DINO DE ANGELIS
In questi giorni il calcio ha tenuto banco in ogni dove. Un campionato europeo di calcio, al pari del campionato del mondo, è un’occasione troppo ghiotta e troppo bella per non godersi lo spettacolo del calcio in tutti i suoi aspetti, da quelli tecnici a quelli più viscerali. Il gioco più bello del mondo.
Non ho mai confutato una teoria che è qualcosa di più di una teoria: è una prassi. Una prassi che si traduce in sorrisi e divertimento in ogni angolo del pianeta quando vedi bambini mettere due pietre che fanno una porta e darsele di santa ragione dietro una palla improvvisata con dribbling, passaggi, colpi di tacco e sforbiciate improbabili ma che danno davvero il senso di un divertimento impagabile.
E poi ho visto altri bambini, ragazzi, giovani, adulti stare lì, sotto un canestro, qualche volta anche senza la retina.
In questi giorni la nazionale italiana di pallacanestro è impegnata in un difficilissimo torneo di qualificazione olimpica. No, non lo dirò mai che la pallacanestro è il gioco più bello del mondo. Non lo dirò perché il calcio è inarrivabile come popolarità. Popolarità a volte è sinonimo di semplicità, immediatezza: metti due sassi come porta e non occorre altro per imitare i campioni che hai visto in tv. La pallacanestro invece richiede almeno due cose in più: quel canestro non si può improvvisare, va installato e non è cosa facile. E poi per giocare a pallacanestro, devi imparare delle regole. Nel calcio ce ne sono poche, poi se togli il fuorigioco praticamente puoi fare tutto, tranne prenderla con le mani. Nel basket no. Non puoi spostarti liberamente e una volta che ti sei fermato non puoi andare più avanti. E per metterla dentro quel cerchio lassù devi imparare una tecnica, non è che prendi e tiri. Non ce la farai mai. È proprio qui la sfida.
Quell’anello lassù è una sfida. Il tuo avversario è una sfida. Superare l’ostacolo delle braccia protese verso l’alto è una sfida. Ma non basta superare l’avversario, poi c’è anche quel piccolo anello, l’ultima sfida. Ecco perché mi piace di più, forse perché non lo possono fare tutti. Poi ci sono gli sguardi. La pallacanestro esige un contatto visivo tra i compagni di squadra perché le distanze ridotte e la precisione che le mani imprimono alla palla (superiore a quella che possono imprimere i piedi, notoriamente più ignoranti) richiede un’attenzione diversa, nemmeno per un attimo puoi guardare a terra davanti a te, oppure puoi pensare ai fatti tuoi, è possibile che ti arrivi un pallone quando meno te l’aspetti, e il pallone da basket pesa tanto. Insomma la pallacanestro mi piace perché è una sfida continua, in ogni più piccolo aspetto, ed è una sfida che richiede la conoscenza di tante piccole regole, nemmeno così difficili, ma necessarie per giocare – ovvero divertirsi -. Poi subentra quella che è la cosa che mi piace di più: l’estro, la fantasia di chi a un certo punto scatena il proprio colpo di genio e zac! risolve la sfida.
No, non lo dirò che la pallacanestro è il gioco più bello del mondo.
Ma una cosa la voglio dire e sono certo che tutti quelli che escono di casa e vanno in un luogo dove c’è un solo canestro lassù e una palla di gomma spelacchiata, dove non ci sono senza righe per terra ma una sola regola: chi vince resta, quelli insomma possono capirlo bene: non sarà il gioco più bello del mondo ma è, di sicuro, il gioco che regala più emozioni del mondo.
E così, rivolgendomi a quelli che non lo conoscono ancora bene, li invito a sintonizzarsi sulle partite dell’”altra nazionale”, quella di pallacanestro. Non so se ce la faranno a passare il turno, perché devono battere nazionali del calibro di Grecia e Croazia e l’impresa non è facile. Ma il divertimento e le emozioni sono pari almeno quanto quelli del calcio.
E allora forza nazionale italiana di pallacanestro. Avete notato che non l’ho mai chiamato Basket?
