IMMAGINI LUCANE DI MADRI

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Dott.ssa Margherita Marzario

Durante l’attesa in ospedale sfilano varie scene di vera umanità: un figlio lascia l’anziana madre sulla sedia a rotelle con la badante (o si preferisce accompagnatrice o dama di compagnia?) e se ne va freddamente e lestamente per prendere l’aereo e tornare nella sua sede (è vero che i figli devono prendere il volo ma è anche vero che potrebbero rimpiangere amaramente il tepore e l’odore del nido familiare, soprattutto se lasciato in malo modo); un giovane, masticando continuamente e visibilmente chewing gum, accompagna, con la sorella, la madre sulla sedia a rotelle; una mamma musulmana, cui manca l’indice alla mano destra, si prende cura amorevolmente da sola del suo bel bambino… “Attendere”, tendere verso, volgere a, come “attenzione”: recuperiamo il senso d’attesa e lo sguardo, quanto c’è da imparare e da emozionarsi!
Una bella bimba di pochissimi anni chiede la mano e l’attenzione della giovane madre, la quale le risponde: “No, aspetta perché mamma si deve fumare prima una sigaretta!”. E, poi, ci si lamenta di come cambino i figli crescendo con l’età! Sempre più spesso si trascura che i figli hanno bisogno di esempio e dell’essenziale che è invisibile agli occhi!
Una bambina: “Io guardo mia madre e così imparo a diventare grande!”. Crescere un figlio non è solo dargli da mangiare e provvedere ai suoi bisogni ma farlo andare avanti dandogli continuamente, coerentemente, costruttivamente e coraggiosamente l’esempio, che nell’etimo significa “che trae da”.
Una giovane mamma, nell’accompagnare alla scuola dell’infanzia il figlio che fa capricci consoni all’età, sbotta dicendo: “Stai maturando una scarica di botte che te la ricorderai!”. Errori genitoriali: perdere la pazienza per un nonnulla e parlare con un linguaggio violento o inadeguato.
Se si insegnasse la bellezza, invece, cambierebbe lo sguardo e si avrebbe maggiore riguardo. Come l’immagine di una mamma che pulisce teneramente la bava di un figlio spastico o altre manifestazioni di maternità: ciò che intenerisce il cuore è bello (etimologicamente diminutivo di “buono” e, quindi, “carino, grazioso”)!
Una madre alla figlia di pochi anni che vuole andare avanti da sola: “Va bene, voglio darti la mia fiducia”. Essere genitori è dare fiducia ai figli, alla vita sin dal concepimento. Quel che conta, poi, è condividerla e consolidarla continuamente senza far percepire di condizionarla o controllarla.
In una stradina un giovane va incontro alla madre, rimasta giovane vedova già da qualche anno, la saluta, le prende i bustoni della spesa dalle mani e, poi, si avviano con lo stesso passo verso casa. Una bella scena di vita concreta e condivisa che si vorrebbe e potrebbe vedere di più!
Ad una signora col morbo di Alzheimer una grata lungo la strada pare un ostacolo insormontabile. Con l’aiuto del figlio accanto supera il salto nel vuoto della memoria sulla scia dei ricordi intessuti nelle fibre del cuore, di quando lui cominciava a camminare mano nella mano della mamma: l’arco della vita, la parabola della vita, il cerchio della vita!
Come una figlia che spinge la sedia a rotelle della mamma: un gesto minimo che ricorda e ricompensa le innumerevoli spinte che la madre ha dato, ha dovuto dare alla sua vita, a cominciare da quelle per metterla al mondo.
Una cara signora ultranovantenne, madre di 4 figli che vivono in posti diversi, continua a vivere da sola nonostante i numerosi acciacchi e racconta dall’altra parte del telefono: “Mi preoccupo per questo covid non per me perché, a quest’età, in un modo devo morire ma se lo prendo, causo problemi ai miei figli”. La generosità e la generatività di una madre non hanno alcun confine né un fine né una fine.
Una mamma, che ha perso figli precocemente per malattie congenite, dice tra la commozione e la dolcezza materna: “È stato bello, intenso, mi hanno dato lezioni di vita. Loro hanno insegnato a me quello che io avrei dovuto insegnare loro. Sono pezzi di storia. Avrei voluto almeno sentire la loro voce da adulti”. Una vera mamma non finisce di essere mamma anche di chi non gli è figlio! Un/a figlio/a che perde la madre si dice orfano/a, ma per una madre che perde un/a figlio/a non ci sono parole, non ci possono essere parole con cui esprimere, con cui consolare, con cui colmare questo dolore immane.
“[…] va detto che la perdita di un figlio è la pietra di paragone, la misura aurea del dolore. Il metro. Ogni altra difficoltà della vita – una malattia, un dolore fisico lancinante, un abbandono, una povertà estrema – è contenuta in quel perimetro. Si ridimensiona, in un certo senso conoscere i confini è un privilegio” (dalla penultima pagina di “Mi sa che fuori è primavera” di Concita De Gregorio, sulla vera storia della scomparsa di due gemelle svizzere). Nulla è rispetto al dolore di una madre per la perdita di un figlio, non solo per morte ma anche per sottrazione, separazione forzata, o a causa di una donna (moglie o compagna del figlio nonché madre dei nipoti) che non le consente di vederlo né di sentire la sua voce che le sussurri: “Mamma, sono io! Come stai?”.
Una mamma offre, s’offre e soffre in maniera smisurata (e non conta né recrimina il numero dei pannolini cambiati, le ore di veglia, di ansia, di attesa, le rispostacce ricevute, le delusioni subite…), accoglie i figli che le sono affidati dalla vita e raccoglie le briciole (di attenzione, di tempo, di memoria, di amore) che le lasciano i figli. Quanto ci sarebbe da scrivere su una madre, una vera madre, nonostante tutti i suoi errori nel suo troppo darsi da fare!
Una vera e grande madre sta lì al suo posto, soffre in silenzio senza chiedere nulla per sé, volto fermo e imperscrutabile, affetto saldo e immutato, con le braccia aperte pronte ad accogliere ogni cosa del figlio. Come la Pietà di Michelangelo nei secoli dei secoli!
Una madre: una mamma pellicano che si squarcia il petto pur di nutrire i piccoli e continua a mantenere il suo aspetto dignitoso sulle zampe che diventano stanche e malferme, anche quando le lacrime scendono da sole perché il cuore è colmo di dolore e nessuno se ne accorge perché quasi nessuno le volge lo sguardo ritenendola scontata nel suo ruolo di nutrice (colei che sta in cucina a preparare pranzi e cene per le rimpatriate dei figli) e con quella sua apertura alare che la fa sembrare forte.
Madre: chi ci dà la vita, colei contro cui imprechiamo ingiustamente in alcuni momenti della vita, chi invochiamo al commiato dalla vita!
IN COPERTINA
donne lucane (Ninetta)
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Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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