
Marco Di Geronimo
Non sarà semplice ripartire dopo questa lunga crisi. Ma gran parte del problema è rappresentato dalla struttura delle istituzioni europee. Mentre il resto del mondo organizza le strategie di ripresa, l’Europa resta prigioniera di regole assurde e veti incrociati. Eppure non ci vuole molto a capire che adesso è il momento di cambiare approccio e costruire quella more perfect union che inseguiamo da decenni.
La Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha promesso (e promosso) il SURE: lo strumento europeo contro la disoccupazione. Si tratta in realtà dell’ennesima presa in giro, come racconta bene Stefano Fassina in un suo post. In sintesi, non sono risorse aggiuntive ma prestiti che aggravano il debito pubblico. Certo, ottenuti a interessi leggermente inferiori a quelli di mercato. Ma al prezzo di impegnare garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili.
A solo titolo d’esempio, gli Stati Uniti d’America hanno approvato un pacchetto di interventi che raggiunge i 2200 miliardi di dollari. Certo, si tratta di misure assai più varie dell’intervento europeo. Ma il paragone è invece assai importante perché dimostra che le altre economie globali hanno molto chiara la percezione del problema. Ci avviciniamo a una frenata durissima dell’economia, che potrebbe avere ripercussioni molto forti. Non soltanto l’economia di mezzo mondo è quasi del tutto bloccata. Bisogna aggiungere che le sferzate di austerità (specie in Europa) hanno indebolito la classe media (il vero motore socioeconomico delle Nazioni) e costretto a risparmiare sugli investimenti (cioè le spese più produttive e strategiche del PIL).
Viceversa in Europa, e nell’Eurozona in particolare, continua la solita tiritera secondo la quale mutualizzare i debiti è impossibile. A dirlo è addirittura Paolo Gentiloni (commissario agli affari economici dell’UE). Tuttalpiù possiamo emettere i coronabond, sostiene l’ex premier, cioè fare debito comune eccezionalmente e solo per finanziare la ripresa da questa crisi. La scelta è tragicamente sbagliata, come conferma anche l’economista di chiara fama Paul De Grauwe (London School of Economics). Il professore belga sostiene che la BCE dovrebbe «finanziare i deficit degli Stati», in modo da soccorrerli da pericolosi aumenti del rapporto debito/PIL.
Si diffonde tra tutti una verità indubbia: i Paesi colpiti dal virus non sono colpevoli d’alcunché. Ne consegue che non è pensabile che venga loro richiesto di affrontare la crisi sanitaria oggi, per poi doversi abbandonare a impacchi di dolorosa austerità domani.
Il tema è scottante perché (a sostenerlo è l’economista Emiliano Brancaccio) allo stato attuale non si sa chi pagherà questa crisi. Se mancheranno misure di repressione finanziaria per impedire ai ricchi di speculare e fuggire dal fisco, è verosimile che le attività produttive pagheranno un prezzo più alto delle rendite. Cioè chi incassa soldi senza far nulla sarà premiato rispetto agli imprenditori e ai lavoratori. Brancaccio sottolinea la necessità di una «riorganizzazione di mercati tramite forme moderne di pianificazione pubblica». Tradotto in italiano, lo Stato deve assumere un ruolo centrale nel governo dell’economia. Soprattutto perché serve ritornare a sostenere «i gruppi sociali più svantaggiati» e le «imprese al centro delle catene» di produzione.
Ma questo sarà possibile soltanto se le politiche fiscali nazionali potranno contare su una politica monetaria europea efficace. È chiaro che tutti i Paesi europei dovranno reperire ingenti risorse per sostenere le imprese in difficoltà, finanziare gli ammortizzatori sociali e strutturare un enorme piano di investimenti per consentire la ripresa economica nelle aree più svantaggiate o arretrate. Per riuscirci, serve che la BCE abbandoni i suoi dogmi: è necessario stampare più moneta, focalizzarsi sulla disoccupazione e sedare l’instabilità dei mercati finanziari. Sì, significa andare oltre il suo mandato. «Sono abbastanza sicuro che gli avvocati troverebbero una soluzione» scrive De Grauwe. Anche perché, come ribadisce Fassina, le altre banche centrali (Fed, BoI, BoJ) funzionano così.
È possibile – anzi è plausibile – che alla fine l’Unione europea tirerà a campare. Anche Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’economia, lo denunciava nel suo libro L’Euro. Verranno disposte delle risorse insufficienti e inadeguate a riassorbire questa crisi. Ma prima o poi queste istituzioni dovranno essere riformate, perché l’ondata di insofferenza politica degli anni Dieci non ha smosso a compassione nessuno a Bruxelles. E contro il brioscismo delle élite, i popoli in genere sanno trovare soluzioni politiche drastiche.
Mentre il sogno europeo rischia molto al prossimo tornante se non prende provvedimenti adesso, per l’Italia la situazione è assai più drammatica. Abbiamo deciso di fermare il nostro motore produttivo e rischiamo di aver fatto solo un favore al resto dei Paesi settentrionali (che imperterriti continuano a produrre). Il nostro debito molto alto – e ben poco sostenuto dalla BCE – ci mette in condizioni di difficoltà. L’Europa sembra intenzionata a scaricare i costi della crisi sulle classi medie e basse: subito l’élite italiana chiama un Governo Draghi per seguire le istruzioni liberiste.
Quello che però deve preoccuparci tutti è il MES. È chiaro al mondo intero che da queste crisi si esce soltanto con politiche interventiste, quindi con scelte del tutto opposte a quelle dell’austerity. I tagli alla spesa tutelano i profitti per una fase, ma debilitano il sistema sul lungo periodo. Ricorrere al MES ha costretto la Grecia a impegnarsi a mantenere un surplus del 3,5% del PIL fino al 2022 e addirittura del 2,2% fino al 2060. Stiamo parlando di un Paese che, nei fatti, rinuncia a costruire il proprio futuro per metà di questo secolo. Fa bene Conte a opporsi al MES. Farebbe bene anche a non accettarne nemmeno una versione alleggerita. Farebbe bene il resto del Paese a respingere l’ipotesi Draghi: serve un Governo che intervenga nell’economia, non uno che dreni risorse dai portafogli dei cittadini a quelli degli speculatori.