Il Pd si prepara ad andare al Congresso, e sappiamo solo che ci saranno le primarie. E le primarie probabilmente si faranno con la doppia indicazione: del segretario che è anche candidato premier. Punto e basta. Potrebbe andare bene se non sapessimo che gran parte dei guai di Renzi sono nati dal fatto che queste poche regole non vanno bene a molti, cioè a tutti quelli che non la pensano come un segretario che vince un congresso. Hanno diritto d’asilo queste persone? Oppure vige la norma non scritta che ,siccome non la pensano come il segretario, possono solo o mangiare quella minestra o uscire dalla finestra? Questa è la questione dirimente che segna il futuro del Pd ed è l’unica cosa di positivo che, per me, ha detto l’on. Speranza cui due giornalisti con le palle hanno fatto capire che è un po’ troppo per il clan Bersani intestarsi la vittoria del referendum. Se avessero conosciuto meglio i fatti della Basilicata gli avrebbero anche potuto chiedere dov’era quando le trivelle andavano di traverso nelle zone petrolifere, oppure i petrolieri ne combinavano di tutti i colori, lui, Speranza, segretario regionale del Pd di Basilicata. Ma non è questo il punto. Il fatto è che il Pd raccoglie tante anime , provenienti da mondi diversi e da culture diverse ( comunista, socialista, cattolica, ambientalista) e tutte insieme concorrono a dare una rappresentanza corale ad una base composita dell’elettorato. Annullare gli sconfitti e congelarli per tre anni, significa tagliare le gambe al partito e farne uno zombie. Questo partito non può che essere plurale e l’idea di farne un monolite moderato non funziona, perché i moderati sono incazzati e perché quei moderati, figli del benessere, tutti sistemati dal boom economico, oggi seguono i figli nel malessere, nella precarietà, nell’esodo come ultima risorsa. E questa rappresentanza non può essere lasciata ai pifferai magici che già suonano in direzione del burrone. Quindi , prima di andare al voto, si chiarisca l’identità di un partito, il modo di raccogliere il consenso della società, il modo per rappresentare questo consenso, il diritto ad esprimere una linea unitaria che possa anche essere frutto di una maggioranza ma che non tappa la bocca alla minoranza costringendola a ricorrere ai giornalisti. Mediazione si chiama. Ed è quella che la voglia di leaderismo ha cancellato per il semplice fatto che non ci sono più i leader di una volta, che ascoltavano, discutevano fino a prendere gli altri per stanchezza, litigavano e poi uscivano consapevoli di rappresentare tutti e non solo la parte vincente. Allora, in mancanza di quella cultura della responsabilità, che suggeriva e consigliava comportamenti rispettosi di tutti gli apporti, è il caso che prima di iniziare a contarsi, ci si chiarisca su quei due o tre punti sui quali ancora oggi vigono interpretazioni diverse. Giuseppe Digilio
IL PARTITO PLURALE
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