Divino e società, diritto e legittimità, mente e realtà

di                                                                                              

ANTONIO LOTIERZO 

                        

 

Le ‘ immagini’ ci fasciano, passano veloci; per lo più inconsistenti per noi, come quelle dei social, dal cui anonimato estraggo solo questa, ché si rivela piena di significati profondi, se sottoposta ad interrogazioni appare quasi come ‘ pensiero in forma di mito’. Cittadini e sindaci comunicano con gli altri attraverso una foto al giorno, in cui segnalano di tutto, da un vaso rotto ad un’ordinanza, dal cibo cotto ad un paesaggio rivisitato. Il polo intellettivo della mente dell’homo sapiens si muove attraverso il digitale, accumula dati, propone considerazioni, sciorina situazioni, formula ipotesi e leggi scientifiche, categorizza la storia. Ma vi è un altro polo della mente che, con le analogie e le corrispondenze, si muove fra i simulacri, ha un’iconolatria, costruisce teologia antibizantina facendosi servo dell’immagine, scopre legami fra divino e diritto, fra gestualità e principio di legittimità sociale, fra scrittura e trasposizione delle immagini mentali, che rendono concatenato l’universo, regno del continuo. In una immagine le relazioni fra il manifesto ed il nascosto aprono le porte della filosofia, dell’esoterismo, forse della kabbalah. L’officiante, nel ieratico gesto di elevazione dell’Ostia, invoca e ottiene il mantenimento del baldacchino dal potere politico, che ricerca legittimità numinosa: legge, ordine e verità vengono ricongiunte. Talleyrand, vescovo zoppo e ultimo cerimoniere delle forme medievali teocratiche, non avrebbe fatto o suggerito di meglio. Ma l’essenza del Moderno (già da Montaigne, Cartesio e il giusnaturalismo) non consiste proprio nella separazione fra il dominio organico del sacro ed il potere politico, rifondato sul contratto e sulla coesione sociale? Nessuna investitura teocratica è possibile dopo Napoleone e la Rivoluzione industriale, con il regno del capitalismo ed il feticismo delle merci che ci culla e ipnotizza. So bene che gli attanti eseguivano la ripetizione di un rito (urgente, ciclico e necessario per la tradizionalità di gesti che partono almeno dal 1264 e da Urbano IV); so bene che il popolo partecipante ignorava ogni spunto teologico ma nella simbiosi fra potere religioso e potere civile, nel reciproco sostegno, anche contro l’anomia pandemica, i cocelebranti esprimevano la forza della comunità, la coesione della società, la pace interna delle coscienze per far fronte al male della storia, alla tragicità degli eventi, all’apocalisse dei borghi appenninici. E il grimaldello è nel simbolo di vita e di sangue, che qui, per ontologia, ingloba l’esistenza: il corpo divino, fondato sulla scolastica di Tommaso Aquinate, erede della sapienza aristotelica, che pone nella Sostanza il sinolo di materia e forma, l’inclusione del continuo e del discreto. La scena ha una sua bellezza, insegue un’estetica, è degna di Tiepolo: sotto la volta dei Pignatelli, feudatari esosi che contendevano anche la giurisdizione ai vescovi. Al di là, appena, si scorgono altre comparse, almeno altri due officianti, uno squarcio di popolo, forse adorante, il milite ignoto laico dell’inutile carneficina 1915-18, il limite orizzontale delle colline che chiudono la ristretta valle rigogliosa e trepidante per un miracolo, che assolva dalla colpa dell’ex-sistere, come separazione dall’unità primordiale. Pesa l’interrogazione se la società secolare, sperimentale (dobbiamo la vita ai vaccini, litanizza la televisione), e la società devota sappiano riconoscere il divino, al di là del puro compiere atti di devozione sincera. Sappiamo cogliere i legami relazionali fra il nostro Sé ed il Tutto, l’Uno neoplatonico? In questi giorni, alla morente, stravolta dai dolori, che confida confusa all’amica: ’mi sono scristianata’, per segnalare l’angoscia di Giobbe, possiamo indicare, come una via, che quel corpo divino sta ancora lì sia per l’adorazione e sia per essere mangiato, al fine di riunificare nella propria interiorità quel legame relazionale capace di rifondare l’armonia dell’origine, che tutti ci attende? Ogni discorso su questi temi è attraversato dalla contraddizione, dall’ambiguità, che vanno accettate e gestite, perché resta il mistero della connessione fra il visibile e l’invisibile, come resta la tesi che il divino, pur essendo il continuo, ha necessità di relazionarsi con il discreto, con l’umano, con la natura che è discontinua e pertanto il movimento della nostra mente si fonda sui liquidi legami e sull’intreccio delle connessioni costanti fra quei due poli. Corpo divino; conficca, o lingua; appunto.

Condividi

Sull' Autore

Antonio Lotierzo

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

Rispondi