
LUCIO TUFANO
Alla vittoria gli uomini hanno dedicato i loro inni, le loro osannanti liturgie, i loro monumenti, liriche ed apoteosi. Alla Sconfitta invece non hanno elevato cattedrali o musei, non hanno predisposto parchi e giardini, non hanno destinato molte opere pittoriche e di arte, non hanno chiamato col nome di “Sconfitta” le regine e le madonne, non hanno dedicato poemi lirici o musicali, tranne quelle grandi sinfonie come la “1812” di Tchaikovsky, canzoni e poesie, opere pubbliche e ambienti, città e piazze, epoche, stili e mode. Le musiche che hanno inneggiato alla Vittoria e all’eroismo vincitore hanno il loro rovescio nell’amaro della Sconfitta. Eppure la Vittoria fu una divinità romana, dea della superbia e della arroganza, inflessibile e spietata, dal categorico “vae victis”, che perseguitava ed oltraggiava gli sconfitti, considerata una delle più antiche divinità nazionali e associata nel culto ad altri dei, come Giove e soprattutto Marte; fu naturalmente venerata in particolare dai soldati ed assunse ben presto il carattere di nume protettore dell’imperatore e dell’Impero (Victoria Augusta). Silla e Cesare istituirono giochi in suo onore e, nel 29 a. C., Ottaviano le dedicò nella Curia una statua ed un altare, che nel IV sec. divennero il simbolo della più oltranzista delle resistenze al paganesimo di fronte al trionfante cristianesimo. Per la Sconfitta invece occorre andare a rivedere i filosofi del pessimismo ed i letterati del Verismo, del Neorealismo e del Realismo, come Verga (I vinti) e Shakespeare con l’Amleto, le tragedie greche e quelle moderne. Occorre anche riflettere sulle considerazioni fatte dagli storici e dai filosofi, dai grandi personaggi della guerra e della politica,come la sconfitta sovrasti l’opera e la vita degli uomini, diventi una costante della loro esistenza, tant’è che nella letteratura, in particolare, l’eroe, quello che vince e trionfa sul male e sulla crudeltà dei potenti, che compie grandi imprese, ha finito con il perdere sempre più terreno a vantaggio dello sconfitto, del mite, del perseguitato, dell’antieroe. Basti pensare a Tomasi di Lampedusa, da Tennessee Williams ad Arthur Miller, il ruolo di protagonista è affidato a colui che perde e che soccombe, a chi viene afflitto dal dolore, a chi porta il gravoso fardello della sconfitta. Fra l’altro vi è l’interesse ed il lavoro di molti registi cinematografici, da Fellini a Rosi, da Zeffirelli a De Sica, da Visconti a Monicelli ed a tanti altri che operano e congiurano contro la figura di chi vince. Lo sconfittoriale si addice anche a noi che fummo temprati dalla sconfitta, forgiati dalla sua didattica, sedotti dal suo sapore amaro e dalla sua voluttà ineluttabile. Ecco la dignità della sconfitta che rende serio e sereno il riposo del guerriero. Poiché la Storia ha i suoi corridoi, i suoi ventricoli, le sue retrovie, i suoi meandri, occorre tener conto di tutte le sue infrastrutture, i suoi campi e le sue pianure, le sue grandi arterie, le sue topografie, ed anche dei suoi sentieri e scorciatoie, delle sue pietre miliari, delle sue antiche mura, dei suoi ruderi, delle sue botole, i suoi monumenti. Un teatro anfiteatro, fatto di periferie, di centri motori delle azioni e gesta umane, dinamiche impartite, scenografie e panorami, di intricate ed estesissime foreste, di autorevoli giurisdizioni, di energie che, scaturite da una volontà assoluta, muovono attrezzi, masse, singoli in direzione di esiti previsti e non, di scriteriati disegni e folli strategie, di musei delle battaglie e storici cimiteri; tutto quello che noi definiremmo destino e che gli antichi chiamarono Fato. Ma vi sono sconfitte ancora più piene di euforia, di voluttà, rispetto alle ottuse e false vittorie, spesso infami e sempre provvisorie. Lo “Sconfittoriale” è il parco del silenzio, il trionfo della natura e della volontà assoluta sul precario destino degli uomini. Il parco delle sconfitte è il “paradiso perduto”, è l’Eden, è quella possibilità reale che gli uomini avevano di poter vivere la loro breve stagione in pace ed in rassegnata e serena quiete nella benevola considerazione dell’Essere Supremo, il quale ha sempre indicato la mansuetudine e la sobrietà come virtù degne della sua volontà. Ecco che si erige, a differenza di quanto imponente e sublime eresse chi volle attestare al mondo ed ai posteri l’ebbrezza del proprio trionfo, della celebrità, delle vittorie, un sacrario di stele verdi e fiori, di aiuole, un sacrario naturale di resistenza all’impetuosa tracotanza del nostro tempo, arrogante ed inflessibile, un tempio delle sconfitte, dei