PATTO TRA PRODUTTORI E PROSSIMO CICLO 2021-2027

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RICCARDO ACHILLI, ECONOMISTA

 

In Basilicata, nei giorni scorsi, si è verificato un evento per molti aspetti innovativo per la realtà della regione. Mi riferisco al cosiddetto “Patto fra produttori” in cui, per la prima volta, indipendentemente dalla mediazione concertativa regionale, sindacati e parti datoriali hanno costruito un documento di intenti comune, come prima tappa di un percorso da realizzare insieme. Tale metodo è innovativo anche rispetto ad altre realtà regionali del Centro Nord: in Emilia-Romagna, ad esempio, un patto per il lavoro che ha messo insieme sindacati e associazioni di categoria è stato costruito con la partecipazione e la volontà della Regione e della politica locale.

Non mi soffermerò molto sui motivi di tale scelta. Evidentemente, pesa una persistente situazione di crisi. Lo ha specificato bene la Svimez negli ultimi giorni. Nonostante una ripresa della crescita dal 2016 in poi, al 2018 il Pil lucano non ha ancora recuperato i livelli del 2007.  Il tasso di occupazione, nei primi 9 mesi del 2019, si ferma ad una media del 50,5%, di appena un punto superiore a quella del 2007 ma, in valore assoluto, il numero medio di occupati nel 2019 (circa 189.000 persone) è inferiore a quello del 2007 (193.000) denotando gli effetti di un depauperamento demografico e di occasioni lavorative, cioè un vero e proprio rimpicciolimento dell’economia lucana, uscita ridimensionata dalla crisi e senza prospettive stabili di rilancio.

In una situazione del genere, è ovvio che gli interessi del mondo del lavoro e di quello dell’impresa coincidono: prima di dividersi nuovamente sulle politiche dei redditi e sulle vertenze, occorre far ripartire in modo deciso il meccanismo della crescita e restituire un futuro possibile ad un territorio che, fra invecchiamento ed emigrazione, si sta spegnendo.

E d’altra parte, il compattamento del partenariato sociale in assenza di una mediazione regionale è anche il frutto di una deriva politica di decisionismo e di progressivo abbandono del metodo concertativo che, in verità, è stata inaugurata dalla Giunta Pittella, ancor prima di quella di Bardi. A tale deriva le parti sociali regionali rispondono con una straordinaria dimostrazione di unità, che, diciamolo chiaramente, sarà fruttuosa di risultati concreti per la regione se e solo se esse sapranno mantenersi unite su proposte reali, senza cedere alle sirene di chi cercherà nuovamente di dividerle.

Vorrei però concentrarmi sui contenuti del documento di base. Evidentemente, trattandosi di una prima tappa di un percorso, e dell’esigenza di mettere insieme posizioni da sempre molto distanti, esso è volutamente e necessariamente generico, però, negli otto punti programmatici in cui si enuclea, pone già alcuni temi rilevanti: il rilancio della capacità programmatica della Regione, tramite lo sblocco del turnover, il ritorno a metodi di concertazione sistematica, l’elaborazione di un Piano di sviluppo regionale, su cui tornerò a breve; la green economy e la difesa del territorio; una politica di infrastrutture che sia imperniata sulla Zes jonica, sui collegamenti interregionali e la ricucitura di quelli intraregionali, senza dimenticare il tema di una riforma del sistema dei trasporti pubblici locali; l’attenzione alle aree interne ed a una valorizzazione economica del patrimonio culturale diffuso; la riforma dei servizi socioassistenziali e sociosanitari ed un piano per il lavoro; l’attrazione di nuovi investimenti produttivi.

Non sfugge, però, che dietro a questi macro-titoli debbano essere sviluppate delle proposte di intervento vere e proprie e delle scelte, settoriali e di filiera e di fonti di finanziamento. Come non sfugge il fatto che ci troviamo su un crinale temporale particolarmente strategico: in questi mesi, verrà perfezionato il negoziato nazionale con la Commissione Europea per l’Accordo di partenariato del ciclo 2021-2027, ovvero per la griglia obbligatoria degli obiettivi specifici e delle relative linee di intervento, corredata dal piano finanziario, che guiderà la stesura dei programmi operativi della Regione per l’utilizzo del FESR, del FSE e del FEASR nel nuovo settennato. Ad oggi, il negoziato nazionale ha determinato la griglia delle priorità generali, per cui vi è ancora uno spazio, seppur ristretto temporalmente, per intervenire sulla declinazione di obiettivi specifici e linee di intervento in una forma che sia coerente con le specificità della Basilicata. Inoltre, l’altra gamba della programmazione prossima ventura, ovvero il Fondo Sviluppo e Coesione sarà, per il 2021-2027, come anticipato dal Piano sud del Ministro Provenzano, potenziato finanziariamente (dallo 0,5% allo 0,6% del Pil), beneficerà di una riprogrammazione degli interventi bloccati o di lenta attuazione e sarà rivisto sotto il profilo delle modalità di programmazione, attraverso la definizione di Piani di Sviluppo e Coesione per ogni Amministrazione titolare di fondi. Stiamo parlando di una partita che dovrebbe valere, per il prossimo ciclo di programmazione, 58,8 miliardi di euro per l’intero Mezzogiorno. Infine, ulteriori 7,6 miliardi proverranno dal rafforzamento della cosiddetta clausola del 34%.

In sostanza, nel corso del 2020 si definiranno le modalità di programmazione, le scelte di destinazione e le modalità di attuazione, monitoraggio e valutazione per una massa finanziaria che, fra fondi SIE, FSC e articolo 34, varrà, per il Sud, più di 123 miliardi. Il 2020, quindi, ed in particolare i primi mesi, fino a giugno-luglio, sarà il periodo in cui tali scelte verranno definitivamente incasellate a livello nazionale in termini di risorse e linee di policy e ricadranno sulle singole regioni.  Quindi, se l’obiettivo è quello di definire un Piano di sviluppo regionale che orienti la quota dei 123 miliardi che spetterà alla Basilicata verso priorità strategiche, il momento di farlo è questo. Ed è questo il momento in cui il fronte delle parti sociali, compostosi attorno al Patto dei produttori, deve manifestare chiare scelte settoriali, chiare opzioni di policy, corredate da opportune simulazioni finanziarie, con l’obiettivo ineludibile di impegnare la Giunta regionale a presentare tale quadro ai tavoli nazionali di negoziazione delle risorse al fine di cercare di orientarli, per quanto possibile ad una piccola regione con scarso peso negoziale (ma che però potrebbe cercare alleanze con altre regioni del Sud con proposte simili a quelle lucane), verso scelte coerenti con i fabbisogni della regione. C’è tempo fino ad aprile-maggio per delineare tale quadro regionale di interventi, se si vuole cercare di intervenire sul livello nazionale e rappresentare le esigenze della regione. Ora o mai più. Perché poi, come avvenuto in passato, la regione sarà costretta a programmare ed attuare le politiche su degli spartiti decisi fra Roma e Bruxelles.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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