PATRIARCATO, FOLKLORE E COMICO : come cambiare le mentalità che ci costituirono?

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di Antonio Lotierzo

Quando ‘io penso’, chi pensa in me? Davvero molto ‘Io è un altro’? Le permanenze mentali, stratificate nel sociale, costituiscono buona parte dell’inconscio individuale e collettivo? I casi di femminicidio, dovuti anche all’anomia sociale che pervade le ‘società fluide’ e rende l’io staccato dalla costrizione delle regole, rendono evidente lo sfilacciamento dell’individuo dalla comunità, il suo povero e solitario relazionarsi allo smart, il suo pensarsi assoluto nei desideri, ab-solutus, sciolto da quelle costrizioni che spingevano gli uomini ad accettare il ‘principio della realtà’, che è anche rifiuto espresso dall’altro, accettazione della separazione espressa ed imposta da uno dei contraenti la precedente relazione amorosa, sopportazione del ridicolo sociale a cui si può essere esposti sui social o nella stessa minuscola comunità paesana, in cui si ride di noi e della nostra debolezza. E, invece, il fallimento, lo spostamento amoroso va accettato perché la crescita produce cambiamenti e non esistono amori eterni che nei miti, anche per questo strazianti e tragici, come insegnavano i Greci. Una semplice, banale canzone popolareggiante affermava: “ quantë è bellë lu primë ammorë; lu sëcondë è cchiù bellë ancora”. Per cui nelle permanenze rurali si condivideva la fine di una bella e comoda relazione esaltando una seconda esperienza, che si rivelava ancora più ricca e fruttifera di gioie, carnali e non. Ma proprio il folclore, preteso ‘tesoro sepolto’ o ‘saggezza popolare’, manifesta qui le sue ambivalenze, le sue ambiguità e quel legame con le società patriarcali mediterranee, che produssero i culti delle divinità a prevalenza maschile ed uraniche. Si tratta di scoprire le menzogne del folclore, la zona oscura per la cultura borghese che dall’illuminismo e Kant è pervenuta fino a M. Foucault modificando quelle comode permanenze mentali e radicando nuovi costumi nella democrazia europea, che si diffonde o testimonia nel globo. Per paradosso, tuttavia, proprio i superamento (hegeliano) di quelle figure folcloriche hanno la necessità di essere studiate, presentate e discusse nella loro ambivalenza menzognera.

M.G. Pasquarelli (1868-1924)

Riapriamo, perciò, Michele G. Pasquarelli ( su cui si leggano almeno le ‘voci’ in wikipedia e nel Dizionario biografico della Treccani) e rimeditiamo in maniera critica alcuni ‘proverbi’, raccolti fra 1890 e 1895: “ La mala nuttata e la figlia femmena”; “La femmena tene sette spirde cumm’a la atta”; “La femmena se curcarria cu lu ciucce se nu lle rumparria le rinzola cu li fierre”; “ L’ommene a trasì cu lu carre, lafemmena a ansì cu lu vantesine e nu nze trova”; “Ci è puttana, Maria Sparone”; “Cunzuprima fall’apprima”; “Pacienza, Rusina, nci vuole, ramme nu vase e viene mo mo”;” Li ccorna lli poveriedde so nuce, li corna lli ricche so bbambascia”;” Tira cchiù nu pile re fica ca no na nserta re muline”. Per il commento di un antropologo positivista rinvio a Pasquarelli, ma proverbi simili se ne rintracciano nei testi raccolti da E. Cervellino ad Enzo V. Alliegro. Questa sembra archeologia; siamo ossessionati dal presente, come se questo tempo fluido fosse il tempo della coscienza, che scorre, come si dichiara da Agostino di Ippona alla fisica quantistica, in un modo e zona più profonda, che coinvolge la memoria e le circonvoluzioni lente d’inesplorate aree cerebrali. Siamo complessi ed educabili con difficoltà, perché una buccia di cipolla deve andare via o ricollocarsi ed un’altra buccia o piantina deve posizionarsi in sincronia con la democrazia e con le guerre degli autoritarismi, che semplificano le modalità dell’essere uomo. Difficile costruire una morale unificante nel tempo storico della globalizzazione. Una riflessione sul patriarcato, come struttura portante delle società agrarie e paleocapitaliste, può essere utile a disvelare gli errori che ci abitano nel profondo della mente. Perciò concludo rivolgendomi ad un lettore ideale: se aprissi alcuni versi del mio, per fortuna invenduto, ‘Arrapizze’, ti prego, metti, scrivi una lineetta davanti a certi versi, infatti quelli sono espressione del parlato altrui che il povero poeta ha riportato immerso nella dialettalità e chiudi con la lineetta, perché quelle dizioni, ascoltate e riportate, non divengano mai modello per delle relazioni sbagliate, diseguali e fallaci. Infine, volevo ricordare che il popolo aveva una maniera di distanziamento dalle proprie schiocchezze: il comico. Ogni volta che, fra amici o in cantina o altrove, si esprimevano frasi antifemminili, nel mentre le donne tacevano, gli uomini ridevano ed in quella forza del comico le loro stesse battutacce contro le donne si sgretolavano, perché i comico abbassa la verità delle frasi appena dette e le relativizza, rendendole una sbruffonata di cui si è coscienti ma che si pronunzia per quell’obbedienza al maschilismo, che davvero scompare quando un amore o la moglie muore ed allora, nell’uomo del patriarcato, si spalanca la desolazione, la casa vuota, l’orizzonte svanito, la consunzione propria si manifesta nella morte dell’altro e tutto questo intreccio rende riaccettabile lo studio del folclore e della morale antica, perché pezzo di una storia che abbiamo attraversato e la cui polvere ancora ci ricopre, incerti viaggiatori della vita planetaria.

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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