disappunti, dei mancati incontri, delle occasioni perdute, delle stravolte concessioni, delle contorte morali, delle cadute ideologie. Sentiamo di erigere nell’assidua corrente del vento, al soffio che tormenta le petunie ed i glicini, scuote i cedri del Libano ed i cipressi a piramide, uno stanco, concitato rifugio per il guerriero che non vinse, una dimora per l’eroe che non ebbe modo di immolarsi, per chi amò ed attese sulle soglie della Storia senza l’impeto di entrarvi, bensì con l’anelito, l’ansia, lo sgomento di varcare quei confini instabili: braccia e membra dei poeti, fermi agli argini fluidi che spingono, trascinando nelle gloriose rapide del suo imponente corso, gli uomini al successo o alla catastrofe. Lo “Sconfittoriale” è l’antipodo, è anche una rassegna del pathos e del dolore universale tradotti in versi dai poeti, solidali con la vicenda di una terra amara. Non è il Vittoriale del poeta, quel complesso monumentale di mura e giardini sul Lago di Garda cui mise mano e pensiero il noto architetto dell’epoca, Maroni, residenza di D’Annunzio dal 1921 al 1938, simbologia dell’eroe-vate, guerriero e sognatore, museo di statue, cimeli, ricordi, aiuole e parchi dove si innesta la prora di una nave. La letteratura di chi vince è sempre più copiosa e prevaricante di quella di chi perde. Chi si considera uno sconfitto perciò non lascia granché, non ha voglia di scrivere giacché è più giusto e meno gravoso scrivere e parlare delle proprie vittorie che delle sconfitte. Eppure occorre fare i conti con i lettori, abituati come siamo a quella sorta di universo mentale e comunicativo che si basa sulla scrittura. Anche qui la parola scritta deriva da quella parlata anche se tutto trae origine dal senso dell’oralità. Se la vittoria è circonfusa dai discorsi, dalle acclamazioni, dagli urrà, dagli elogi, dalle retoriche dei contemporanei; i poeti sanno come nulla potrà distruggere i loro scritti, quando riescono a produrre autentica poesia. Essi pensano come solo gli scritti possano far sopravvivere i mortali, come “giusta di glorie dispensiera sia la morte”, come alla loro mortalità sopraggiunga la immortalità della fama; così come la scrittura ha consentito alle opere degli antichi, di tramandarsi nel futuro e come non perire nella polvere del tempo. La lotta degli istinti per conservare e perpetuare la specie non è che un antiquato mito filosofico. La difesa del gruppo, della tribù, della famiglia, della nazione, del «Noi» lascia il posto all’individualismo borghese e piccolo-borghese. Non vi sono Olimpi da conquistare, né Parnasi; il poeta ha solo il tempo da fermare. Il poeta sa anche di non poter più sopravvivere alla propria morte, se non con qualche simbolo di pietra. Solo un Pantheon, quel tempio che i greci consacravano alle persone illustri, ai benemeriti della patria e del popolo, può rappresentare lo Sconfittoriale dei poeti. Pare giusto e doveroso non lasciare tutta la palma degli artisti, poeti e pittori, a quelli che hanno fatto di tutto per esserlo, accettati dal regime, anzi a coloro che al di là del mestiere, sempre ostentato senza misura, hanno esercitato altri successi coronati da lauti compensi, da incarichi di potere e dotati della capacità, per questo, di porsi sempre dalla parte del potere. Si può ancora equivocare in questa ambigua presenza quasi ossessiva, del poeta “egoarca”, che si propone ad ogni occasione, di chi oltre ad essere agiato borghese, o a conseguire i traguardi della carriera, pretende di fregiare il suo inguaribile narcisismo con le fronde d’alloro? Noi siamo piuttosto convinti che l’umiltà, la mansuetudine, ma anche la vocazione di sostenere il difficile ruolo di “uomini contro”, aiuti ad individuare nella moltitudine invadente ed invasata, i requisiti minimi del sensibile … frastornato, sconfitto poeta. La sconfitta, oltre ad avere un significato esistenziale, di contrappasso e romantico, si intende come metafora della necessaria ed improrogabile fuga o partenza dal paese, dalla città e dai luoghi in cui si è nati, senza storia e senza domani, pur di tentare la scalata al successo, alla sua centralità, spesso carpito con le subdole arti del gregarismo ad oltranza o conquistato dai pochissimi con abnegazione e fatica. Perciò lo Sconfittoriale, un tempio dedicato al talento, riguarda tutti quelli che furono, che sono, che partirono o rimasero, e che hanno ormai il proprio porto nella memoria dei contemporanei e nell’interesse dei giovani, nella lettura di quelli che verranno, dopo aver acclarato, sia pure, una minima parte di memoria.
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