PAURE NOTTURNE AL PURGATORIO

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DOMENICO FRIOLO

Domenico Friolo PAURE NOTTURNE AL PURGATORIOIn Lucania, in tempi lontani, quando le sere non avevano un televisore che offriva voci e immagini, quando la radio era privilegio di pochi che avevano la corrente elettrica e ci si riuniva intorno al focolare, ed i racconti, per lo più fantasiosi divenivano l’unico intrattenimento serale nei borghi di questa terra lucana.
Ed intorno al focolare, prendevano forma racconti, che a volte prendevano una piega che terrorizzava.
La caratteristica di questi racconti era che, si iniziava da una storia veramente accaduta e la si ingigantiva passandola di bocca in bocca. Un esempio che posso fare e quella dell”asino di mio zio, dimenticato poco lontano dall’uscio di casa.
Questi antichi uscì, avevano la caratteristica di essere fatti di tre parti: una mezza porta e l’altra mezza di due, di cui la parte superiore era adibita a finestrella, ed appunto da questa, mia zia, prima di coricarsi dava una sbirciata al cielo, per capire che tempo avrebbe fatto il giorno dopo. Una sera, dalla finestrella vide un’ immagine raccapricciante, cioè: davanti la porta  c’era un uomo in abito scuro e camicia bianca senza la testa. Riferì quanto visto al marito, che preso il fucile, con cautela si avvicinò alla porta, spostò, di poco l’anta della finestrella della porta, osservò con attenzione e rivolgendosi alla moglie disse sottovoce: 
nDunetta, vedo quello che hai visto tu ed in più ha due corna ritte. Si aggiunse a loro il figlio, ed anche lui osservò dicendo la sua, che strano: ha la pancia grossa e le gambe sottili.
Tutti e tre allarmati discutevano preoccupati sul da farsi.
Improvvisamente, un sonoro raglio li fece tornare alla realtà: l’immagine che li terrorizzava era l’asino che mio zio, aveva dimenticato di chiudere nella stalla, lasciandolo vicino la porta.
Ecco le fantasie serali di un Lucania ormai perduta, raccontata facendo un cenno a maghi e indovini, a fantasmi, e a diavolerie varie., tra fantasia e verità certe.

PAURE NOTTURNE AL PURGATORIO.
Nella quiete notturna
l’allocco delle Lamie 
divenne silenzioso.
Cattivo segno… 
I cani drizzavano
capo e orecchi, 
si postavano guardinghi,
ma era solo un attimo, 
poi, si rifugiavano nella cuccia.
Il gatto, nervoso
arcuava il dorso
rizzava il vello, 
rapido, fuggiva.
Nel pollaio, confusione
e svolazzi improvvisi, 
timori e paure.
Il bimbo, spaventato,
tremante, cercava riparo
sotto le coperte.
Gli adulti, fingevano 
illusoria calma, 
un infingimento smentito 
dal loro nervosismo. 
Serpeggiavano funeste 
diaboliche idee, 
dalle Lamie, al Purgatorio, 
quel silenzio tombale di attesa, 
ingigantiva il disagio.
Il bimbo entrava nell’incubo:
oltre la paura, che incalzava,
sotto le coltri, il piccolo soffriva,
gli mancava ossigeno,
sul punto di soccombere,
l’istintiva reazione 
lo liberava dalle coltri
collocandolo nella salvezza.
Nel mentre, come un colpo di coda,
veniva squarciato la notte
da un grido, inumano, 
un latrare stridulo, 
agghiacciante…era il fantasma.
Tremando, impauriti,
si cercava di giustificare 
quello che da notti, si ripeteva:
Rumori, grida, timori.
Poi, maledettamente,
al primo fantasma 
se ne giungeva un l’altro
quello delle Lamie, 
quello che prese l’anima 
del boscaiolo e cacciatore, 
all’imbocco dell’arco a est.
E tra i fantasmi, erano botte.
Quello della fanciulla, 
rincorreva, furioso 
brandendo un fucile 
caricato a pallettoni,
quello del vecchio boscaiolo.
La gente del quartiere sapeva,
ma il loro silenzio, 
non accusò nessuno, 
per questo il fantasma 
della fanciulla, evocava vendetta. 
Il bimbo, ormai allo stremo  liberatosi delle coltri: 
si era ripreso, ma non capiva.
Per Lui, era rinascere dall’ incubo.
Intanto i fantasmi svanivano, 
sospiri di liberazione degli adulti, 
si calmavano gli animi.
Come quelli del gatto, dei cani, 
nel pollaio, terminavano svolazzi.
L’allocco delle Lamie, 
riprendeva il suo straziante verso…
Giunta l’alba, si bisbigliava 
l’un l’altro, ponendo la domanda: 
Hai sentito ‘stanotte ?
Nessuno, rispondeva con voce: 
solo un annuire col capo.
Nel mentre gli occhi di tutti, 
si posavano sul davanzale 
della finestra con i garofani, 
profumati e di colore amaranto,
cercavano inutilmente, 
i lineamenti di una fanciulla
perita con un colpo di fucile, 
che pose fine al sorriso 
della futura sposa, 
che fu anche l’ iniziò del pianto, 
dell’infelice promesso sposo.
All’altro capo 
del luogo delle disgrazie,
un segno di croce, 
posto come salvacondotto, 
compiuto da chi passava
a est degli archi delle Lamie, 
lì, al biforcarsi della strada, 
non liberava dal ricordo, 
ma, era un modo per svincolarsi, 
per non prestarsi alla volontà 
del maligno che lì aleggia da allora..

by Domenico Friolo.

 

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